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“Il giardino dei ciliegi” al Carignano inaugura la stagione del Teatro Stabile torinese

Tra sorrisi e rimpianti, mentre il mondo va in rovina

di ilTorinese pubblicato mercoledì 19 ottobre 2016

All’inizio, prima della scrittura e del capolavoro, ci furono i guai economici della madre travolta da una montagna di debiti a causa di alcuni costruttori chiamati ad erigere una modesta casa, poi qualcuno degli amici messosi a disposizione per aiutarla con dei prestiti in denaro che alla fine decise di acquistare la casa per sé, più o meno in gran segreto. Accadimenti e ricordi, scampoli di vita che tornano alla memoria e che Anton Cechov portò con sé lungo tutto l’arco della vita e trasmise nel “Giardino dei ciliegi”, una “commedia” – si affrettava a sottolineare l’autore – che “sarà

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immancabilmente comica, molto comica”, contro ogni nostra aspettativa, la storia di una famiglia e di quanti, servi amici parassiti, la circondano, una fuga e un ritorno da Parigi dove per un breve tempo s’era trovato un riparo entro cui nascondere un grande dolore, un ritorno dentro cui vivere ancora tradimenti, amori non dichiarati, speranze giovanili e impulsive ideologie, mentre al di là delle antiche e nuove storie la Storia s’affaccia, già con i propri cambiamenti e le proprie rovine (Cechov consegnò il lavoro agli attori del Teatro d’Arte di Mosca verso il gennaio del 1904, sarebbe morto pochi mesi dopo, nel luglio, l’anno successivo sarebbe cambiata in modo totale la faccia del continente russo), mentre ognuno è incapace di comprenderla e di afferrarla.

ciliegi2La bellezza del testo è, lo si sa da sempre, innegabile. Fedele ai precetti dell’autore (“immancabilmente”), Valter Malosti in questa edizione che apre la stagione dello Stabile torinese – Teatro Nazionale (sino al 30 ottobre al Carignano) trova il giusto equilibrio tra il tragico e il comico, alterna nei toni il susseguirsi degli eventi che sconvolgono o che rallegrano anche solo per un attimo; senza temere di spingere troppo su quel pedale che altri hanno tenuto, nelle tante edizioni viste, in sordina crea delle piacevoli isole con le parole, con i movimenti talora assurdi, con le giravolte interpretative di quel possidente e di quel contabile che s’aggirano per la grande casa, non rinunciando neppure a qualche inflessione dialettale di casa nostra che pure il fratello della protagonista si lascia sfuggire. Perché sono “comici”, speditamente votati alla tragicità, quei personaggi, tutti svagati o persi nel loro chiacchierare a vanvera o stupidamente capaci di atti senza senso o velleitari o intenzionati a buttarsi con frasi smozzicate nel passato o avanti nel futuro. Altri, aggirandosi per la stanza “ancora” dei giochi dei ragazzi, o guardando verso quel giardino su cui di lì a poco si sarebbero accaniti i colpiciliegi1 delle scuri, indulgevano su quanto di malinconico attraversava le parole dei vari personaggi: Malosti ce ne offre una diversa – e moderna – lettura, approfondita, concreta, suggestiva, lasciando che la diversa umanità di ognuno prenda corpo poco a poco, si scontri o si unisca a quella del vicino. La conseguenza, mai obbligatoria, è che i differenti sentimenti si abbracciano l’uno all’altro, si lasciano e si prendono, il groppo lascia il posto al riso, un attimo di sereno segue al terremoto.

Nella cornice inventata da Gregorio Zurla – uno squarcio, un interno e un paesaggio già deturpati – e nei costumi appropriati di Gianluca Sbicca, a seguire ottimamente il disegno della regia e a “raccontare” con diverso animo, facendo partecipe il publico ben affacciandosi in proscenio, ci pensa una compagnia dove per una volta non ammiri il o la protagonista, ma il gruppo intero, senza ripensamenti. Tra tutti, da ricordare almeno il sensibile Lopachin di Fausto Russo Alesi, chiuso nel suo arrivismo, nel suo intento d’acquisti ad ogni costo, Giovanni Anzaldo come il giovane studente Trofimov, all’inseguimento di cambiamenti rivoluzionari ma quasi goffo in tutto il proprio ardire, Elena Russo che è Liubov perennemente legata ai sogni, Gaetano Colella come invadente Simeonov, Roberta Lanave e Camilla Nigro.

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In ultimo, ma non certo per importanza, la prova di Piero Nuti, un First dolente e apprensivo, ultima vittima della distruzione che s’abbatte sul giardino, come sui sogni, di Liubov e di Gaev. Grande successo tra il pubblico della prima.

 Elio Rabbione

Foto di scena Tommaso Le Pera