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il Parco è impegnato con successo nella conservazione della biodiversità

Quando il turismo arrivò all’Alpe Veglia

di ilTorinese pubblicato venerdì 5 agosto 2016

VEGLIA 3L’Alpe Veglia è situata in alta val d’Ossola a 1761 m. in uno splendido bacino di prati e boschi di conifere, dominata dall’imponente mole del Monte Leone (oltre 3500 metri, la più alta vetta delle Alpi Lepontine, sul crinale di confine tra Italia e Svizzera). L’alpe si estende con un’ampiezza di circa due chilometri alla testata della Val Cairasca. Ci si arriva dalla frazione varzese di San Domenico e per raggiungerla è necessario arrivare a Domodossola e da lì seguire le indicazioni per Varzo, lungo la statale n. 33 del Sempione. Dopo una dozzina di chilometri, raggiunta San Domenico e da lì la località “Ponte Campo”, si sale la mulattiera che, con rapidi tornanti, porta alla piana di Veglia. Questa conca alpina, definita dagli abitanti locali semplicemente “l’alp”, ricca di pascoli importantissimi per gli allevatori della zona, fino all’ultimo quarto dell’Ottocento fu oggetto di dispute tra i comuni di Varzo e Trasquera proprio per lo sfruttamento degli stessi pascoli in quota, al confine con la Svizzera. Una  controversia risolta solo nel 1864, quando il tribunale di Domodossola assegnò l’alpe al comune di Varzo, imponendo però –  salomonicamente –  la suddivisione dei pascoli e delle baite tra gli abitanti di entrambi i comuni. Qualche anno dopo, nel 1875, la fortuita scoperta della sorgente di acqua ferruginosa diede  il via al processo di sfruttamento turistico di questa splendida conca alpina. In meno di un decennio venne edificato l’albergo Monte Leone, inaugurato il 17 luglio 1884 . I primi turisti, oltreVEGLIA2 agli amanti della montagna e delle escursioni furono anche i cacciatori di camosci dal cantone Vallese, dove l’ attività venatoria era severamente proibita. Con l’inizio del “secolo breve”, s’avvio anche quello che viene ricordato come il “periodo d’oro di Veglia” e che per oltre trent’anni  segnò lo sviluppo anche urbanistico degli alpeggi. Tra il 1925 e il 1928, venne edificato il nuovo albergo Monte Leone, in grado di fornire i più svariati servizi: dal tennis alla macelleria, senza contare un’autonoma produzione di energia elettrica, con cui illuminare il sentiero che conduceva all’edificio. Da anni, l’albergo Monte Leone è al centro di un’azione di recupero da parte del Parco regionale delle aree protette dell’Ossoal ( già parco Veglia-Devero). Il Club Alpino Italiano aveva realizzato  e gestiva i bivacchi. Il  primo, nella zona tra il Veglia e l’alpe Devero fu il bivacco Leoni, inaugurato il 27 agosto 1899 sul monte Cistella. Nel secondo dopoguerra si sono moltiplicati i rifugi e i bivacchi sia nella zona del Veglia che in quella del Devero. Alcuni immobili in precedenza appartenevano all’ENEL o alla Guardia di Finanza e in seguito all’acquisto da parte del CAI, sono stati riconvertiti in strutture per il turismo. L’ultima costruzione nell’area interessata è però svizzera: si tratta infatti della “cabane” Monte Leone, inaugurata il 24 agosto 1991 in prossimità del confine italo-elvetico sulla Bocchetta di Aurona. Ai nostri giorni la scelta è varia, poiché tra le valli Divedro, Cairasca e Devero i turisti e gli escursionisti hanno a disposizione una significativa varietà di strutture: dai moderni rifugi come il Città di Arona (Alpe Veglia) o il Città di Sesto (Alpe Devero), che svolgono servizio di pensione VEGLIA1completa negli affollati mesi estivi, fino a efficienti bivacchi come il Beniamino Farello (alla Bocchetta di Aurona) o l’Ettore Conti (alla Scatta Minoia). Per non parlare dell’albergo “La Fonte”  e dell’agriturismo “La Balma”. E’ bene ricordare che l’alpe Veglia, negli anni del boom economico, rischiò seriamente di essere trasformata in un invaso per la produzione di energia elettrica, tanto che ancora oggi sono visibili delle tubature verticali, alte anche fino a un metro, che escono in vari punti del terreno lungo la piana e sono il risultato degli scavi effettuati dalla società Dinamo (poi ENEL). Questi scavi servivano per valutare la qualità delle rocce e del terreno e vennero condotti ,tra gli anni ’50 e ‘60, da Ardito Desio, geologo ed esploratore, l’uomo che guidò la spedizione italiana alla conquista del K2 nel 1954.  L’estrema permeabilità della roccia, i forti rischi di infiltrazioni d’acqua nel sottostante tunnel del Sempione, spinsero ad abbandonare del tutto il progetto, che contava di realizzare un bacino di 30 milioni metri cubi. Poi, e si può dire “ per fortuna”,  nel 1978 l’area del Veglia divenne parco regionale, il primo ad essere istituito in Piemonte. La confinante Alpe Devero ,invece,  lo diventò nel 1990 e , cinque anni dopo, le due aree protette vennero unite nel Parco Naturale Veglia – Devero che si estende su 86 kmq ( ai quali vanno aggiunti  altri 22 della  “zona di salvaguardia” di Devero ) ed è compreso nei territori dei comuni di Baceno, Crodo, Trasquera e Varzo, con un’altitudine  che varia dai 1600 ai 3500 metri. La nascita del parco regionale del Veglia destò inizialmente alcune perplessità, perché la popolazione locale mal tollerava di dover rispettare dei precisi vincoli riguardanti l’impatto ambientale. Presto però ci si rese conto dell’importanza di un ente che garantisse una tutela all’ambiente alpino ed oggi, il Parco è  impegnato con successo nella conservazione della biodiversità , favorendo uno sviluppo turistico sostenibile.

Marco Travaglini