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È la più grave crisi umanitaria nel mondo

Yemen, il grande dramma

di ilTorinese pubblicato lunedì 23 luglio 2018

FOCUS INTERNAZIONALE  di Filippo Re

Nel silenzio della comunità mondiale si è consumato in poche settimane uno dei più grandi massacri del conflitto siriano mentre nello Yemen, stremato da tre anni e mezzo di guerra, la situazione è sempre più drammatica. “Non c’è alternativa alla pace in Medio Oriente”: il monito di Papa Francesco giganteggia al di sopra di una regione martoriata da tante guerre. “Non si può parlare di pace e riarmarsi al tempo stesso. L’auspicio è che il Medio Oriente non sia più un arco di guerra teso tra i continenti ma un’arca di pace accogliente per i popoli e le fedi”. Ma sul terreno si continua a combattere e a morire. Anche l’ultimo tassello strategico del mosaico siriano è tornato nelle mani di Bashar al Assad al termine di una lunga e sanguinosa offensiva militare. A caro prezzo in vite umane si sta concludendo la battaglia per il sud-ovest della Siria. Jet siriani insieme a caccia russi e forze iraniane si sono scagliati per un mese contro i resti dei ribelli attorno alla città di Daraa, nel sud-ovest della Siria, nella città della rivolta dove nella primavera del 2011 iniziarono le proteste pacifiche della popolazione, duramente represse dal regime di Damasco, che portarono in seguito alla guerra civile. L’attacco congiunto siro-russo-iraniano è stato di una violenza eccezionale. Sotto accusa in particolare i raid aerei russi, che avrebbero colpito anche ospedali e cliniche. Oltre alle vittime si contano centinaia di migliaia di sfollati, oltre 320.000, in fuga verso il confine con la vicina Giordania che però ha chiuso la frontiera e verso le alture del Golan nella zona di Quneitra. Con tale operazione Damasco ha ripreso il controllo del valico di Nassib, nei pressi del confine giordano, che da tre anni era presidiato dagli insorti, in cambio di un possibile ritiro dal Golan di forze iraniane e di Hezbollah, come richiesto da israeliani e americani. La preoccupazione maggiore, come ripete il premier Netanyahu, non riguarda Damasco con cui non ci sono seri problemi da 40 anni ma Teheran e i suoi alleati nell’area. Alla presenza di ufficiali russi è stata raggiunta un’intesa in base alla quale, come era già avvenuto nella Ghouta orientale, una parte dei combattenti è stata trasferita a nord, nella provincia di Idlib controllata dai turchi. Sopravvivere e tornare a colpire è invece il motto dell’Isis che, sconfitto in Medio Oriente sul piano militare e sradicato nel teatro siro-iracheno, mantiene in vita il suo progetto politico, la sua ideologia radicale e fondamentalista, portando avanti un sanguinoso cocktail di guerriglia e attacchi terroristici un pò ovunque, come dimostra l’attacco suicida contro truppe governative e russe a

Homs in Siria in cui è morto Huthaifa al Badri, figlio di Al Baghdadi, leader dell’ex Stato islamico. Si cerca di sopravvivere non solo nel Siraq ma anche nel nord Africa, nel Caucaso, in Afghanistan, Indonesia, Filippine e in Occidente. Per il governo afghano gli attacchi non provengono più solo dai talebani ma dall’Isis scatenato contro le forze di sicurezza afghane e contro le minoranze sikh e indù. L’Isis va alla conquista di Kabul cercando di fondare un nuovo Califfato in Afghanistan, Pakistan e nel Kashmir contando su finanziamenti di Paesi stranieri e sulle cospicue entrate del mercato della droga. Colpisce gli ulema a Kabul, i massimi esponenti religiosi del Paese che condannano con una fatwa (parere giuridico) ogni forma di terrorismo e lavorano per mettere attorno a uno stesso tavolo talebani e governo. Un messaggio ai talebani meno radicali per convincerli a sedersi a un tavolo negoziale. In Pakistan insanguinano la campagna elettorale del 25 luglio facendo una strage a un comizio elettorale nella provincia del Baluchistan (128 morti). I luoghi di culto sono frequentemente nel mirino del terrorismo jihadista anche in Indonesia e nel Caucaso mentre in Cecenia e nella Repubblica russa del Daghestan l’Isis rivendica attacchi a chiese cristiane. Il Daghestan è una delle regioni più povere della Russia e numerosi combattenti andarono in Siria per unirsi al Daesh. Nel 2105 l’Isis annunciò di aver fondato una “provincia caucasica” del suo movimento islamista. Se in Siria e in Iraq restano piccole sacche di resistenza dell’Isis è in Libia la situazione più preoccupante. Il Paese magrebino è un laboratorio di terroristi a pochi chilometri dall’Italia. Grazie a massicci aiuti finanziari del Qatar e di altre organizzazioni terroristiche sia l’Isis che al Qaeda collaborano per fondare un nuovo califfato islamico sulle sponde del Mediterraneo cercando di reclutare profughi africani per trasformarli in kamikaze. Isis e al Qaeda scorrazzano in lungo e in largo sul suolo libico e in particolare nella regione sud-ovest della Libia al confine con Algeria, Niger e Ciad. Nella Libia che brucia il generale Khalifa Haftar annuncia la liberazione della città di Derna dalle milizie jihadiste. Era l’ultimo pezzo della Cirenaica che sfuggiva al controllo dell’Esercito nazionale libico di Haftar, definito dallo stesso generale “l’ultimo bastione dei terroristi nell’est libico”. A Derna, passata più volte in mani diverse negli ultimi anni, c’era un po’ di tutto, dagli oppositori armati di Haftar, ai tagliagole dell’Isis, a milizie ostili al califfo, a gruppi locali vicini ai Fratelli Musulmani e agli stessi qaedisti che continuano ad approfittare del caos libico per radicarsi in qualche zona del territorio. Il gruppo di “al Qaeda nel Maghreb islamico” è stato recentemente colpito dagli americani insieme a forze di Tripoli a sud-est della città di Bani Walid. Non è certo la prima volta che gli americani intervengono in Libia. Negli ultimi due anni il Pentagono ha più volte aiutato l’esecutivo di Tripoli con raid aerei per scacciare l’Isis da Sirte e contrastare le altre formazioni terroristiche. Lo Yemen è l’altra area del Medio Oriente, in cui, nell’indifferenza quasi totale, i morti sono già oltre 13.000 e 22 milioni gli yemeniti bisognosi di aiuti immediati. È la più grave crisi umanitaria nel mondo a causa della guerra, dell’epidemia di colera, malnutrizione, caldo torrido, carenza d’acqua. L’80% della popolazione è al di sotto della soglia di povertà, 9 milioni di bambini sono privi di servizi igienico-sanitari e le scuole sono state distrutte in gran parte dai bombardamenti. Il Paese è devastato da oltre tre anni di guerra divampata nel febbraio 2015 quando i ribelli sciiti Houthi, sostenuti dall’Iran e dal Qatar, riuscirono a cacciare il presidente Mansour Hadi dalla capitale Sana’a avviando un conflitto che oppone una coalizione di Stati sunniti guidata dall’Arabia Saudita agli insorti sciiti armati da Teheran che controllano circa il 30% del territorio, soprattutto a nord. Si combatte aspramente nella città portuale di Hodeidah, dove attraccano le navi cariche di armi iraniane per gli Houthi. Con la presa del porto strategico sul Mar Rosso sauditi e alleati sperano ora di costringere alla resa i ribelli. Ma la tregua si allontana per i troppi interessi in gioco.

(dal settimanale “La Voce e il Tempo”)

 

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