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Una reciproca ostilità che continua da almeno sessant'anni

Usa e Iran sempre più distanti?

di ilTorinese pubblicato martedì 16 ottobre 2018

FOCUS INTERNAZIONALE  di Filippo Re

La tribuna dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha sottolineato la distanza crescente tra l’America e l’Iran. Il regime iraniano resta per Washington il simbolo del Male e l’America, per gli ayatollah, è sempre il Grande Satana. Una reciproca ostilità che continua da almeno sessant’anni, con brevi tregue. Mentre Trump accusa l’Iran di dominare la Mesopotamia con ambizioni da Impero persiano, di sostenere il terrorismo nel mondo, di opprimere il popolo iraniano e incendiare il Medio Oriente con guerre e attentati, Rouhani imputa al presidente americano di fare terrorismo economico e di sostenere le forze che tentano di rovesciare il regime. Chi sperava di vedere un faccia a faccia distensivo tra i due presidenti nel Palazzo di Vetro di New York è rimasto deluso. I due leader restano su posizioni distanti anche se Trump ha detto più volte di essere pronto a vedere Rouhani secondo cui però mancano le condizioni per trattare. L’astio tra le due nazioni è profondo e risale a molti decenni fa. Gli iraniani non hanno mai dimenticato che nel 1953 americani e inglesi rovesciarono con un colpo di Stato il primo ministro Mossadegh che nazionalizzò l’industria petrolifera e che Bush nel 2002 inserì l’Iran nell’ “Asse del male”, oggi ripescato da Trump, considerandolo uno sponsor del terrorismo e una minaccia per gli interessi geopolitici degli Stati Uniti e dei suoi alleati nello scacchiere mediorientale. Viceversa gli americani non scordano l’umiliazione per la crisi degli ostaggi dell’ambasciata statunitense a Teheran nel 1979 pochi mesi dopo l’arrivo di Khomeini a Teheran e continuano ad accusare il regime iraniano di aver organizzato l’attentato del 23 ottobre 1983 a Beirut in cui morirono 240 marines.

 

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La Repubblica islamica è in grande difficoltà e rischia di collassare quarant’anni dopo la trionfale ascesa degli ayatollah sul trono del Pavone nel febbraio 1979. L’Iran è oggi una nazione sotto attacco. Mentre da una parte le sanzioni economiche fanno sempre più male, inaspriscono lo scontro interno e aumentano il malcontento popolare, dall’altra cresce l’ostilità con l’America, Israele e l’Arabia Saudita. All’interno del Paese agiscono gruppi jihadisti e separatisti arabi, curdi e baluchi che, cavalcando il malcontento popolare per il caro vita, provano a dare la spallata definitiva al regime. Dopo aver stracciato l’accordo sul nucleare Trump vuole impedire all’Iran di ampliare la propria influenza militare e ideologica fino al Mediterraneo, attraverso la Mesopotamia e il Levante, realizzando quella “mezzaluna sciita”, da Teheran a Beirut, che è l’incubo di grandi e piccole potenze dell’area. L’obiettivo della Casa Bianca è quello di soffocare l’economia iraniana con nuove sanzioni e rovesciare il regime se gli iraniani non faranno sostanziali passi indietro. La questione nucleare sembra quasi un pretesto per attaccare l’Iran su un altro fronte. Agli iraniani si chiede di tornare nei propri confini, di ritirare truppe, milizie e armamenti da Siria, Iraq e Yemen e di smettere di infiammare gli sciiti nel Bahrein e nelle province orientali e petrolifere saudite. Per l’Iran è iniziato il conto alla rovescia e la situazione è destinata a peggiorare dopo il 4 novembre quando scatterà la fase più dura delle sanzioni che bloccheranno totalmente le esportazioni dell’oro nero iraniano, la più importante fonte di entrate per la Repubblica islamica. La scure americana colpirà d’ora in poi anche le transazioni in dollari per cui gli ayatollah non potranno più ricevere pagamenti in valuta americana Dal giorno dell’accordo sul nucleare, nel luglio 2015, l’export è passato da 1,5 milioni di barili di greggio al giorno ai 3 milioni di oggi. Proventi enormi che hanno arricchito la classe dirigente e le Guardie rivoluzionarie mentre gran parte della popolazione lotta contro la fame e la povertà. Ma non sarà più così anche se Cina, Turchia e India continueranno a sfidare le sanzioni americane.

 

(dal settimanale LA VOCE E IL TEMPO)

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