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"Una goccia del mio sangue scorre e la Bosnia non diventerà arida”

Vrbanja, il ponte triste di Sarajevo

di ilTorinese pubblicato martedì 11 aprile 2017

Quello di Vrbanja è il ponte più triste della storia recente di Sarajevo. Noto anche come “ponte della morte”, attraversa la Miljacka e  collega il quartiere di Grbavica con quello di Marijin-Dvor. Nel tempo ha cambiato nome e ora è il ponte Dilberović Sučić , dai cognomi delle due donne che vi persero la vita, prime vittime dell’assedio di Sarajevo: una studentessa e una pacifista che vennero uccise da un cecchino proprio lì. La prima aveva genitori bosgnacchi (i bosniaci musulmani), la seconda era croata. Suada Dilberović era nata a Dubrovnik, la Ragusa di Dalmazia, e non aveva ancora ventiquattro anni. Si trovava a Sarajevo per studiare medicina all’università e frequentava il sesto anno quando iniziò il conflitto, nei primi giorni di aprile. Il 5 aprile del 1992 è la data in cui ufficialmente iniziò l’assedio della città di Sarajevo. Quel giorno si svolse un’imponente manifestazione a favore della pace e dell’indipendenza della Bosnia, che era stata appena dichiarata. Radovan Karadžić, lo psichiatra leader dei serbo bosniaci, intervenne in Parlamento e disse che se la Bosnia si fosse resa indipendente dalla Serbia, i serbo bosniaci avrebbero reagito con le armi. Il presidente della Bosnia, Alija Izetbegovic´, gli rispose rivolgendosi a tutti i bosniaci e dicendo loro di stare tranquilli perché non ci sarebbe stata nessuna guerra. Gli studenti, comunque, si radunarono e manifestarono (la memoria di ciò che era accaduto da poco in Croazia era ben viva e il fragore della guerra s’annunciava).

In piazza non c’erano solo bosniaci. Molti avevano raggiunto Sarajevo dalla Serbia e dalla Croazia. Erano tanti e insieme a loro c’era la gente comune. Pare fossero centomila. I cecchini serbi, rintanati all’Holiday Inn (allora sede del Partito Democratico Serbo) aprirono il fuoco causando sei morti e ferendo altre persone. Le prime a essere colpite a morte, sul ponte Vrbanja, furono loro: Suada Dilberović e la trentaquattrenne OlgaSučić. Oggi sul ponte c’è una targa in ricordo di queste vittime innocenti che recita “Kap moje krvi potecˇe i Bosna ne presuši”, cioè ”una goccia del mio sangue scorre e la Bosnia non diventerà arida. In un primo momento il ponte venne nominato Most Suade Dilberović(Ponte Suada Dilberović) per essere successivamente rinominato come Most Suade i Olge (Ponte Suada e Olga). Il 15 novembre 2007 l’Università di Sarajevo ha assegnato a Suada Dilberović la laurea in Medicina alla memoria. Storie di vite offese e storie di amori spezzati, come quella di Admira Ismić e Boško Brkić , due ragazzi come tanti, nati entrambi nel 1968 a Sarajevo. Lei era bosniaca di fede musulmana e lui era serbo bosniaco di fede cristiano ortodossa. Erano fidanzati, si amavano e volevano fuggire dalla città. Il 19 maggio 1993, percorrendo il Ponte Vrbanja, un cecchino aprì il fuoco su di loro. Bosko morì subito, mentre Admira, ferita gravemente, non tentò di fuggire: abbracciò Bosko e attese la morte. I loro corpi restarono sul selciato per cinque giorni, come due moderni e tragici Romeo e Giulietta. Admira e Bosko furono ritratti nell’immobilità della loro morte e divennero il simbolo di quella guerra fratricida. La coppia, in un primo tempo sepolta a Lukavica, un comune della Republika Srpska, è stata portata nell’aprile del 1996 al cimitero del Leone, una collina di Sarajevo, ricoperta interamente di croci dove ora riposano l’uno vicino all’altra. Proprio di fronte alle loro tombe, al di là del muro di cinta del cimitero, c’è il caffè dove i giovani fidanzati si incontravano e s’innamorarono; ai tavolini di quel locale, concordarono il loro piano di fuga per vivere il loro sogno di un amore lontano dalle bombe e dall’odio.

C’è però un’altra targa sul ponte. Vi si legge: “Sarajevo, 2000. Caro Moreno, il tuo sangue e entrato nelle crepe di questa Storia. Sei arrivato in questa umanità sofferente e sei partito beato. E ora dal tuo martirio nascono storie nuove, storie che si concretizzano nella pace.. fino agli estremi confini del mondo..”.  È firmata “Mir (Pace) – Marco F”. La targa ricorda un italiano di 34 anni, Gabriele Moreno Locatelli, originario di Canzo, nei pressi di Como, volontario del movimento Beati i costruttori di pace, ucciso dai cecchini proprio sul ponte di Vrbanja, un anno e mezzo dopo Suada e Olga. Era il 3 ottobre 1993, a Sarajevo. Gabriele Moreno, con altri quattro amici del movimento, era impegnato nella realizzazione del progetto “Si vive una sola pace”. Iniziarono l’attraversamento di quel ponte, si fermarono a metà, inginocchiandosi in preghiera. In un attimo furono investiti dai proiettili dei cecchini. Avrebbero dovuto posare lì un mazzo di fiori, sul luogo del primo morto di quella città ferita dalla guerra dell’odio. Poi sarebbero dovuti andare dai soldati serbi e da quelli bosniaci, offrendo agli uni e agli altri un pane di pace. Lo portarono in ospedale, venne operato due volte e con l’ultimo fiato, prima di morire, chiese agli altri: “Stanno tutti bene?”. Hanno scritto di lui all’Azione Cattolica: “Gabriele Moreno Locatelli è un vagabondo del Vangelo che parte dalla Lombardia e non pianta la sua tenda da nessuna parte, passando per tante esperienze e obbedendo a due sole regole: seguire Gesù e servire tutti coloro che ci passano accanto in questa breve vita”. È una vita straordinaria la sua. Milita nell’Azione Cattolica, studia teologia a Napoli e Friburgo, prova per cinque anni a fare il francescano tra Assisi, Napoli e la Sicilia. Bussa anche alla porta dei Piccoli Fratelli di Gesù, a Spello. Vive tre anni a Parigi, per assistere un prete infermo. All’ingresso della sua casa di Canzo aveva messo una targa con queste parole tratte dal Cantico dei Cantici: “Forte come la morte e lamore”. Pensando di diventare frate francescano – in una comunità particolare che predica il ritorno al rigore delle origini – aveva sperimentato la questua a piedi nudi. Moreno aveva una fede sconfinata ed era mosso da principi saldissimi. Quaranta giorni prima di morire, dalla capitale bosniaca assediata, lanciò un grido in forma di poesia che era una testimonianza con cui cercava di scuotere le coscienze di tutti. Eccola: ”Vi prego, gridate che qui la gente muore di granate, di snajper (cecchini), di malattie ma anche di paura, angoscia, disperazione perché non c’è pace, non c’é pane e l’inverno arriva e nessuno crede che non li abbiamo dimenticati. Vi prego, gridate”. Scrissero ancora di lui, all’Azione Cattolica: “Cosi se ne va questo cristiano vagabondo, che a forza di cercare il Signore in ogni terra ha finito con lincontrarlo a metà di un ponte proibito”. Ho percorso molte volte quel “ponte proibito” che ora non è più tale. La prima volta non avevo fiori freschi ma volevo comunque lasciare qualcosa, in segno di rispetto, sulle lapidi e sulla targa del ponte: ho sistemato dei rametti di rosmarino e foglie di menta che ho trovato in un orto lì vicino. Il profumo e l’azzurro-violetto del fiore del ricordo e tutte le virtù di una pianta che ricresce e fiorisce anche nelle condizioni più avverse.

Marco Travaglini