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Quante cose sono passate e quanto siamo cambiati?

Russia 2018. Ma non è che, forse…

di ilTorinese pubblicato mercoledì 11 luglio 2018

Spigolature d’opinione a quattro partite dalla fine dei Mondiali in Russia

Ma non è che, forse, venir eliminati dalla Svezia ci ha insegnato che niente è too big to fail?

Ma non è che, forse, è la volta buona ed impariamo a non arrangiarci sempre all’italiana, per cui alla fine la pellaccia la si porta a casa? (chi non ha pensato che sì, in fondo, lo spareggio in qualche modo lo avremmo vinto?)

Ma non è che, forse, vista la strada che ha fatto la Svezia, Ventura non era così male? Poi ti ricordi che giochi contro la Spagna con quattro attaccanti e che gli déi la tracotanza la puniscono sempre, e allora torni sui tuoi passi…

Ma non è che, forse, a guardare i Mondiali dalla TV abbiamo imparato che cosa vuol dire guardare la festa affacciati alla finestra altrui (qualcuno chiedendo “scusi, chi ha fatto palo?”) mentre i fortunati si spartiscono la torta e sentirsi un po’ sottosviluppati?

 

Ma non è che, forse, vedere i tifosi delle altre nazioni riempire gli spalti a noi negati ci fa capire che a isolarti ci perdi, e rischi di avere torto a prescindere?

 

Ma non è che, forse, l’eliminazione prematura di Germania, Argentina, Spagna e Portogallo ci ha insegnato che:

  • Non si vince con l’esibizione muscolare e la presunzione di essere i primi, qualunque cosa accada ( Germania), se poi a eliminarti è una squadra già con le valigie pronte per il ritorno, che ha deliberatamente deciso di portare a casa almeno il tuo scalpo.
  • Non si vince con il tanto possesso palla, equivalente alle chiacchiere a vuoto (Spagna).
  • Non si vince neppure con l’uomo solo al comando e neppure con il superuomo della provvidenza, visto che né l’Egitto di Salah (infortunato, poveretto), né l’Argentina di Messi né il Portogallo di Ronaldo – indipendentemente dalla prestazione personale – hanno fatto molta strada.

 

Ma non è che, forse, partecipare al mondiale e uscire verosimilmente presto, visto il livello attuale della nazionale, ci avrebbe rovinato questo principio d’estate più del lutto elaborato per tempo da quella piovosa notte di ottobre?

 

Ma non è che, forse, vedere Svezia, Germania e Corea del Sud contendersi la qualificazione nello stesso girone è un gustoso contrappasso dantesco, che “Caina attende chi vita ci spense”?

 

Ma non è che, forse, partecipare al mondiale per venirne rapidamente eliminati avrebbe soltanto avvelenato ulteriormente il dibattito metacalcistico su chi mettere e non mettere, sul convocare questo e quest’altro, sull’importanza degli stranieri o sul fare tutto in casa?

 

Ma non è che, forse, lo sport, non è l’oppio che tutto placa, come qualcuno potrebbe pensare rammentando certe interpretazioni di una antica vittoria di Bartali, ma avrebbe soltanto arroventato e complicato gli scontri in un clima dove il dibattito ha già più dello stadio che dell’areopago?

 

Ma non è che forse, vedere l’Iran, la Svezia o l’Islanda difendersi strenuamente e a tutta squadra, sacrificandosi fino all’ultimo minuto, ci insegna di nuovo che il calcio si gioca in undici e che il catenaccio all’italiana ci ha portato lontano?

 

Ma non è che, forse, pur avendo suscitato così tanta simpatia, la delusione di vedere l’Islanda priva di quella luce di due anni fa, incapace di giocare se non per difendere, ci insegna la solidità e la fatica, ma anche la necessità di pensare razionalmente al futuro, per il progresso o semplicemente per buttare un pallone oltre la metà campo?

 

Ma non è che, forse, stante i punti precedenti, quelli che hanno coniugato meglio le varie virtù sono stati i giapponesi, con quella linea del fuorigioco da opera d’arte?

 

Ma non è che allora, se ci fossimo qualificati e avessimo giocato con la grinta e la tenacia dei due europei passati, un po’ avanti saremmo andati?

 

Ma non è che, a forza di delusioni, finiamo come Panama a festeggiare il primo gol dopo averne presi sei, vero? Perché va bene la sportività, ma siamo pur sempre l’Italia…

 

Ma non è che l’eliminazione di Italia, Olanda, Stati Uniti, Germania, Spagna e Portogallo ci dice qualcosa sul mondo che cambia e su quali sono le nazioni che lo guidano…

 

Obiezione: – … beh, ma l’Argentina, il Brasile, mica sono i paesi più ricchi del mondo…

 

Contro obiezione: – … Vero, ma potremmo dire che questo mondiale abbia un che di terzomondista

 

Contro contro obiezione : – Non mi sembra proprio; le africane sono uscite tutte subito, compreso il Senegal sul quale tanto si sperava, mentre in fondo sono arrivate la Francia, la Croazia, il Belgio e l’Inghilterra, nazioni comunque benestanti –

 

– Hai ragione. Delle due l’una, o non si può concludere niente, o è l’Occidente da G7 quello più in affanno, e che ormai le vere prospettive si hanno pensando in termini di G20.

 

– Non del tutto convincente, ma meglio. Sospendiamo il giudizio, ca a l’è mej.

 

Ma non è che, forse, dal calcio non si può cavare nessuna morale?

 

Ma non è che, forse, la Francia multietnica lanciata a tutta velocità verso la finale qualcosa ce lo insegna… ah, ‘sti francesi.

 

Ma non è che, forse, la partita inaugurale tra Russia e Arabia Saudita e il prossimo mondiale in Qatar rappresentano gli orizzonti del mondo futuro, ma non troppo troppo futuro, diciamo fino a quando petrolio e gas non saranno più le risorse fondamentali, cioè entro questo secolo?

Ma non è che, forse, la Russia giunta fino ai quarti di finale è stata sì una soddisfazione, ma non l’arma propagandistica che Putin magari sperava (e quindi buon per noi)?

 

Ma non è che, forse, il vero radical chic è chi esibisce il suo disinteresse compiaciuto per questo mondiale senza tifo fanatico,preferendogli il contemporaneo Wimbledon, i suoi campi in erba, i cartocci di panna e fragole sugli spalti e le magliette candide in campo, e non chi si mette magliette rosse?

 

Ma non è che, forse, il mondiale senza l’Italia ci ha costretti a scegliere per chi tifare, cercando di dare una valutazione oggettiva sulla qualità del gioco espresso e sul valore della squadra, qualcosa che dovremmo fare tutti i giorni in tanti altri campi della vita?

 

Ma non è che, forse, il VAR non è il demonio, ma la prova che non si può vivere come quest’esistenza ci costringe, o come noi ci obblighiamo per non pensare, di immagini istantanee, che ogni cosa va osservata da tutte le angolazioni prima di trarre conclusioni?

 

Ma non è che tra due mondiali, quando le squadre saranno quarantotto (sic), rimpiangeremo questo mondiale e capiremo che la megalomania indiscriminata in nome del denaro, dei diritti televisivi e della pubblicità è tra i mali peggiori che ci affliggono?

 

Ma non è che, forse, trentadue squadre sono comunque poche?

 

Ma non è che, forse, il pallone è un sport appassionante indipendentemente da chi lo gioca, e vedere una bella partita ti fa venire voglia di mettere insieme un gruppo di amici, andare al campetto e divertirti?

 

Ma non è che, e lo dice un animo tendente al pessimismo, dovremmo provare a guardare al futuro con la speranza e l’apertura con cui si aspetta un mondiale di quattro anni in quattro anni?

 

Ma non è che, forse, tutto questo moraleggiare si squaglierà come neve al sole se, come probabile, la Francia vincerà domenica e noi rimugineremo le nostre secolari rivalità?

 

Ma non fa venire una tremenda nostalgia guardare quelle foto ormai un po’ sdrucite di una notte lontana dodici anni, pensare quello che eravamo, in compagnia di persone che magari non sono più qui con noi, più giovani, più felici, meno felici, più ricchi, meno ricchi, più grassi, più magri, più illusi, più disillusi, più ottimisti, più pessimisti…?

Quante cose sono passate e quanto siamo cambiati?

Andrea Rubiola