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Sugli schermi “Euforia” Valeria Golino per la seconda volta dietro la macchina da presa

Quella malattia senza scampo che riavvicina due fratelli

di ilTorinese pubblicato domenica 28 ottobre 2018

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Valla a cercare, lungo tutto l’arco del film, quell’euforia che Valeria Golino – alla sua seconda esperienza come regista, dopo Miele, riuscitissima – promette. Compare (forse) sotto le vesti dell’affetto completo, della comprensione che non ammette limiti, del riavvicinamento che promette (forse) grandi cose e affetti, nella scena finale, s’allarga sullo schermo, improvvisa, gioiosa, finalmente complice, come un fuoco d’artificio, come quello stormo d’uccelli che prende a zigzagare attraverso il cielo di Roma, tanti piccoli frammenti che si compongono in un corpo unico. Euforia è la storia di due fratelli, un intreccio narrativamente robusto e partecipato dell’autrice in vena intimista ma ben lontana con Valia Santella e Francesca Marciano da ogni facile commozione, tre donne che narrano di uomini (le figure femminili sono accennate, tratteggiate per sommi capi, irrisolte per quel che importava di risolverle) e dei loro sentimenti, dolorosi e sbrindellati, una storia che potrebbe correre il rischio di essere fragile o addirittura scontata nel proprio svolgimento, con il pericolo del già visto, se sempre non vigilassero certe soluzioni e certe verità a frenare e a correggere il discorso della malattia, se la macchina da presa non andasse a cercare certe pieghe inaspettate. La storia di Matteo, innamorato della vita e di tutte le cose – materiali: il denaro, le comode amicizie, gli affari in campo religioso, nella città sporcata di oggi, e gli intrallazzi, la casa con il grande terrazzo, i locali trasgressivi e le tirate di coca – che la vita gli può dare, omosessuale abituato a prendersi il ragazzo che vuole, un compagno accanto che lo adora ma che lui non si sogna nemmeno di andarci a letto. La storia di Ettore, certo non realizzato, insegnante di scienze in una scuola media, da poco tempo s’è separato dalla moglie, qualche attimo di gioia nei giochi con il figlio, dolente, avvizzito, fuori ormai dalla vita, un cancro nel cervello, inoperabile, che Matteo alla notizia gli camuffa da ciste, l’asportazione e sei di nuovo come prima, il professore amico mio mi ha detto il professore mi ha rassicurato, le parole che cominciano a ingarbugliarsi, i ricoveri, le pasticche sempre a portata di mano, una scivolata nel passato con una strisciata di polvere bianca a dirci che forse la perfezione sta da un’altra parte e che i fratelli qualche punto in comune ce l’hanno. Matteo, intraprendendo la sua attività di angelo custode, tenta di mettere il fratello al coperto da ogni più completa conoscenza, lo ospita in casa, gli presta quell’autista e quella carta di credito cui certo non è abituato, lo protegge, gli fa respirare momenti di libertà, la gita al mare con la donna che potrebbe essere la nuova compagna, gli sfoglia illustrati cataloghi di Lourdes per poi scarrozzarlo tra le montagne della Bosnia in qualche pellegrinaggio di ragazzi ispirati, se ne serve quando lo fa sloggiare dalla loro camera perché ha appena trovato una momentanea anima gemella: e i due fratelli si seguono da vicino, si guardano e si conoscono, scoprono qualcosa l’uno dell’altro, scoppiano in quelle verità che vengono a galla in urla e in parole che feriscono e che il giorno dopo non vorresti aver detto. Golino nel suo Euforia – benissimo accolto lo scorso maggio a Cannes nel cartellone di “Un certain regard” – sa calibrare certi momenti del ritrovarsi, certi silenzi e quelle sospensioni che ingigantiscono il racconto, fruga negli sguardi e nei ricordi, nelle cose mai dette, crea con convinzione un mondo altro che accorre in aiuto del presente. Ha a che fare con la malattia e con la morte che non tarderà ad arrivare, come in Miele ci parlava di suicidio assistito, ma sa alleggerire il non facile percorso con un sorriso rubato, con una nota allegra che rovescia il resto della scena, con la vita sopra le righe di Matteo. Che è un Riccardo Scamarcio capace di sostenere il peso maggiore della storia, di convincere per quella faccia da schiaffi che chiunque rifiuterebbe, per il suo sapersi mettere con precisione negli ingranaggi dell’illecito, per guardare il quotidiano dall’alto e farlo suo, completamente. Valerio Mastandrea è Ettore e gioca sapientemente al ribasso, va per sottrazioni, asciuga il proprio personaggio, lo sussurra, abita le retrovie: e in questo apparente nascondersi si dimostra ancora una volta l’eccellente attore che conosciamo, nella umanità dei silenzi e degli sguardi, del perdente.

 

 

Riccardo Scamarcio e Valerio Mastandrea in alcuni momenti di Euforia; Valeria Golino poche sere fa alla presentazione del film nella sala gremita dell’Ambrosio.

 

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