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“.. io considero che si dovrebbero fare le cose bene perché non c’è maggiore soddisfazione di un lavoro ben fatto"

Tra libri e vecchi muri di una libreria ho incontrato Mario Rigoni Stern

di ilTorinese pubblicato venerdì 20 luglio 2018
 

Cosa c’è di meglio del frequentare una storica libreria in un tardo e afoso pomeriggio d’estate? Perdersi fra gli scaffali di legno gonfi di libri, assaporare la moltitudine di storie pronte ad uscire da quelle pagine, sostare al fresco di quegli antichi muri è un piacere e ancor di più lo è se si fanno incontri importanti e inaspettati. Nel caso di specie con una copia del libro e del  film, ancora in formato Vhs, “ Ritratti. Mario Rigoni Stern”. Girato nel 1999 da Carlo Mazzacurati, il regista morto prematuramente a 57 anni nel 2014, questo stupendo documentario di 55 minuti si svolge nell’arco di tre giornate, durante le quali il grande “vecchio” della letteratura montana narra a Marco Paolini, l’attore celebre per le sue “orazioni civili” in teatro, la sua vita. La prima giornata, dopo una breve introduzione che ci racconta la formazione sentimentale di un bambino cresciuto tra le montagne, è totalmente dedicata al racconto della giovinezza, tra il ’38 e il ’45, come soldato nella seconda guerra mondiale. La seconda giornata è dedicata al tempo del ritorno e al difficile reinserimento nella vita normale. Si parla anche dell’altopiano di Asiago come luogo emblematico del quale  Rigoni Stern è stato voce e coscienza. Nella terza giornata, rispondendo alle domande di Paolini, Mario Rigoni Stern riflette sul presente reale di vent’anni fa, parlando di natura, memoria,  responsabilità,del senso del limite. Ad un certo punto Mario risponde così ad una domanda di Paolini: “.. io considero che si dovrebbero fare le cose bene, perché non c’è maggiore soddisfazione di un lavoro ben fatto…Io coltivo l’orto, e qualche volta, quando vedo le aiuole ben tirate con il letame ben sotto, con la terra ben spianata, provo soddisfazione uguale a quella che faccio quando ho finito un buon racconto. Una catasta di legno ben fatta, ben allineata, ben in squadra, che non cade, è bella; un lavoro manuale, quando non è ripetitivo, ricordo ‘Tempi moderni’ di Charlot, è sempre un lavoro che va bene, perché è anche creativo…e oggi dico sempre quando mi incontro con i ragazzi: voi magari aspirate ad avere un impiego in banca, ma ricordatevi che fare il contadino per bene è più intellettuale che non fare il cassiere di banca. Perché un contadino deve sapere di genetica, di meteorologia, di chimica, di astronomia persino. E allora tutti questi lavori che noi consideriamo magari lavori così, magari con un certo disprezzo, sono lavori invece intellettuali”.

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Un ritratto straordinario, una lezione di umanità che racchiude la storia di un incontro tra due uomini di età diverse sui valori, gli eventi, il senso della vita. Nel finale della conversazione con Paolini lo scrittore, con quei suoi occhi pieni di malinconia ma capaci di sprigionare l’urlo di una forza primordiale che ti cattura e ti toglie il fiato, dice: “Io domando tante volte alla gente: avete mai assistito ad un’alba sulle montagne? Salire la montagna quando è ancora buio e aspettare il sorgere del sole. E’ uno spettacolo che nessun altro mezzo creato dall’uomo vi può dare. A un certo momento, prima che il sole esca dall’orizzonte, c’è un fremito. Non è l’aria che si è mossa, è un qualche cosa che fa fremere l’erba, che fa fremere le fronde se ci sono alberi intorno, ed è un brivido che percorre anche la tua pelle. E per conto mio è proprio il brivido della creazione che il sole ci porta ogni mattina”. Mario Rigoni Stern è morto ad Asiago dieci anni fa, il 16 giugno del 2008. Aveva ottantasei anni. Così disse a Paolo Rumiz quando andò a trovarlo l’ultima volta nella sua casa al limitare del bosco, sull’altopiano dei Sette Comuni: “Son tornato vivo da una guerra. Ho avuto una buona moglie e bravi figli. Ho scritto libri. Ho fatto legna. Me basta e vanza. Desso posso morir in pase”. Ho avuto il piacere di conoscerlo e di essergli amico. Gli scrivevo e lui rispondeva con lettere vergate a mano o  sul retro di cartoline, riempiendo ogni spazio disponibile. Grazie ai suoi libri non ci siamo mai davvero lasciati o persi di vista ma incontrarci ancora tra i vecchi volumi di una libreria in quest’estate torinese mi ha fatto un grande piacere.

Marco Travaglini