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A CENTO ANNI DALLA GRANDE GUERRA

Terra di frontiera: nei Balcani il destino del “secolo breve”

di ilTorinese pubblicato domenica 5 ottobre 2014

BOSNIA BANDIERAREPORTAGE di Marco Travaglini – La Bosnia-Erzegovina è un crocevia, tra le Alpi Dinariche, la Croazia e la Serbia. E’ nel proprio nome che questi luoghi svelano il proprio destino. Bosnia deriva dal fiume Bosna che nasce nei dintorni di Sarajevo. In illirico “boghi-na” significa “scorrente” mentre Erzegovina sta per “Ducato”, quale fu l’intera zona dei Balcani occidentali dalla metà del 1400. E’ un po’ ardito tradurre il tutto in “Ducato scorrente” ma aiuta a  cogliere l’essenza di una terra che ha visto scorrere la storia, passare regni e popoli, culture e religioni. Terra di frontiera, “limes” che riassume tanti destini nella porta d’accesso e transito tra Oriente e Occidente

 

SECONDA PARTE

 

Jasenovac, l’Auschwitz dei Balcani

Dopo un viaggio di alcune ore, appena varcata la frontiera con la Croazia, arriviamo a Jasenovac.  Quando si pensa ai campi di concentramento tornano alla memoria i lager in Germania,Austria, Polonia o in Repubblica Ceca. Ma c’è anche “l’Auschwitz dei Balcani”, questo terribile campo di Jasenovac, in Croazia, creato dalle forze ustascia di Ante Pavelic,con la collaborazione dei nazisti tedeschi e dei fascisti italiani. Il campo di concentramento si trova ad un centinaio di chilometri a sud-est di Zagabria e  venne costruito tra l’agosto del 1941 e il febbraio del 1942 proprio sulle rive del fiume Sava, che segnano il confine naturale tra la Croazia e la Bosnia-Erzegovina. All’entrata c’era scritto: “Red, Rad, Stega”, cioè “Ordine, Lavoro, Disciplina. In seguito all’alleanza dei croati ustascia con le potenze dell’Asse e con la conseguente adozione da parte di Zagabria dell’ideologia razzista, il campo di Jasenovac doveva essere destinato, per i nazisti –  principalmente a ebrei, oppositori politici e zingari. I croati, invece, aggiunsero un elemento in più, considerandolo il luogo adatto in cui internare e distruggere la popolazione serba. Cosìil maggior numero di vittime del campo furono per lo più serbi (il 56 per cento degli internati), oltre agli ebrei, zingari (quasi sempre uccisi non appena mettevano piede a Jasenovac), bosgnacchi (bosniaci musulmani), dissidenti croati e in generale tutti i membri della resistenza, compresi i partigiani e i loro simpatizzanti, etichettati dagli ustascia come “comunisti”. Le condizioni di vita erano simili a quelle degli altri campi di concentramento sparsi per l’Europa: cibo scarso, alloggi con pessime condizioni igieniche, undici, dodici ore di BOSNIA JASENOVAKduro lavoro, uccisioni e torture. Nei primi tempi molti detenuti furono costretti a dormire all’aperto perché non erano ancora state completate le baracche. Per la mancanza d’acqua, in tantissimi bevvero l’acqua del fiume Sava e frequenti erano le epidemie di tifo, malaria, dissenteria e difterite. Le guardie permettevano ai prigionieri di lavare i loro pochi indumenti una volta al mese nel fiume. Solo chi aveva particolari abilità professionali, come medici, farmacisti, orefici e calzolai, aveva un trattamento un po’ più umano. Per tutti gli altri toccava subire le angherie degli ustascia. Nell’agosto del ’42 nacque una scommessa tra le guardie su chi avesse massacrato il maggior numero dei prigionieri, che venivano uccisi con coltelli, mazze e spranghe, per risparmiare sui proiettili. Ad Jasenovac vennero utilizzati i forni della fabbrica di mattoni come  crematori, per un breve tempo e lì trovarono la morte donne e soprattutto bambini (almeno 20mila tra zingari, serbi ed ebrei). L’inferno finì nella primavera del 1945.Il 22 aprile circa 600 prigionieri si ribellarono, ma le guardie ne uccisero la stragrande maggioranza e solo in 80 riuscirono a fuggire. Prima di abbandonare definitivamente il campo, gli ustascia uccisero i restanti detenuti e diedero fuoco agli edifici, alle fornaci, alle camere di tortura e a tutto ciò che potesse testimoniare le atrocità commesse. Oggi, quello che rimane è un memoriale in ricordo delle vittime e un enorme dibattito nato tra i serbi e i croati sul numero dei morti, laddove i primi parlano di circa mezzo milione e i secondi cercano di impostare le cifre al ribasso. Secondo le fonti più accreditate, a Jasenovac persero la vita circa 100mila persone, di cui 45-52mila serbi, 15-20mila zingari (questo però è il dato più controverso e di difficile verificabilità), tra i 12 e i 20mila ebrei, e tra i 5 e i 12mila croati e bosgnacchi. E anche, leggendo l’elenco, diciotto italiani dei quali una donna. Fuori dal mausoleo, nell’aperta campagna che ospitò le baracche e le strutture del campo, sorge il “Fiore di Jasenovac”, il monumento-simbolo progettato dall’architetto e artista serbo Bogdan Bogdanovic. Tutt’attorno, nel terreno reso paludoso dalla pioggia e dalle frequenti esondazioni della Sava, s’intravedono i tumuli che fanno parte dell’assetto paesaggistico del memoriale. Piccole alture erbose che si ergono dove c’erano le baracche e dove i detenuti conobbero atrocità, sofferenze ed esecuzioni. Il tutto in un paesaggio silenzioso, in un luogo – come Bogdanovic stesso volle indicare – “angoscioso, profanato dal crimine”.

 

Zagabria

ZAGABRIABella, elegante Zagabria, dal profilo austro-ungarico,ci accoglie senza la pioggia fastidiosa che ci ha accompagnati per il resto del viaggio. La capitale della Croazia, adagiata tra le pendici meridionali del monte Medvednica e la sponda nord della Sava, è da sempre un centro importantissimo per gli scambi e per i traffici tra l’Europa centrale e l’Adriatico. Una città che offre una forte immagine di sé, coesa, unita. Pensare che durante il XIV secolo e quello successivo, era divisa in due centri – Gradec e Kaptol – che cercarono costantemente di danneggiarsi a vicenda. Al tempo di quelle lunghe dispute, la città vescovile poteva scomunicare Gradec, che rispondeva con i fatti, incendiando la rivale. I due centri collaboravano solo per motivi commerciali, come le tre grandi fiere, della durata di due settimane, che si svolgevano nel corso dell’anno. Solo all’inizio del XVII secolo, Gradec e Kaptol divennero un’unica città, Zagabria. Durante gli anni della seconda guerra mondiale, dal 1941 al 1945, Zagabria fu la capitale dello Stato Indipendente di Croazia retto da Ante Pavelić, leader degli Ustascia, i croati ultra-nazionalisti che promossero la pulizia etnica dello stato contro i serbi, gli ebrei e i rom. Al termine del conflitto la città divenne capitale della Repubblica Socialista di Croazia. Quarantasei anni dopo la liberazione, nel 1991,l’allora presidente Franjo Tuđman dichiarò l’indipendenza della Croazia, scatenando la reazione bellica della Serbia.

 

Lubiana

LUBIANAAnche Lubiana, capitale della Repubblica Slovena è un gioiello d’arte e architettura, con il suo centro storico in stile barocco e Art Nouveau. Ciascun quartiere conserva la sua impronta storica: medioevale, barocca o liberty anche se, tutta la città porta il segno  delle incredibili opere dell’ architetto urbanista Jože Plečnik a cui, dagli Anni Venti fino all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, venne affidato il compito di ridisegnare la città adattandola secondo i suoi gusti. Ovviamente l’intera città risente molto dell’influenza della vicina Austria. Sulla collina, di Grajska Planota la severa moledel castello domina dall’alto la città adagiata sul fiume Ljubljanica  e il centro storico dove si trovano   i maggiori monumenti. Anche Lubiana è un crocevia della storia balcanica e ,durante il secondo conflitto mondiale, nel 1941, fu occupata e annessa dall’Italia. L’intera città e il territorio circostante (la Bassa Carniola) divennero così una provincia italiana della regione Venezia Giulia, di cui Lubiana fu capoluogo con sigla automobilistica LB. Per contrastare la rivolta della popolazione locale, nella notte fra il 22 e il 23 febbraio 1942, le autorità militari italiane cinsero con filo spinato e reticolati l’intero perimetro di Lubiana,disponendo un ferreo controllo su tutte le entrate e le uscite. Il recinto era lungo ben 41 chilometri e furono arrestati circa 19 mila uomini, dei quali poco meno di un migliaio  furono deportati nei campi di concentramento. Le violenze non terminarono lì e, fino all’8 settembre 1943, le autorità militari italiane fucilarono, per rappresaglia, oltre 100 ostaggi presso la cava abbandonata Gramozna jama, nella periferia di Lubiana. Dopo l’occupazione tedesca del Litorale Adriatico nel maggio 1945, esercito del Reich e milizie nazionaliste slovene si arresero all’armata partigiana  di Tito. Così,fino all’indipendenza del 1991, la città divenne capitale della Repubblica socialista di Slovenia.Dopo una breve tappa a Capodistria, il nostro viaggio prosegue verso Trieste.

 

Risiera di San Sabba (Trieste)

La visita alla Risiera di San Sabba è d’obbligo. Il grande complesso di edifici dello stabilimento per la pilatura del riso – costruito nel 1898 nel periferico rione di San Sabba – venne dapprima utilizzato dall’occupatore nazista come campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l’8 settembre 1943 ( lo Stalag 339). Poim verso la fine di ottobre di quell’anno, venne strutturato come Polizeihaftlager (Campo di detenzione di polizia), destinato sia allo smistamento dei deportati in Germania e in Polonia e al deposito dei beni razziati, sia alla detenzione ed eliminazione di ostaggi, partigiani, detenuti politici ed ebrei.

Nel primo stanzone posto alla sinistra di chi entra c’era la “cella della morte”. Qui venivano stipati i prigionieri tradotti dalle carceri o catturati in rastrellamenti e destinati ad essere uccisi e cremati nel giro di poche ore. Secondo testimonianze, spesso venivano a trovarsi assieme a cadaveri destinati alla cremazione. Proseguendo sempre sulla sinistra, si trovano, al pianterreno dell’edificio a tre piani in cui erano sistemati i laboratori di sartoria e calzoleria, dove venivano impiegati i prigionieri, nonché camerate per gli ufficiali e i militari delle SS, le 17 micro-celle in SAN SABBAciascuna delle quali venivano ristretti fino a sei prigionieri, Queste celle erano riservate ai partigiani, ai politici, agli ebrei, destinati all’esecuzione a distanza di giorni, talora settimane. Le due prime celle venivano usate a fini di tortura o di raccolta di materiale prelevato ai prigionieri: vi sono stati rinvenuti, fra l’altro, migliaia di documenti d’identità, sequestrati non solo ai detenuti e ai deportati, ma anche ai lavoratori inviati al lavoro coatto (tutti i documenti, prelevati dalle truppe jugoslave che per prime entrarono nella Risiera dopo la fuga dei tedeschi, furono trasferiti a Lubiana, dove sono attualmente conservati presso l’Archivio della Repubblica di Slovenia). Le porte e le pareti erano ricoperte di graffiti e scritte: l’occupazione dello stabilimento da parte delle truppe alleate, la successiva trasformazione in campo di raccolta di profughi, sia italiani che stranieri, l’umidità, la polvere, l’incuria – in definitiva – degli uomini hanno in gran parte fatto sparire graffiti e scritte. Ne restano a testimonianza i diari dello studioso e collezionista Diego de Henriquez (ora conservati dal “Civico Museo di guerra per la pace” a lui intitolato), ove se ne trova l’accurata trascrizione; alcune pagine sono riprodotte nel percorso della mostra storica. Nel successivo edificio a quattro piani venivano rinchiusi, in ampie camerate, gli ebrei e i prigionieri civili e militari destinati per lo più alla deportazione in Germania: uomini e donne di tutte le età e bambini anche di pochi mesi. Da qui finivano a Dachau, Auschwitz, Mauthausen, verso un tragico destino che solo pochi hanno potuto evitare. Nel cortile interno, proprio di fronte alle celle, sull’area oggi contrassegnata dalla piastra metallica, c’era l’edificio destinato alle eliminazioni – la cui sagoma è ancora visibile sul fabbricato centrale – con il forno crematorio. L’impianto, al quale si accedeva scendendo una scala, era interrato. Una canale sotterraneo, il cui percorso è pure segnato dalla piastra d’acciaio, univa il forno alla ciminiera. Sull’impronta metallica della ciminiera sorge oggi una simbolica Pietà costituita da tre profilati metallici a segno della spirale di fumo che usciva dal camino. L’edificio del forno crematorio e la connessa ciminiera vennero distrutti con la dinamite dai nazisti in fuga, nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945, per eliminare le prove dei loro crimini, secondo la prassi seguita in altri campi al momento del loro abbandono. Tra le macerie furono rinvenute ossa e ceneri umane raccolte in tre sacchi di carta, di quelli usati per il cemento. Tra le macerie, fu inoltre rivenuta la mazza la cui copia, realizzata e donata da Giuseppe Novelli nel 2000, è ora esposta nel Museo (l’originale è stato trafugato nel 1981). Triestini, friulani, istriani, sloveni e croati, militari, ebrei: bruciarono nella Risiera alcuni dei migliori ”quadri” della Resistenza e dell’Antifascismo. Quante sono state le vittime? Calcoli effettuati sulla scorta delle testimonianze danno una cifra tra le tre e le cinquemila persone soppresse in Risiera. Ma in numero ben maggiore sono stati i prigionieri e i ”rastrellati” passati dalla Risiera e da lì smistati nei lager o al lavoro obbligatorio.

 

Trieste, molo Audace

Il cerchio sta per chiudersi e seppure il nostro viaggio finirà a Torino, dove è iniziato, l’ultima tappa a Trieste – lasciata la Risiera – è qui: al molo Audace, in pieno centro città, a pochi passi da Piazza Unità d’Italia, sul molo che  separa il bacino di San Giorgio dal bacino di San Giusto del Porto Vecchio. Esattamente lì dove, cent’anni fa (al tempo in cui era ancora chiamato Molo San Carlo) ,gettò l’ancora la corazzata austriaca Viribus Unitis, sbarcando le salme dell’Arciduca  Francesco Ferdinando e della moglie Sofia,morti in quell’attentato di Sarajevo che cambiò la storia del Novecento. Lì, dove il  3 novembre del 1918, alla fine della prima guerra mondiale, la prima nave della Marina Italiana ad entrare nel porto di Trieste e ad attraccare al molo San Carlo fu il cacciatorpediniere Audace, la cui ancora è ora esposta alla base del faro della Vittoria. E’ un luogo simbolico, degli arrivi e degli incontri, nella città stretta tra il Carso e il mare. TRIESTERiassume un po’ l’intero confine orientale che è stato spazzato di continuo dai venti della Grande Storia. Un mosaico di mare, rilievi ed altopiani che è stato teatro di incontri e di scontri.Le battaglie maledette della Prima Guerra Mondiale, il pugno duro del fascismo di frontiera, le crudeltà della seconda Guerra Mondiale, con l’occupazione nazista, il ruolo del fascismo di Salò, la dura lotta partigiana jugoslava, l’orrore delle foibe, l’esodo imposto agli Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia e l’imposizione di confini di Stato nel 1947 hanno soffocato queste  terre tra violenze e fili spinati, sfregiando e prosciugando un’antica e variopinta comunità di genti. Sul confine orientale le linee di confine hanno diviso come mannaie il territorio, prima tra Italia e Jugoslavia, e poi – nel 1991 – fra Italia, Slovenia e Croazia, spezzando tragicamente comunità, famiglie,esistenze individuali, abitudini quotidiane e commerci di lungo corso, segnando per decenni la vita pubblica di quelle terre. E più in giù, in terra erzegovese e bosniaca, dove i ponti che univano furono abbattuti e il “secolo breve”, il Novecento, iniziò cent’anni fa a Sarajevo, per finire poi, nel sangue dei conflitti e degli assedi con le guerre di dissoluzione della Jugoslavia negli anni ’90.

 

 Marco Travaglini

Fine

(La prima parte è pubblicata nell’archivio della rubrica STORIA)