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“E’ l’essenza del lago. Bisognerebbe imprigionarla come i profumi..."

Solstizio d’inverno

di ilTorinese pubblicato venerdì 2 dicembre 2016

Il 21 dicembre, solstizio d’inverno, è il giorno più breve e più buio dell’anno. All’Isola – davanti a Orta –  sono arrivato in barca, remando di buona lena, senza troppa fatica. L’avevo ormeggiata il giorno prima  alla Bagnera e da lì sono partito. Da solo. Le correnti sono state generose e hanno lasciato in pace questo braccio di lago. Persino il vento, che per dieci gironi ha sparso freddo e gelo, ricordandoci che in montagna la neve è già scesa copiosa,  è più calmo. Un timido sole, dall’aria ammalata,al rintocco del mezzogiorno, lascia il suo segno sul selciato davanti al grande campanile, proiettando l’ombra più lunga di tutto l’anno.

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Attorno al poco d’azzurro il cielo è cupo, ventoso. Le nuvole si muovono lentamente, pesanti, verso nord. Non sembrano aver fretta, quasi dispiacesse loro di lasciare il lago. Indugiano, rallentano. Appaiono come indecise; forse non sanno se mutare in pioggia e neve l’umidità che hanno accumulato e lasciare che quest’ultima scenda sulle case e sulle strade che da Nonio e Pettenasco, tra una sponda e l’altra, vanno verso Omegna, o trascinarla oltre i monti della Valle Strona ad occidente o  sui contrafforti del Mottarone, a oriente. Ho la testa che mi duole, il cuore stanco e le gambe di piombo. Luigi, il nostro amico “Gigi”, è morto l’altro ieri. E’ successo così, in un attimo: gli si è fermato il cuore mentre stava mettendo in acqua la sua “Brezza del Cusio”. Anselmo, dal pontile grande,  ha visto la scena e, compreso il dramma, si è precipitato in soccorso. Ma era già tardi. In pochi secondi Luigi ha cessato di vivere, riverso sulla sua barca. “Morto da pescatore”, sentenziò Anselmo, magonando a denti stretti. Quando l’abbiano saputo è stata, per tutti noi, una mazzata. Non ci volevamo credere ed invece è andata così. L’hanno portato, per il rito funebre, qui all’Isola, nella Basilica. Luigi,a  modo suo, credeva. Era devoto a San Giulio e spesso lo sentivamo cantilenare, quando andavamo a funghi nei boschi del Cusio, questa nenia: “San Giuli e san Giuliàn, ch’i m’vardin dai serp, dai bis e dai can, e dai cativ crìstian”. Pareva salmoidiasse come un reverendo intento a dir messa. Lui, uomo di lago, era terrorizzato dai serpenti e San Giulio, nemmeno a farlo apposta, era il Santo che poteva – più e meglio di ogni altro – offrirgli protezione. “ Sapete, forse è vero che un tempo l’Isola era uno scoglio infestato da serpi e draghi e che San Giulio si era dato un gran da fare per scacciarli”, ci diceva, tutto serio. “Va là, Gigi. La verità è che ti ghè una fifa bleu dai biss e ti credat qualunque roba par scascià via la silenzio-ortapaura”, lo prendevamo in giro. Ma lui, niente: insisteva con la storia di San Giulio che , dopo essersi rifugiato da queste parti con il fratello Giuliano, fuggendo dall’isola greca di Egina , decise di costruire proprio sul questo lembo di terra che sembrava galleggiare sul lago la sua chiesa. Non riuscendo a trovare una barca, stese in acqua il mantello e vi venne trasportato dalle onde combattendo la tempesta col bastone. La sua predica fu talmente efficace da sconfiggere i mostri dell’isola e così, nel 390, fondò la Basilica e lì volle essere sepolto. Gigi, come si diceva, era, a suo modo, un “credente” e da quando era scampato ad una brutta tempesta sul lago, dalle parti della Punta di Crabbia, teneva nella cassetta degli attrezzi da pesca, ben riparata in una busta di plastica, l’immaginetta del Santo. L’aveva ricevuta in dono dalle Benedettine e non se ne separava mai. “Porta bene, sai? Dovresti tenerne una anche tu”; un invito, il suo, quasi sussurrato, espressione del suo modo di fare, garbato,misurato. Sapeva bene dei miei dubbi, della reticenza che mostravo verso la religione. Non voleva insistere ma, sorridendo sotto i baffetti fini, mi pregava di “tenerne conto. Non si sa mai, nella vita. Credere non può che far del bene anche a un mangiacristiani come te”. Era davvero un bel tipo, Luigi. Era… E adesso siamo qui, tutti. Gli amici, i conoscenti, i pochi e lontani parenti. Le tre navate della Basilica sono poco illuminate e sulle mura e sui soffitti si riverbera il vago e tremolante bagliore delle candele accese. Nella parte più alta si apre una piccola finestra a croce e da lì scende un debole e tenue raggio di luce. Sembra quasi voglia accarezzare il pulpito: un ambone scolpito nella pietra grigio verdastra di Oira che, al contatto con l’aria,  cambia colore e

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assume una tinta simile al bronzo. La luce sembra quasi che voglia far vivere le figure scolpite: il grifone che afferra un coccodrillo; un’aquila, che regge il leggìo, simbolo di San Giovanni; una figura maschile e un leone alato; un angelo, simbolo di San Matteo; un motivo decorativo a foglie e un bue, simbolo di Luca, che regge il vangelo; infine, un centauro che s’accompagna ad un gruppo di animali. Le parole del parroco di Orta risuonano sotto le volte affrescate e pare vogliano prendere la via della cripta che custodisce l’urna d’argento che conserva le spoglie di San Giulio. M’immagino che vogliano far sapere anche a lui di Gigi, per informarlo – se non lo sapesse già – che il nostro amico sta per raggiungerlo in quella parte del paradiso dove la gente di lago riposa in pace. Il parroco, che lo conosceva bene,  parla di Luigi chiamandolo “fratello”. Si intravvede un filo di tristezza anche nel suo sguardo, nonostante ne annunci l’ascensione al Regno dei Cieli, facendosi  forza della Parola di Dio, richiamando l’insegnamento di San Giulio nella lotta fra il male e il bene. Sono frastornato. Esco dalla Basilica. Il fumo delle candele si è fatto più intenso e l’odore mi stordisce. Fuori dal portone, dopo pochi passi, s’intravede il lago. E’ più scuro. Il poco sole che c’era è sparito dietro a nuvole scure che risalgono dalla bassa. Segno che stasera o stanotte, forse, nevicherà.  Il freddo, un freddo umido, s’infila sotto i vestiti e mi fa rabbrividire. M’incammino lungo la via del Silenzio che, insieme alla via della Meditazione, racchiude e esaurisce le vie, costeggiando le vecchie mura per l’intero perimetro dell’Isola. Mi accorgo, quasi stupito, che ilorta-silenzio-3 passo è deciso. Sento il bisogno di muovermi. Le tempie pulsano e il cuore mi sale in gola. Avverto la vertigine, il vuoto dentro di me e una forte, dolorosa nostalgia per tutte le bricconate che abbiamo fatto in compagnia di Luigi. Chi mi vedesse così, ora, che penserebbe ? A un tipo strano che cammina con la testa tra le nuvole? Ad un anima in pena e in cerca di pace? A un pazzo che, come l’Orlando furioso, ha perso la testa e ripone l’ultima ( e unica ) speranza in un Astolfo che, a cavallo di un Ippogrifo, voli sulla luna per recuperargli l’ampolla che contiene il suo senno? Per fortuna non c’è in giro anima viva. L’isola appare deserta. Tutti sono ancora a messa e si può camminare soli e senza stancarsi mai di farlo. Camminerei per sempre, fino a stordirmi. Ogni angolo , ogni scorcio riaccende ricordi come lampi di luce. Un vecchio muro sbrecciato, il lampione dalla luce che si riverbera fioca sull’acqua scura del lago, una darsena chiusa da un vecchio e arrugginito cancello. Alle immagini s’affiancano spezzoni di discorsi. Parole, risa. Talvolta lacrime. Ci sono, in fondo alla viuzza che porta al lago, due barche a remi tirate in secca con le fiancate di legno vecchio che s’appoggiano l’una all’altra, quasi volessero sostenersi a vicenda e farsi compagnia. La memoria si riavvolge rapida come nei filmati in bianco e nero delle comiche  e torna indietro negli anni, alle sere di pesca e di chiacchiere, alle bevute che finivano in allegria, con larghi scoppi di risate. Luigi non aveva la “ciucca triste”. Beveva ( non poco, mai troppo) e rideva, allegro come un bambino. Raccontavamo storie che sapevamo a memoria ma che ogni volta ci sembravano nuove. Quanti ricordi! Alzo lo sguardo verso le finestre  senza luce degli abbaini:paiono occhi chiusi.Dai camini del Convento escono degli esili fili di fumo, quasi che le monache si scaldassero con parsimonia, al risparmio. Sosto un po’ vicino al pozzo e poi torno sui miei passi. A quest’ora la messa è senz’altro finita. Penso a Luigi, che starà terminando la sua ultima traversata fino alla stretta viuzza che sale ai piedi del Sacromonte, oltre il cancello di ferro battuto del Camposanto. Infatti,non c’è più nessuno. Provo a spingere il pesante portone della Basilica: resiste, è sbarrato. Gli amici hanno capito che volevo star solo e se ne sono andati. Di barche, all’attracco, c’è rimasta solo la mia. Stasera ci troveremo tutti, come d’accordo, all’osteria dei Sambuchi; e lì saluteremo adeguatamente , alla nostra maniera, Luigi. C’è ancora luce.

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Siedo sul muricciolo, le spalle alla Chiesa. Guardo verso Orta. E’ breve la distanza che separa l’Isola dal palazzotto di piazza Motta e dal dedalo di viuzze che si stanno illuminando. E’ ora di andare, prima che calino le ombre della sera. Anche il lago pare patire il freddo: freme, rabbrividisce sotto il mio sguardo e, tra le onde più lontane, quelle che vanno a lambire le vecchie pietre della riva, i riflessi delle luci si sciolgono e si ricompattano seguendo l’ondeggiare della superficie. Ne intuisco il suono e questo ritmare dolce dello sciacquìo mi rimanda alle cantilene dell’infanzia. Mi accorgo di pensare ad alta voce. Mi accade, talvolta. Penso a quanto sono fortunato. Mi alzo,lentamente. Le ginocchia fanno male, quanto se non più della schiena. Chiudo gli occhi e annuso il vento: sento l’odore dell’alga e delle foglie. “E’ l’essenza del lago. Bisognerebbe imprigionarla come i profumi e quando sei lontano e provi nostalgia, liberarla con uno spruzzo per consolarti l’anima”. Così ci disse Luigi, una lontana sera d’ottobre guardando il tramonto dal pontile di Pella. Adesso l’unico odore che potrebbe sentire è quello della terra appena smossa. Ma Luigi non avverte e non sente più niente. Nemmeno il peso di quella terra che tiene fermo e immobile lo scafo di legno nel quale riposa. Uno scafo che non è fatto per navigare tra le onde del lago.

Marco Travaglini