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“Da Bossoli a Casorati” fino al 17 novembre nelle sale della Galleria Aversa

Ritratti, nature morte e paesaggi che dal XIX secolo s’affacciano al Novecento

di ilTorinese pubblicato mercoledì 31 ottobre 2018

Colpisce per il suo netto staccarsi dal resto delle opere – in questa abituale mostra autunnale ospitata nelle sale della Galleria Aversa di via Cavour 13, a palazzo Luserna-Rorengo di Rorà, diciotto quadri raccolti sotto il titolo Da Bossoli a Casorati che attraversano la seconda metà del secolo diciannovesimo per affacciarsi in quello successivo – la Veduta montana firmata da Andrea Tavernier (nato a Torino nel 1858 e morto a Grottaferrata nel 1932, allievo del Gastaldi), per questo scorcio di alte vette costruito per veloci e grumose pennellate, per tratti che si irrobustiscono sulla tela di colori decisamente materici, biancastri e brevemente rosacei e violacei nascosti nel terreno che sale, di luci che sapientemente illuminano il paesaggio e lo rendono vivificato. Grumi, asprezze, accumuli: a dire quanto si sia lontani dalle rifiniture dell’illustrazione esatta e testimone storica di quelle donne che ostentano il nastro tricolore e di quegli uomini sulla barricata milanese di piazza San Babila durante le Cinque Giornate, mentre le bandiere e il pubblico inneggiano dai balconi a una ritrovata libertà; o come, ancora il ticinese Carlo Bossoli, voglia fotografare con ricchezza di particolari l’angolo veneziano di Santa Maria dei Miracoli, perfetto nello scorcio e nella luce che lo attraversa, o come addirittura voglia testimoniare questo scoglio che s’allunga aspro nelle acque del Pacifico meridionale e altro non è che l’immagine dell’isola di Pitcairn, ultimo rifugio degli ammutinati del Bounty e del loro capitano Christian. Immagini a sottolineare la fotografia del tempo, la descrizione senza se e senza ma di epoche diverse, la volontà di trasmettere sino ad oggi un pezzo di storia, i sentimenti e gli eroismi, il quotidiano, il valore di un racconto.

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Verso casa e Strada di campagna sotto il sole sono le due opere (dell’ultimo decennio dell’Ottocento) che portano la firma di Lorenzo Delleani, uno dei nomi più importanti del paesaggio ottocentesco, che abbracciò dopo aver abbandonato la pittura storica, adagiando sulla tela delicate pennellate cariche di luce e brillanti nei toni. Impressioni, sguardi veloci, la cattura di sensazioni che avvolgono le piccole creature, le sagome imprecise, immerse in un paesaggio più ampio, tra le ombre che attraversano una strada e la luce del sole che colma le tracce incise nel terreno, o mentre s’avvicinano alle ultime case di un piccolo paese, posto dall’artista nella parte inferiore del quadro, su un terreno legato dalla verticalità di quei pochi e fragili alberi al cielo che la fa da padrone e che quasi s’accaparra completa l’attenzione di chi guarda. Di Giacomo Grosso (ritrattista per eccellenza: di cui forse il livornese Vittorio Matteo Corcos, rendendoci con Il banchiere le fattezze di Nathan Semama, figura di spicco della cultura del tempo – siamo nel 1893 – e grande amico di Pietro Mascagni, non possiede la morbidezza e soprattutto l’introspezione esatta e umana dei personaggi) due nature morte, Natura morta con uva e Natura morta con zucche, quest’ultima arricchita di pesche e fichi carnosi, la prima per molte parti eguale (la bellezza dell’uva con i suoi diversi colori, con gli acini colpiti dalla luce, che sfumano nei verdi, nei neri, nei bronzi, con quelli che penzolano dalla superficie del piatto messo al centro) a quel Trionfo d’autunno visto nella mostra dedicata proprio a Grosso nei mesi scorsi, tra l’altro, nelle sale del Museo Accorsi-Ometto. Ancora Cesare Maggi (allievo di Corcos) con Inverno a Bardonecchia, piccolo olio su cartone (23,2 x 28,2 cm), che risente dell’ammirazione che l’artista aveva per le montagne di Giovanni Segantini, per le sue distese innevate.

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Per l’ambientazione, per la ricercatezza delle sete e degli abiti, per una grazia che accompagna la figura femminile di fine secolo, si ammirano i due ritratti di Alpenore Gobbi, L’anello, e di Salvatore Postiglione, Tornano le rondini, permeato di sottile melanconia, il primo capace di conquistare un vasto successo dopo il 1896 in America Latina per continuarlo dal 1912 negli Stati Uniti, il secondo (“forse uno dei migliori acquerellisti della pittura meridionale dell’epoca”, si legge nel catalogo che accompagna la mostra) allievo di Domenico Morelli a Napoli, chiamato a esporre a Firenze come a Berlino e Dusseldorf o ad affrescare il castello di Miramare a Trieste. Ancora notevoli i nomi di Carlo Pittara, di Enrico Reycend (Roberto Longhi lo definì uno dei più originali artisti dell’ultimo quarto dell’Ottocento, tutta da guardare la poesia che attraversa la sua Giornata triste, il mare che si agita e il grigio dell’orizzonte, le barche alla riva e i pescatori che non sono potuti uscire, i due esili alberi beckettiani che non hanno vita), Leonardo Roda. Attento ai temi sociali, alla vita di ogni giorno inframmezzata tra l’amore, il lavoro e il dolore, Luigi Onetti è stato definito da Virginia Bertone “una delle personalità più interessanti della cultura figurativa torinese d’inizio secolo”, i tre suonatori di Les dames n’entrent pas ici (1899) lo testimoniano, silenzioso ritratto di vita, semplice e sincero, immediato nella rappresentazione della stentata quotidianità. Spazzapan con un nervosissimo Canale Michelotti a Torino del 1934 e il Nudo dormiente di Felice Casorati, una tempera su carta, chiudono una mostra assolutamente da vedere (sino al 17 novembre, orario dal martedì al sabato, dalle 10 alle 12,30 e dalle 15,30 alle 19).

 

Elio Rabbione

 

Le immagini:

Lorenzo Delleani, “Strada di campagna sotto il sole”, olio su tavola 31,5 x 45 cm, datato 29.11.94

Luigi Onetti, “Les dames n’entrent pas ici”, olio su tavola, 33,5 x 28 cm, firmato, 1899

Andrea Tavernier, Veduta montana”, olio su tela, 55 x 65 cm, firmato in basso a destra

Felice Casorati, Nudo dormiente”, tempera su carta, 52 x 44 cm, firmato in basso a destra

 

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