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Asparagi e immortalità dell’anima

Serata in piola tra delizie e richiami letterari

di ilTorinese pubblicato venerdì 7 luglio 2017

di Giuliana Prestipino

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E’ ora di finirla con tutte queste disquisizioni sul cibo e le pietanze. E’ come voler tentare di attribuire un senso ad un incontro amoroso. Non è possibile. Eppure, a quanti non è capitato di argomentare animatamente su una minestra di lenticchie destrutturata o sui mirabolanti accostamenti tra sarde fritte e mozzarella di bufala? E alzi la mano chi non ha mai immortalato almeno una volta nella vita un piatto così bello e colorato da sembrare un’opera d’arte. Siamo approdati in una nuova era. Quella in cui il cibo si è trasformato in un’esperienza estetica e intellettuale prima ancora che sensuale. Un grande umorista del Novecento, Achille Campanile, acuto osservatore dell’animo umano, tentò in un sagace e spassoso racconto appunto intitolato “Asparagi e immortalità dell’anima” associazioni quanto mai insolite ed ardite tra il cibo e le alte riflessioni filosofiche. Paradossali, funambolici e bizzarri gli ipotetici legami che unirebbero gli asparagi e l’immortalità dell’anima. Ma Campanile finì per concludere rassegnato: “Da qualunque parte si esamini la questione, non c’è nulla in comune fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima”. Bene. In questa rubrica sulla ristorazione torinese cercheremo, per quanto ci è possibile, di non cadere in arzigogolati intellettualismi, ma di catturare l’anima e l’atmosfera del locale e di assaporare l’esperienza a tavola per quello che in fondo è: un tuffo nella parte più autentica di noi. Perché è a tavola che ci si mette comodi e ci si abbandona a quella sana gioia di vivere in compagnia. Ci riusciremo?

GP

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Trattoria Valenza

“Che belle serate si facevano qui una volta con una brunetta…”. Commenta così l’anziano oste con i nostri vicini di tavolo mentre aspettiamo il menu. E come un padrone di casa molto attento offre subito ai suoi ospiti del buon vino, proprio quello che lui berrebbe la domenica in famiglia. Va e viene dalla cucina e chiacchiera. Chiacchiera dei bei tempi andati. Frammenti di ricordi di un tempo che non torna ma che si respira nell’aria, nei quadri degli antiquari del Balôn, nelle antiche credenze di legno, negli orologi a pendolo che fanno da arredo al locale. Nel cuore del “Burg dij strass”, borgo di stracci, così come veniva chiamato il Balôn si trova la Trattoria Valenza. Un piccolo tempio che custodisce l’anima più popolare e antica di Torino e gli echi letterari e cinematografici del primo vero giallo italiano, “La donna della domenica” di Fruttero e Lucentini.

Da qui sono passati carrettieri, stallieri, osti, maniscalchi, facchini, venditori ambulanti e artigiani, rigattieri, arrotini, straccivendoli, ma anche Marcello Mastroianni nei panni del commissario Santamaria. In questa trattoria che è la piola per eccellenza, è possibile assaporare la vera cucina piemontese senza fronzoli o rivisitazioni audaci, godendo di ritmi più umani che sanno di civiltà antica. Il menu è alla carta. Abbondante e fresco l’antipasto misto piemontese con i grandi cavalli di battaglia: tomini, acciughe al verde, carne cruda, peperoni con bagna cauda, vitel tonnè, tocchetti di frittata, sedano e gorgonzola, coppa e melanzane grigliate. Apprezziamo molto il pane casereccio e i grissini grossi e non confezionati. Come primo scegliamo degli ottimi agnolotti al ragù di carne. Nonostante le porzioni siano abbondanti e una bottiglia di Arneis se ne sia già andata (la serata è molto calda e il rosso della casa forse ci avrebbe stordito), non resistiamo alla tentazione di ordinare il secondo. Polpette al sugo, due, ma giganti e gustose, e la frittata di erbe morbida e saporita. Alle 21.40 si sentono i rintocchi di una delle pendole appese alla parete accanto alla cucina. Incuriositi chiediamo alla cameriera perché suona proprio alle 21.40. Risposta: “Considerando il posto non credo possa avere un senso, perché qui dentro nulla ha un senso”. Ci guardiamo e sorridiamo. Musica per le nostre orecchie che cercavamo proprio un luogo sospeso e lontano dai ritmi frenetici della città, a metà strada tra la trattoria di paese e il pranzo in famiglia. Ormai le due salette sono piene e ci stupiamo perché è un afoso martedì di giugno e la cucina piemontese non è propriamente estiva. Il padrone di casa si è ormai accomodato su una sedia di legno davanti all’entrata per prendere una boccata d’aria. Fuma rilassato e il suo sguardo assorto si perde un po’ in fondo alla strada e un po’ in cielo. Sembra un Camilleri in versione sabauda, pronto a raccontare gli aneddoti più insoliti e divertenti che hanno animato la trattoria. Gli altri famigliari, che mandano avanti con lui il ristorante, continuano a fare gli onori di casa in modo efficiente con gli avventori che sembrano essere, alcuni, degli habituè, dal modo informale con cui si intrattengono. Ci si sente a casa. Siamo al dolce. Imperdibili la macedonia, la torta di mele e il caffè della casa corretto con liquore e limone, una specie di moretta fanese.

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TRATTORIA VALENZA

Indirizzo: Via Borgo Dora 39, tel. 011 5213914

Prezzo medio (bevande escluse): € 25-30

Orario cucina: 12-14.30, 20-22.30

Chiusura: domenica e lunedì; aperto a pranzo la seconda domenica del mese in occasione del Gran Balôn

Ferie: agosto

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Da “La donna della domenica”, il  film del 1975 diretto da Luigi Comencini tratto dall’omonimo romanzo del 1972 di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, in parte ambientato al Balon di Torino