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Divenire piemontesi “per decreto” non accrebbe la simpatia verso la casa Savoia

Quei lombardo-piemontesi del lago Maggiore…

di ilTorinese pubblicato sabato 8 aprile 2017

Passeggiando sul lungolago di Baveno, sulla sponda occidentale  del Lago Maggiore, ci si specchia sul golfo Borromeo. Le isole stanno lì, in fila e in mezzo al lago, tra Pallanza e Stresa. Dal parco della Villa Fedora, appartenuta al noto compositore Umberto Giordano, fino alla sontuosa Villa Henfrey (più nota come Villa Branca) dove sono stati ospiti la Regina Vittoria d`Inghilterra e lord Byron, l’orizzonte del lago trova nell’isola Superiore ( o dei Pescatori)  e nell’isola Bella un punto fermo.

Dalle parte opposta del lago, a monte, s’incontrano le cave dove si estrae il famoso granito rosa. Pietra preziosa, il granito di Baveno, con la quale sono state realizzate la Galleria Vittorio Emanuele a Milano e il colonnato della Basilica di San Paolo a Roma. Da ragazzi, in tempi lontani, dopo aver attraversato l’abitato di Oltrefiume, si andava a pescare sulla spiaggetta davanti al Marmo Vallestrona, in direzione di Feriolo, dove facevano mostra di se due enormi, granitiche ruote da frantoio, lavorate dalla paziente opera degli scalpellini. Si pescavano le tinche a fondo, con l’esca di polenta, o – alla sera – le anguille. In quel caso, data l’oscurità, non potendo far conto sul galleggiante a vista, ci si affidava a un pezzettino di carta in bilico sulla lenza: quando il pesce abboccava, lo strappo alla lenza faceva “saltare” il foglietto e – con prontezza – si poteva allamare la preda. A volte si andava, con la canna fissa, a pescare nei pressi dell’imbarcadero o nei porticcioli. Lì l’acqua era più scura; prendeva il colore cupo delle vecchie pietre dove stavano, ormeggiate e dondolanti, le barche. Sul lago misuravamo le distanze con il “metro” dei venti, del “regime di brezza” formato dalla Tramontana che viene da nord, la notte o la mattina,  e dell’Inverna, che sale dal senso opposto da pomeriggio a sera. Il vento “narra” molte cose, come si può leggere in alcune delle pagine più felici regalateci dall’estro creativo del luinese Piero Chiara. 

Nel racconto “Ti sento, Giuditta”(che si trova nella raccolta L’uovo al cianuro e altre storie),Amedeo Brovelli, provetto pescatore e abituale frequentatore del Caffè Clerici, era solito soffermarsi a lungo sul molo dell’imbarcadero di Luino, fiutando il vento di tramontana. Stando lì, dov’erano più intense le folate d’aria, riusciva a distinguere tutti i sentori che il vento, scendendo dalla Svizzera, raccoglieva lungo le valli dell’altra sponda. ”…Socchiudeva gli occhi estasiato e mormorava: ‘le vacche, i boasc, i boasc’. Riapriva gli occhi e dopo un po’: ‘Il pane, il pane, a Cannobio! Il pane fresco, non lo senti?”. E Cannobio, come precisava Chiara, “era sull’altra sponda del lago a otto chilometri. Capii che il Brovelli sentiva l’odore del pane, nel vento (di tramontana). Del pane che usciva in quel momento da un forno a Cannobio; subito mi parve di sentire anch’io quell’odore. ‘Lo sento”, dissi ‘lo sento”.  Michette, michette di semola!” Il lago, come gli spiegava l’interlocutore fatto esperto dagli anni, “non ha odore sotto il vento e non turba quelli che gli passano sopra”. Leggendo il racconto di Chiara si comprendeva come il profumo del pane appena sfornato si confondesse con il sentore delle vacche e delle capre della Val Cannobina che, dall’opposta riva del lago, proveniva dalle stalle di Cavaglio e Spoccia. Oppure con il fragrante aroma di tabacco Virginia che fuoriusciva dalla Fabbrica Tabacchi Brissago, nell’omonima località sulla riva elvetica del lago Maggiore dove si sfornavano sigari dal 1847. Piero Chiara amava ambientare le sue storie tra le due sponde del Verbano,  quella “grassa” (piemontese)  e l’altra “magra”(lombarda).

Noi, mezzi lombardi e mezzo piemontesi lo siamo sempre stati, vivendo nel  Verbano-Cusio-Ossola, realtà geografica che può essere facilmente paragonata a un cuneo di terra conficcato a forza nella catena alpina che divide – con le Lepontine – l’Italia dalla Svizzera, il nord del Piemonte con i due cantoni elvetici del Vallese e del Ticino. Un cuneo di terra e di storie che, a est, condivide con la Lombardia il lago Maggiore. La storia del lago è stata a lungo legata, a doppio filo, con quella della Lombardia e delle sue “casate”: i Visconti, gli Sforza e i Borromeo. Quest’ultima famiglia, in particolare, dalla metà del 1400 in poi, è stata una protagonista indiscussa della vita lacustre, esercitando – tra l’altro – i diritti di pesca. Quello che in epoca romana veniva chiamato Lacus Maximus , a indicarne la grandezza rispetto ai laghi vicini, o anche Verbanus, presumibilmente associando due vocaboli celtici come ver (grande) e benn (recipiente), è lo scenario della prima storia. Ed è proprio qui, sulle onde  del lago Maggiore ( lach Magiür,  in lingua insubrica) , secondo più grande lago in Italia, che  ho sviluppato – dentro e attorno all’isola Superiore –  la trama de “La repubblica dei pescatori”. Un racconto con personaggi di fantasia che si mescolano ad altri veri in un contesto che riporta fatti storici effettivamente accaduti, con i patrioti repubblicani  in lotta per la libertà contro la monarchia sabauda, nel 1798. Un racconto già pubblicato su “Il Torinese”, che si ricollega a una storia con la “esse maiuscola”, tanto vera quanto esaltante e dolorosa. Una storia che trae origine dal Trattato di Worms. In questa città tedesca della Renania-Palatinato, il 13 settembre 1743 venne concluso un trattato che suggellava l’alleanza antifrancese dei Savoia con Maria Teresa d’Austria.

In quell’occasione la sponda occidentale del lago Maggiore e quello che oggi è più o meno il VCO passò al Piemonte. Un “passaggio” mal digerito che generò dissensi e contrarietà, sfociando in aperta contestazione. Quell’alterare la naturale inclinazione verso la Lombardia, tuttora evidente e facilmente “misurabile”, e quel divenire piemontesi “per decreto” non accrebbe la simpatia verso la casa Savoia. Il distacco delle terre del lago dal milanese influì parecchio sulla vita economica e sociale. La riorganizzazione della vita amministrativa obbligò gli abitanti a “slegarsi” da una regione con la quale – per secoli – avevano condiviso tutto: interessi reciproci,tradizioni,consuetudini. Se poi, a fine secolo, le idee giacobine trovarono terreno fertile, lasciando un segno profondo, questo non fu frutto di un caso. E quell’essere un po’ metà-metà, tra Lombardia e Piemonte, in fondo è rimasto nel comune sentire.

Marco Travaglini