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Una splendida spirale

di ilTorinese pubblicato venerdì 26 settembre 2014

Eloisa, gli occhi celesti e i capelli rossicci raccolti in un  perfetto chignon di ceramica sopra la piccola nuca, era quella che si dice una rara bellezza. Elegante, affusolata, snella e aggraziata : mai un ciuffo ribelle, una piega sul vestito celeste dall’ampia gonna a pieghe, né una macchia sui piedini vestiti di calze di seta candida e scarpine col fiocco. Una bambola incantevole, con lunghe ciglia ramate  per guardare il mondo

 

lola2Il pianoforte declinava la sua melodia e la bambola di porcellana dondolava  la testa ritmicamente, gli occhi socchiusi, un sorriso beato sulle labbra dipinte. Era bianca come la neve che scorreva lenta fuori dalla grande finestra, maestosa e affacciata sul giardino d’inverno. Eloisa, gli occhi celesti e i capelli rossicci raccolti in un  perfetto chignon di ceramica sopra la piccola nuca, era quella che si dice una rara bellezza. Elegante, affusolata, snella e aggraziata : mai un ciuffo ribelle, una piega sul vestito celeste dall’ampia gonna a pieghe, né una macchia sui piedini vestiti di calze di seta candida e scarpine col fiocco.

 

Una bambola incantevole, con lunghe ciglia ramate  per guardare il mondo. E lei non si perdeva nulla: non le estati  con le la luce che entrava a fiotti in casa e gli schiamazzi dei bambini sugli alberi fuori, né  le primavere  profumate di fiori di campo e lavanda, il polline  fluttuante in controluce.

 

Neanche gli autunni, che sembravano infuocare gli alberi, e il profumo della frolla dei biscotti,  con le tazze di the sparse per il salone, gambe distese  languidamente sui divani di velluto. Né gli inverni, lunghi e ovattati come un sogno mattutino, le coperte scozzesi e le vestaglie da camera.Eloisa amava tutto e di tutto silenziosamente si preoccupava: che le candele  fossero accese per gli ospiti, la tavola  sontuosamente apparecchiata e i fiori sempre freschi nei lunghi vasi di cristallo. Era consapevole di vivere  in un piccolo angolo, in una piccola villa, in una piccola città, in un piccolo mondo (aveva sentito gli uomini parlare dell’universo e aveva riflettuto sulla teoria della sua  continua, infinita, meravigliosa espansione). E conosceva la propria condizione, immobile e fragile, ma non se ne preoccupava: la sua grande paura non era cadere a terra e frantumarsi in mille pezzi, lei temeva una fine ingloriosa per il suo guerriero, il samurai che svettava poco più in là, lucente e colorato, i capelli stretti in una coda di cavallo nerissima. Non potevano toccarsi, dopo molti anni di vicinanza (la padrona li voleva  fianco a fianco, una coppia improbabile , lei diafana e quieta, lui maestoso e scuro come la notte, un  lungo  pugnale nella cintola) li avevano divisi.

 

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Non potevano neanche più guardarsi, erano messi di schiena. Che storia d’amore la loro. Così intensa, appassionata, improbabile. Per anni avevano vissuto della prossimità fisica, dei loro corpi vicini e caldi, per quanto può essere calda la porcellana. (Può essere incandescente). E poi in un attimo li avevano separati, avevano trovato un mobile giapponese per lui, un samurai unico, un rarissimo esemplare, così l’avevano chiamato. E in un attimo era finito dentro una vetrina chiusa a chiave. Il samurai e la fanciulla di ceramica non potevano avere figli, accendere il fuoco allegramente come i propri padroni, litigare, sbattere le sedie, avere animali, non potevano fare niente. Tutto quello che i padroni di casa facevano senza saperlo era loro negato, ma cosa importava?

 

E cosa importa se adesso sono lontani? Il loro amore, che non avrà futuro, che non avrà matrimonio né figli né un domani, in qualche lontana galassia vivrà ancora, sarà vivo, si starà sviluppando come una splendida spirale.

 

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Federica Billone

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