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È INIQUO (MORALMENTE) CHE UN'IMPRESA POSSA SPOSTARE LA PROPRIA SEDE LEGALE IN UN ALTRO PAESE ANCHE DELLA STESSA UNIONE EUROPEA PER PAGARNE DI MENO

Sogno impossibile: l’eliminazione dei Paradisi fiscali e del puzzle delle tasse?

di ilTorinese pubblicato giovedì 9 novembre 2017

Si parla spesso dei guasti del “Villaggio globale”e delle sue contraddizioni e mi ritorna in mente una frase di Indro Montanelli sulla mole spropositata di lavoro dei giapponesi in confronto a quella degli italiani. Di anni ne sono passati molti e i giapponesi lavorano sempre allo stesso modo e, ora come allora, il rimedio è far lavorare meno i giapponesi (lo stesso vale per i cinesi ecc). Un altro guasto che ci dà la globalità è la possibilità di delocalizzare e produrre all’estero in Paesi meno costosi, ma anche altrettanto in Patria senza regole. Su un altro fronte, anche per le tasse vale la stessa cosa, in Belgio così come in Inghilterra e Irlanda, ma anche ad Hong Kong e Singapore e via di seguito, le tasse sono meno opprimenti e chi può vi si sposta. Ciononostante, dai risultati del recente scandalo sui “Paradisi fiscali”, salta fuori che chi deve pagarle, non si accontenta mai e non gli basta pagare meno, ma vuole praticamente azzerarle. Persino la regina di Inghilterra che, di tasse ne paga già con lo sconto, se ne è fatto uno ulteriore ricorrendo ad un Paradiso fiscale ed è così incappata nello scandalo dei “Paradise Papers”. Comunque sia, è in buona compagnia. Tanto per citare alcuni nomi eccellenti: Madonna e Bono, leader degli U2, il co-fondatore di Microsoft, Paul Allen, Noor di Giordania, il finanziere George Soros, Twitter, Facebook, Nike, Adidas e tanti altri. Accomunati tutti dal desiderio di non pagare e per questo nascondendo buona parte delle loro ricchezze nei paradisi fiscali, approfittando di scatole cinesi, del segreto bancario e delle scappatoie offerte dalla legge per evitare di pagare le imposte ricorrendo all’ingegneria finanziaria. Ma assieme all’evasione stavolta emergono anche legami inquietanti, come quelli che collegherebbero Wilbur Ross, segretario al Commercio del presidente Usa Donald Trump, a una società che vede tra i suoi comproprietari il genero del capo del Cremlino, Vladimir Putin. I Paradisi fiscali sono ben 19 e quindi c’è solo l’imbarazzo della scelta, ma anche gli istituti giuridici per eluderle, come il Trust ( di origine anglosassone ha la finalità di separare dal patrimonio di un soggetto, alcuni beni per il perseguimento di specifici interessi a favore di determinati beneficiari oppure per il raggiungimento di uno scopo determinato). Tale strumento è considerato “legittimo” in virtù della ratifica anche Italia per via della ratifica della Convenzione dell’Aja del 1 luglio 1985, entrata in vigore il 1 gennaio 1992. A questo Istituto, ha fatto ricorso anche il primo ministro canadese Justin Trudeau con il Trust delle isole Cayman. Ma è in buona compagnia,infatti ce n’è un altro intestato all’ex generale Wesley Clark, già comandante supremo della Nato in Europa così come quelli per la gestione dei fondi segreti della multinazionale Glencore, quotata a Londra, nei suoi sforzi per assicurarsi diritti di estrazione nella Repubblica democratica del Congo senza dimenticare le operazioni offshore architettate da due miliardari russi per rilevare quote nei club di calcio della Premier League Arsenal ed Everton. Non entriamo nel merito dell’evasione, ma è iniquo (moralmente) che un’impresa possa spostare la propria sede legale in un altro Paese anche della stessa Unione Europea per pagarne di meno.Se nemmeno nella UE, dove si stabiliscono le misure di commercializzazione delle banane, non si riesce ad avere tassazioni uguali per tutti, figuriamoci che cosa può succedere nei 19 Paradisi fiscali che forse sono anche in numero maggiore!

 

Tommaso Lo Russo