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FINO AL 3 GIUGNO

Un po’ di Oriente in Piemonte

di ilTorinese pubblicato lunedì 26 marzo 2018

I tesori esotici del duca dal castello di Agliè in mostra al MAO di Torino

 

Martedì 27 febbraio scorso è stata presentata presso il MAO (Museo d’Arte Orientale di Torino) la mostra dal titolo “I tesori esotici del duca. Selezione di opere orientali dal castello di Agliè”, in programma sino al 3 giugno prossimo. L’evento, voluto dal MAO in collaborazione con il Polo Museale del Piemonte, ha visto la partecipazione di Marco Biscione, Direttore del museo, che ha rimarcato la volontà di portare all’attenzione del pubblico i legami tra le collezioni d’arte orientale presenti a Torino e la storia del territorio piemontese, Ilaria Ivaldi, Direttore del Polo Museale del Piemonte, ente che ha in gestione il castello ducale di Agliè per conto del Ministero dei Beni e delle Attività culturali, Alessandra Guerrini, Direttore di Villa della Regina e del castello di Agliè, che ha evidenziato l’importanza dell’iniziativa come veicolo per rafforzare la visibilità del sito canavesano, inserito nel circuito delle residenze sabaude, ma ancora poco conosciuto anche per la carenza di collegamenti efficaci con Torino. L’incontro è stato poi completato dalla studiosa Roberta Vergagni e da Marco Guglielminotti Trivel, conservatore per l’Asia Orientale del MAO, che si sono invece soffermati sulla descrizione delle opere esposte e sulla loro provenienza, soprattutto in relazione alla figura di Tomaso di Savoia duca di Genova (1854-1931) che, durante i suoi viaggi, raccolse la gran parte dei manufatti asiatici radunati nella dimora di famiglia, il castello di Agliè. L’esposizione presenta in anteprima al pubblico, all’interno di una sala al piano nobile di palazzo Mazzonis, già Solaro della Chiusa, dimora nobiliare seicentesca che ospita il MAO, una selezione di opere appartenenti alla collezione di oggetti d’arte e manufatti orientali conservati nel castello ducale di Agliè, dimora sabauda sita nel Canavese, a una quarantina di chilometri a Nord di Torino, che colpisce non solo per la grandiosità, varietà degli ambienti e per la magnificenza di giardino e parco annesso, ma anche per la ricchezza delle collezioni conservate, tra cui quella ornitologica e quella asiatica principalmente dovuta a Tomaso di Savoia-Genova.

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La collezione di manufatti orientali di Agliè, che sarà resa fruibile al pubblico una volta terminata la campagna di studio e restauro, comprende quattro aree geografiche-culturali, Giappone, Cina, Siam (oggi Thailandia) e Cina per Siam (ceramiche cinesi per committenza siamese), con l’aggiunta di un reperto coreano e un altro, un tamburo rituale (visibile in mostra), di area birmana. Due sono, invece, i nuclei di provenienza delle opere: il primo deriva dalle collezioni di Tomaso di Savoia-Genova, il secondo dagli acquisti dell’ingegner Giuseppe Canova. Quest’ultimo si recò in Siam come progettista della prima ferrovia da Bangkok a Phetchaburi, seguendo le orme di altri italiani, ed in particolare piemontesi, giunti in Asia tra Otto e Novecento per mettere le proprie competenze al servizio di Paesi che si stavano modernizzando. Interessante in questo senso è scoprire quali nuclei di reperti conservati al MAO o in altri musei torinesi derivino appunto da acquisti effettuati o doni ricevuti da tecnici e funzionari piemontesi, che si recarono in Oriente per ragioni di lavoro, diventando poi collezionisti di manufatti esotici. Tornando alla figura principale coinvolta nella formazione della raccolta di Agliè, il duca Tomaso di Savoia-Genova, questi era figlio di Ferdinando, fratello minore di Vittorio Emanuele II, e della principessa Elisabetta di Sassonia. Rimasto orfano di padre, morto di tubercolosi a soli 33 anni, venne affidato alla tutela del principe di Carignano Eugenio di Savoia, che indirizzò Tomaso alla carriera militare, inviandolo in Inghilterra, scelta non usuale per principi di casa Savoia, a studiare marineria. In veste di ufficiale della Marina compì la circumnavigazione del globo tra 1872 e 1874, ma fu soprattutto il viaggio intrapreso in Asia orientale tra 1879 e 1881, al comando della corvetta Vittor Pisani, a consentirgli di entrare più profondamente in contatto con quelle culture orientali da cui provengono i reperti raccolti ad Agliè, acquistati come souvenir di viaggio o ricevuti come dono diplomatico da personaggi d’alto rango, come l’imperatore del Giappone e il re del Siam Rama V.

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Tra i manufatti acquisiti dal duca, che andarono poi in parte dispersi quando la dimora di famiglia, il castello di Agliè, venne ceduta allo Stato nel 1939, appaiono preponderanti le ceramiche, in particolare le preziose porcellane cinesi, cui appartiene il grande vaso del periodo Qing in porcellana craquelé decorata a smalti policromi esposto in mostra. Non mancano, però, oggetti d’arte di materiali diversi, come le opere pittoriche di produzione giapponese, cui si riconduce il bellissimo dipinto su carta realizzato a quattro mani, forse su commissione dello stesso Tomaso durante un shogakai, incontro pubblico di pittura e calligrafia, raffigurante un’elegante cortigiana con il suo servitore, immagine riprodotta sulla locandina della mostra, e manufatti d’uso comune, tra cui un risciò (non presente in mostra), recante lo scudo sabaudo, donato al duca dall’imprenditore della seta Carlo Giussani per i suoi spostamenti nelle regioni interne del Giappone, ed un copricapo coreano Gat (XIX sec) a larga tesa, tradizionalmente adoperato in estate per ripararsi da “mosche e zanzare”, come si legge sulle memorie di viaggio. Di particolare importanza, come occasione per implementare la raccolta, fu l’incontro di Tomaso con Rama V, re del Siam, che a quel tempo, nel 1881, era in lutto per l’improvvisa perdita dell’amata sovrana. Tomaso assistette alle cerimonie in onore della defunta e alcuni oggetti presenti ad Agliè sono riferibili proprio a questo evento, in particolare le riproduzioni di modelli di barche da parata cerimoniale utilizzate per l’occasione. Afferenti alla cultura siamese e visibili in mostra, sono anche la grande testa di Buddha in bronzo con tracce di doratura, risalente a fine XV secolo, e le maschere dei personaggi del poema Ramakien indossate dagli attori del dramma Khon.

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I viaggi compiuti da Tomaso s’inseriscono in un contesto più ampio in cui si stava affermando la consuetudine di organizzare spedizioni in Oriente per allacciare relazioni diplomatiche o per scopi commerciali; significativo è, in questo senso, il trattato di amicizia e commercio stipulato a Parigi nel 1857 tra Regno di Sardegna e Persia, poi confermato come accordo italo-persiano nel 1862 a Teheran, che consentì l’afflusso a Torino di materiali confluiti nelle raccolte di scienze naturali. Il gusto per l’Oriente s’era però affermato già da tempo, entrando sin dal Settecento nell’arredo delle residenze sabaude e delle dimore aristocratiche, impreziosite da chinoiseries, manufatti di provenienza asiatica, talvolta adattati a nuove funzioni (ad esempio vasi cinesi adattati a lumi a petrolio) e oggetti realizzati in Occidente imitando modelli orientali. La visita alla mostra vuole anche essere un invito a scoprire il castello di Agliè, magnifico esempio di residenza sabauda extraurbana, che cominciò a svilupparsi, nelle forme in cui oggi la contempliamo, alla metà del Seicento quando l’allora proprietario, il conte Filippo San Martino d’Agliè, sentimentalmente legato alla prima Madama Reale, Cristina di Francia, volle trasformare la fortezza di famiglia, d’impianto medioevale, in residenza aulica, in grado di rivaleggiare con il palazzo ducale di Torino, chiamandovi a lavorare Amedeo di Castellamonte. Le successive stagioni di rinnovamento si situano nella seconda metà del Settecento, per opera di Ignazio Birago di Borgaro, dopo che nel 1763 re Carlo Emanuele III di Savoia aveva acquistato il castello dai San Martino per darlo in appannaggio al secondogenito, nato dalla terza moglie, Benedetto Maurizio duca del Chiablese, e nel periodo della Restaurazione sabauda, per opera di re Carlo Felice e della consorte, Maria Cristina di Borbone-Napoli, che affidarono i lavori a Michele Borda di Saluzzo. Con la morte di Maria Cristina il castello passò, infine, per eredità ai duchi di Savoia-Genova, che ne fecero la loro dimora, privilegiando la funzionalità degli arredi sulle esigenze di rappresentatività e apportando, quindi, modifiche non sempre in linea con la vocazione originaria degli ambienti.

 

Paolo Barosso