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Ciò che abbiamo fatto solo per noi stessi muore con noi. Ciò che abbiamo fatto per gli altri e per il mondo resta ed è immortale. Harvey B. Mackay

Un esempio per tutti noi… (Parte 1)

di ilTorinese pubblicato martedì 1 novembre 2016

platone-1Vi voglio raccontare una storia reale che coinvolge tre giovani italiani, artefici di una bella fiaba, in stile moderno. La speranza è che leggendo le righe che seguiranno, ognuno di noi, possa trovare dentro il proprio animo, una forte motivazione a cambiare una brutta tendenza della civiltà odierna, quella di ignorare i problemi del mondo reale che ci circonda e, magari, a ritrovare quello spirito di solidarietà ed umanità che è la base di ogni società che si possa definire…civile! L’esempio di questi ragazzi, dovrebbe essere uno sprono alla rinascita del buon sentimento e far sì che l’essere umano trovi la forza per aiutare il proprio simile e vivere in questo pianeta nel rispetto della propria dignità umana e nell’amore reciproco. Vi sembrano parole gettate al vento? O magari discorsi di un idealista senza speranza e forse anche un po’ retorico? Sinceramente non lo credo, non erano i nostri avi forse più solidali e fraterni e condividevano ciò che avevano senza altro fine che la mera e genuina solidarietà? E per loro il menefreghismo, grande piaga della società di oggi, era una parola dal significato oscuro e priva di ogni logica….

La prima volta che incontro Dino e mi racconta la sua avventura, subito mi viene in mente il libro “Tre Tazze di Tè” di Greg Mortenson, americano appassionato di alpinismo che si smarrisce su un ghiacciaio del Pakistan e che viene accolto in uno sperduto villaggio, affidandosi alle cure degli abitanti. Quando Mortenson riparte, promette di tornare e, per sdebitarsi, costruirà una scuola nel villaggio. Al fine di realizzare quella promessa metterà in gioco la sua intera vita, il lavoro, gli amici e persino la casa. Osteggiato in patria per la sua ostinazione a voler istruire “futuri terroristi”, come pensano molti americani, facendo di ogni erba un fascio, Mortenson è riuscito a realizzare il suo progetto ed a costruire altre 49 scuole dopo la prima. Tratto da Tre Tazze di Tè

I nostri tre ragazzi italiani, senza neppur conoscere l’eco dell’impresa di questi americano, hanno intrapreso e realizzato qualcosa di speciale ed unico, un’impresa da….. “libro cuore”.

Ciò che abbiamo fatto solo per noi stessi muore con noi. Ciò che abbiamo fatto per gli altri e per il mondo resta ed è immortale. Harvey B. Mackay

Lasciate che la musica e le parole della canzone di Sade – Pearls (Live 2011) entrino nei vostri cuori. Ci racconta una storia fatta di poesia e di dolore, triste ma intrisa di genuino sentimento…basata sullo stesso sentimento con il quale Guido, Emanuele e Dino, hanno piantato un germoglio nel cuore del lontano Nepal…questo germoglio per crescere ha bisogno dell’amore di tutti noi….senza amore il germoglio potrebbe appassire….Hallelujah…..

There is a woman in somalia……..C’è una donna in Somalia che raschia le perle sul ciglio della strada….c’è una forza più forte della natura che mantiene la sua volontà in vita…ecco come sta morendo, sta morendo per sopravvivere. Non so che cosa ha fatto per meritarsi questo, mi piacerebbe essere quella coraggiosa…Piange il cielo sopra… Vi è una pietra nel mio cuore. C’è una donna in Somalia, il sole non le dà nessuna pietà …le ustioni alle ossa…finché l’ombra del tardo pomeriggio la farà tornare a casa….ogni grano accuratamente avvolto…perle per la sua bambina…Hallelujah Hallelujah ….Piange il cielo sopra….. Vi è una pietra nel mio cuore….Vive una vita che non ha scelto…..e fa male……

Che la nostra “fiaba reale” abbia inizio….

Dobbiamo immaginare di fare un viaggio in Nepal, una delle dieci nazioni più povere del mondo, un paese fatto di tante, troppe storie di povertà, e di comunità misere ed emarginate. Qui la spesa sanitaria è a livelli estremamente bassi e la disparità di classe nella ripartizione della ricchezza, è tra le più alte del continente asiatico. Lo spaventoso terremoto dell’aprile del 2015, ha lasciato ferite profonde e difficili da rimarginare, la maggior parte della popolazione è costretta ad emigrare nella speranza di trovare un lavoro ed i grandi proprietari terrieri, sfruttano i loro concittadini, dando salari da fame. I “dalit” (o paria), la casta più povera del sistema sociale e religioso induista, sono costretti a vivere in condizioni miserevoli, a loro spettano i terreni meno fertili e il raccolto non è mai sufficiente per sfamare tutti.

Guido Capozzo di Schio, amante della montagna e del massiccio himalayano, va ben sei volte in Nepal negli ultimi dieci anni e, proprio durante l’ultimo viaggio a Kathmandu, compiuto in compagnia dell’amico Emanuele Sbado incontra Chattra, titolare di un’agenzia di trekking, che gli parla del villaggio dove prima viveva, in una valle sperduta e quasi inaccessibile a circa trecento chilometri dalla capitale Kathmandu. Chattra racconta le condizioni di vita della gente che popola il villaggio e delle difficoltà in cui sono caduti dopo il terremoto che ha devastato la regione nel 2015. Immediatamente nasce in Guido ed Emanuele il desiderio di andare a vedere di persona tanto che nel dicembre del 2015, coinvolgono il ragazzo nepalese e partono insieme alla volta del villaggio. Il terremoto ha aggravato una situazione già precaria e la stessa Kathmandu soffre ancora degli effetti del sisma. Fuori dalla capitale lo scenario è terribile: villaggi ancora isolati tra loro e dal resto del mondo ma sovrappopolati e in situazione di grave povertà. Non c’è elettricità, acqua corrente, strade e il medico più vicino si trova, nella maggior parte dei casi, ad alcuni giorni di cammino anche a causa della mancanza dei mezzi di trasporto. 

Un viaggio fatto da strade fatiscenti e prive di ogni confort, di cui l’ultimo tratto viene percorso a piedi, essendoci un unico sentiero, che dalla sottostante cittadina di Garjan s’inerpica nella montagna, sino ad arrivare ai 2200mt di altezza di Chake. Il villaggio, situato in una valle adiacente a quella dell’Everest, è di piccole dimensioni, popolato da qualche centinaio di anime e, durante i due mesi monsonici, rimane isolato dal resto del mondo. (La scuola di Chake si trova ad un’ora di cammino da Jiri bazar nei pressi di Garjan).

Guido Capozzo con due bambine di Chake

Emanuele Sbado e l’allegria della semplicità!!!

Il villaggio di Chake.

Guido ed Emanuele sentono l’odore del villaggio già prima di arrivarci, in quanto il fumo del ginepro e il puzzo di un’umanità poco avvezza all’igiene personale, stridono con la purezza dell’aria di montagna e sono, a tratti, soffocanti. Allorché raggiungono la soglia del villaggio, lo scenario che si presenta ai loro occhi è costituito da un piccolo e semplice gruppo di case con tetti in lamiera e muri costruiti a secco e da un gruppetto di persone anziane che siedono tranquille al sole fumando una di quelle loro pipe pittoresche. I meno vecchi lavoricchiavano ad un telaio o filavano la lana con gesti misurati e competenti di chi ha eseguito un’operazione sin da bambino, mentre due ragazzi seduti da una parte, si spidocchiavano con meticolosa tenerezza. In quei villaggi di montagna molte persone hanno il gozzo o la cataratta, mentre i bambini soffrono di malnutrizione.

I due italiani si rendono subito conto di persona della povertà dirompente e delle misere condizioni di vita degli abitanti e chiedono ansiosi di poter vedere i resti della scuola, distrutta dal terremoto del 2015. Una processione di bambini, donne e uomini minuti e mal vestiti li conduce sul luogo. La scuola è praticamente distrutta, a parte un muro a secco che ne rappresenta il perimetro e che deve essere aggiustato e rafforzato mentre il tetto, miracolosamente ancora in piedi, è in una discreta condizione e forse potrebbe essere riutilizzato. Gli abitanti in seguito al disastro, avevano creato una struttura provvisoria e fatiscente adiacente alla scuola distrutta, in legno e lamiera dell’altezza di circa un metro e mezzo, dove una trentina di bambini seguivano le lezioni dei tre insegnanti locali, due donne ed un uomo.

Guido ed Emanuele s’impegnano immediatamente cercando di rendersi utili impartendo un piccolo corso di inglese ai bambini che frequentano la scuola provvisoria (anche poche parole possono essere utili per dare una speranza di lavoro nel futuro,) prima di tornare a Kathmandu dove li attende l’aereo del ritorno. Durante il volo, partorisce l’idea della ricostruzione della scuola di Chake, ed i due amici si confrontano e ne discutono per tutta la durata del viaggio, appassionandosi sempre di più a quell’idea.

Al rientro in Italia

A Vicenza incontrano l’amico Dino Cavedon e gli raccontano la loro esperienza. Dino, che aveva già fatto volontariato in Ecuador ed in Cile, si entusiasma immediatamente al progetto ed i tre amici decidono di raccogliere i soldi ed il materiale necessari per ricostruire la scuola e dare un piccolo contributo a migliorare la situazione nepalese, ormai dimenticata dai media, passato il periodo dello scoop emergenziale. Le scuole in Nepal sono poche, lontane dai villaggi ed i bambini devono camminare spesso per chilometri prima di raggiungerle. L’ottanta per cento delle donne è analfabeta, gli orfani a causa del terremoto sono migliaia e centinaia di famiglie non hanno più una casa.

Dino Cavedon gioca con una bambinetta del villaggio

Guido fa stampare un libro, una sorta di album fotografico, per raccogliere dei soldi, con la speranza di poter vendere tutte le copie per ricavare quei pochi soldi necessari alla realizzazione del progetto che andrebbero ad aggiungersi all’impegno lavorativo personale dei nostri ragazzi. I tre amici sono animati da uno straordinario spirito di altruismo e sono convinti di poter ricostruire la scuola semi distrutta dal terremoto nel remoto villaggio di Chake. Credono di poter riparare il muro a secco che ne costituisce il perimetro e di recuperarne il tetto di legno e lamiera, ancora abbastanza sano, per non perdere troppo tempo inutilmente ma, il problema che subito si pone, è come portare il materiale e come fare i lavori in quel luogo disagiato e senza elettricità. L’attrezzatura indispensabile alla ricostruzione si riduce ad una motosega a scoppio per tagliare gli alberi oltre al materiale di ferramenta ed edile, da reperire in loco ma, quando la compagnia aerea viene interpellata, si trovano difronte al primo grande problema. La risposta alla richiesta di mettere in stiva la motosega, indispensabile per i lavori al villaggio, è scoraggiante: “ci spiace ma non è possibile, è contrario alle norme di sicurezza”! I tre ragazzi non si perdono d’animo, decidono di smontare in toto la motosega e di rimontarla in loco. Ne impacchettano accuratamente i vari pezzi e la mettono in stiva dentro il bagaglio. A disposizione hanno trenta chilogrammi di bagaglio a testa di cui circa settanta chilogrammi costituiscono il peso dei vestiti comprati al fine di donarli a quelle povere persone. Nessuno si accorge che hanno imbarcato “clandestinamente” la motosega e così la prima (assurda) difficoltà burocratica/legislativa è stata superata con un pizzico d’ingegno e di audacia, ma come fare ad organizzarsi?

Continua domani…

Guido, Dino ed Emanuele torneranno presto al villaggio di Chake in Nepal, la loro “missione” consisterà nel costruire delle semplici canne fumarie e salvare decine e decine di vite, distribuire vestiti, regalare una speranza per il futuro ai bambini di quella zona donando a quanti più possibile i venti euro necessari per le spese scolastiche annuali e tante altre…piccole ma grandi cose…

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Chi volesse contattarli direttamente per aiutarli nella loro impresa o semplicemente per condividere il loro pensiero può tranquillamente farlo: dinocavedon@libero.it & guido_climb@hotmail.com dinocavedon@libero.itPer chi volesse vedere tutte le foto ed i video degli articoli  su Chake ed il Nepal può farlo al seguente link: http://www.astrologiadiplatone.com/blog/2016/10/29/un-esempio-tutti/

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