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Venerdì 8 settembre 2017 alla Casa della Resistenza di Fondotoce (Vb)

Tra più fuochi: la storia degli internati militari italiani 1943-1945

di ilTorinese pubblicato lunedì 4 settembre 2017

L’Associazione Casa della Resistenza di Verbania-Fondotoce  e il Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale del Piemonte promuovono per venerdì 8 settembre un’iniziativa congiunta dedicata agli Internati militari italiani (IMI), gli Italienische Militär-Internierten, come furono denominati dai tedeschi i soldati italiani catturati in patria e sui fronti di guerra all’estero nel settembre 1943. L’iniziativa, prevista le ore 16,30 presso la Casa della Resistenza in via Filippo Turati a Fondotoce (Vb) sarà articolata in due momenti: l’inaugurazione della mostraTra più fuochi: la storia degli internati militari italiani 1943-1945”, liberamente tratta dal catalogo dell’omonima Mostra Permanente dedicata agli IMI, realizzata nell’ex-lager di Niederschöneweide a Berlino, e l’incontro con la prof.ssa Pietra De Blasi, figlia di un ex internato. La De Blasi è autrice del libro “Scorze di patate“, storia-inchiesta sulla seconda guerra mondiale attraverso il resoconto biografico del padre Giuseppe e dello zio Andrea,  prigionieri in Germania dal 1943 al 1945. L’iniziativa , che si avvale della collaborazione dell’Associazione Stella Alpina, in occasione del 74° anniversario del proclama di armistizio di Badoglio dell’8 settembre 1943. In quei giorni drammatici l’esercito italiano, lasciato senza ordini, soprattutto per quanto riguardava l’atteggiamento da tenere verso l’ex alleato tedesco, si dissolse. I nazisti , violando ogni regola e convenzione, non vollero qualificarli “prigionieri di guerra” per sottrarre al controllo e all’assistenza degli organi internazionali previsti dalla convenzione di Ginevra del 1929 le vittime predestinate al “castigo esemplare” che Hitler aveva promesso agli italiani, rei di essere venuti meno al patto di alleanza, che era in realtà un rapporto di soggezione. Seicentomila uomini e forse più: ufficiali, sottufficiali, soldati, medici, cappellani militari, chiusi nei carri ferroviari e trasferiti nei campi della Polonia e della Germania a languire di inedia o a lavorare come schiavi nelle miniere e nelle fabbriche di guerra.  A più riprese fu loro offerta la possibilità di arruolarsi con i tedeschi o nelle forze armate della Repubblica di Salò, ma gli oltre seicentomila internati rifiutarono per venti mesi ogni collaborazione con la Germania nazista e la Repubblica Sociale  di Mussolini, scegliendo volontariamente e consapevolmente la “via dei lager”. Più di quarantamila morirono di fame o di tubercolosi, per sevizie ed esecuzioni sommarie o sotto i bombardamenti. Della drammatica vicenda di quei seicentomila uomini, che scelsero di non abbassare la testa con tanta fermezza e pagando a caro prezzo, a lungo si è taciuto o si è parlato troppo poco. Finita la guerra, su questa immane tragedia calò un inesplicabile silenzio. Parve che nella coscienza nazionale fosse avvenuta una sorta di rimozione dell’evento, anche se ben altre furono le motivazioni politiche e sociali che la determinarono. Soltanto l’Associazione Nazionale Ex Internati intraprese un’opera sistematica di ricerca e di raccolta di documenti, che oggi si concreta in decine di volumi, a disposizione degli studiosi. Il dato macroscopico che caratterizzò la vicenda dei militari italiani internati nei lager fu il loro massiccio rifiuto di combattere e di collaborare con i tedeschi e con i fascisti. Tutto ciò a testimonianza della prova d’orgoglio e dignità dei militari italiani che seppero riscattare e difendere il tricolore della Patria e del carattere unitario e nazionale della lotta di Liberazione, non a caso definita il “secondo Risorgimento” italiano.

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