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Tutto si consumò nello spazio di pochi secondi. La loro vita e il ronzio della telecamera che riprendeva quel visino triste ed emaciato

Una granata senza nome li portò via, come un colpo di vento

di ilTorinese pubblicato martedì 10 ottobre 2017
Una granata senza nome li ha portati via così, come in un colpo di vento, in una frazione di secondo”. Così scrisse Paolo Rumiz su “Il Piccolo” di Trieste il 29 gennaio 1994. Il giorno prima, un venerdì pomeriggio, gli inviati della RAI Marco Luchetta, Alessandro Ota e Dario D’Angelo vennero uccisi a Mostar Est da una granata sparata dalle postazioni tenute dai croati  mentre stavano realizzando uno speciale per il TG1 sui bambini vittime della guerra nell’ex Jugoslavia. “In una guerra costruita sull’intossicazione dei mass media, il giornalista, comunque sia,era visto come un killer  su commissione o un pericoloso rompiscatole”, scriveva ancora Rumiz nel suo libro “Maschere per un massacro”. Aggiungendo: “Prima della Bosnia, dirsi giornalisti in guerra equivaleva esibire un salvacondotto. In Bosnia ,invece, scrivere “Press” sull’automobile significava farsi impallinare”. Marco Luchetta, 42 anni, faceva il giornalista. Si era fatto le ossa come cronista alla “Gazzetta dello Sport” e poi era passato alla Rai regionale del Friuli-Venezia Giulia. Alessandro (Saša) Ota di anni ne aveva 37 anni ed era entrato alla Rai nel 1979 come operatore. Il più anziano dei tre, Dario D’Angelo, ne aveva dieci in più diSaša e lo assisteva nelle riprese televisive. Tutti e tre di Trieste, erano andati fin là a raccontare una guerra, con l’intenzione di rappresentarla per ciò che era davvero e che, nonostante tutto, a ovest di Trieste, non si riusciva a comprendere (o non si voleva): la violenza, gli effetti devastanti dei bombardamenti, gli stupri. Chi meglio di loro poteva trasmettere quelle sensazioni? In fondo, venivano da una città per definizione mitteleuropea, l’avamposto più a nord-est, sul crinale del confine orientale. Oltre e più in là l’Istria e le isole del Quarnaro, la Dalmazia e, all’interno, la Bosnia. Abbastanza lontani per non sentire il rombo dei cannoni ma vicinissimi a una terra  dove la guerra infuriava cruenta, senza risparmiare ospedali, donne, vecchi e bambini. Una guerra dove, si disse, “non esisteva una prima linea, con la morte che arrivava ovunque, anche in una giornata di sole”. Proprio dei bambini volevano parlare. Delle loro condizioni di dolore e privazioni che si leggevano negli occhi grandi e tristi. Delle sofferenze che pativano, dell’incertezza del presente e dell’angoscia del futuro che appariva loro provvisorio, impalpabile. A volte nemmeno immaginabile per chi è orfano o non trovava più i genitori. Dovevano girare un servizio per il telegiornale della prima rete  sui “bambini senza nome”, nati dagli stupri etnici o figli di genitori dispersi in guerra. Nel loro ultimo giorno di vita erano a Mostar, la città  divisa dalle acque verdi e tumultuose della Neretva. Nella  sua parte orientale dove viveva la maggioranza musulmana, nel cuore della città vecchia sotto bombardamento, scoprirono l’esistenza di uno scantinato in una palazzina dove da mesi dormivano decine di persone, tra cui molti bambini. Marco, Saša e Dario decisero di fare qualcosa per loro, documentando e mostrando al resto  del mondo la loro condizione. La telecamera e il microfono per denunciare la violenza e il terrore che ammorbavano l’aria, rendendola irrespirabile. E’ lì che incontrarono gli occhi azzurri e tristi di Zlatko, bambino di Mostar. Chi ricorda bene cosa accadde quegli attimi è un giornalista che era con loro, Alija Behram, all’epoca reporter di radio Mostar. Oggi è direttore di RTM, la radio televisione di Mostar, ma a quel tempo aveva la redazione proprio in quella palazzina. Raccontò a Giovanni Longhi, inviato de “Il Piccolo” : “Eravamo usciti perché nel sotterraneo dove si trovavano circa ottanta persone di cui decine di bambini, la luce del faretto della telecamera di Ota si stava esaurendo e il cortile protetto dal condominio di sei piani sembrava un posto sicuro”. Era pomeriggio, attorno alle 15, quando  la troupe con gli interpreti Vesna e Efendich e il piccolo Zlatko si appiattì per quanto possibile al riparo del muro. Mai fidarsi quando si è sotto tiro. Nell’istante in cui Marco Lucchetta porse il microfono al piccolo Zlatko una granata , sparata verso l’alto dalla zona ovest della città o dalle alture che circondano Mostar, valicò il tetto della casa sibilando e ricadde esplodendo nel cortile a un metro dal gruppo. “Marco è morto all’istante”, disse Alija. Anche Saša e Dario morironoTutto si consumò nello spazio di pochi secondi. La loro vita e il ronzio della telecamera che riprendeva quel visino triste ed emaciato. Il sibilo del razzo che anticipava la deflagrazione e la morte. Poi il silenzio del dopo-bomba, rotto dalle urla di Zlatko che ebbe salva la vita grazie ai corpi dei tre inviati “italijanski” che, cadendogli addosso,gli fecero da scudo . Fu come se le lacrime di quel bimbo riassumessero le lacrime di tutti i bambini vittime di quella guerra. Durarono pochi minuti. Poi, il silenzio degli innocenti calò su Mostar”. Quel bimbo, Zlatko Omanovic, aveva cinque anni. Raggiunse in un primo momento Trieste dove, con la madre Sanela, venne ospitato dal Comitato per le vittime di guerra. Poi,  ricongiuntosi alla famiglia anche il padre Adìs,  emigrarono in Svezia. Sul luogo dove sono morti i tre giornalisti venne posta una lapide. Trovarla è un impresa perché quasi nessuno ricorda, o vuole ricordare, quei fatti. Ho provato, a Mostar,  a  domandare in giro per farmi indicare il punto esatto dell’esplosione. Ero curioso di vedere la lapide rettangolare a fianco della scala che porta all’atrio del caseggiato. Niente da fare. Mi sono rassegnato a guardare le foto che la ritraggono , ricordo pietrificato di quel giorno e delle tre vittime che “con coraggio e amore”( “sa hrabrošcu i ljubavlju”) cercavano di testimoniare il dramma della guerra. Mani ignote hanno cancellato la parola “fratricida” in lingua bosniaca, riferimento diretto alla guerra che Luchetta, Ota e D’Angelo volevano capire e documentare. Hanno imbrattato con  della vernice nera anche la traduzione in  italiano , ma non sono riusciti a renderla  del tutto illeggibile.  Segno che le tracce del conflitto non si vedono  solo nei fori sui muri delle case,  provocati  dalle sventagliate dei mitra e dalle schegge delle granate. Il fuoco dell’odio interetnico e dell’intolleranza religiosa cova sotto la cenere e avvelena gli animi. Non si vede ad occhio nudo ma si sente nelle parole, s’intravede nei gesti, negli sguardi obliqui e sfuggenti. Persino i silenzi parlano. E non s’avverte il segno delle buone intenzioni in questa rimozione della memoria. Ciò che Mostar  si vuol accantonare, a Trieste invece non hanno dimenticato. La fondazione intitolata a Marco, Dario e Saša (a cui va aggiunto il nome di  un quarto triestino, l’operatore della Rai Miran Hrovatin. assassinato  il 20 marzo  del 1994 in Somalia, insieme a Ilaria Alpi ) continua a occuparsi di bambini che hanno vissuto gli orrori delle guerre. Insieme al premio giornalistico dedicato ai tre inviati e al ricordo personale di parenti, colleghi e amici, rappresenta un modo concreto per rendere indelebile una memoria che nel tempo non si offusca ma ,al contrario, si consolida.

 

Marco Travaglini