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Per guadagnarsi il primo stipendio

Prva plata, roulette russa in salsa balcanica

di ilTorinese pubblicato lunedì 26 febbraio 2018

L’Obala Meeting Point è  un cinema di Skenderija. Lì, in una serata di fine ottobre di parecchi anni fa, ho assistito alla proiezione di otto cortometraggi realizzati da giovani cineasti bosniaci selezionati nel progetto “Conflitto/Risoluzione”. Le opere erano già state ospitate, un mese prima,  sugli schermi di Torino. Ma vederle a Sarajevo vi giuro che  è stata tutta un’altra cosa. L’evento era promosso nell’ambito delle iniziative collegate alla Tregua olimpica, in previsione dei giochi invernali di Torino 2006. Vi chiederete che cosa sia la “tregua olimpica”. Quello che in greco si dice “ekecheiria” (cioè “le mani ferme”), è un concetto che risale a un’antica tradizione ellenica che prevedeva la cessazione di tutte le ostilità e delle inimicizie durante i Giochi Olimpici. Dunque, tra le tante iniziative, c’era anche questa, mirata a sostenere l’arte e il talento dei giovani bosniaci. In un paese come questo, dove pesano un passato doloroso, un presente difficile e un futuro imprevedibile, è noto a molti che un moto d’orgoglio (motivato) viene offerto proprio dal cinema. Un amico mi ha detto che in Bosnia-Erzegovina sono stati prodotti solo 120 lungometraggi in più di un secolo di cinema ma nonostante questo, ha aggiunto, “siamo in una terra che può vantare registi conosciuti in tutto il mondo come il pluripremiato Emir Kusturica, autore di Underground, il vincitore dell’Oscar 2002 Danis Tanović con No man’s land o la vincitrice dell’Orso d’Oro a Berlino Jasmila Žbanić con il drammatico Grbavica”. .Sembra un paradosso ma non lo è se si prestava un po’ d’occhio e una certa attenzione al lavoro di quei giovanissimi registi, ricchi di fantasia e veramente capaci di comunicare con le immagini. Ragazzi all’epoca poco più che ventenni, formatisi alla scuola di scenografia, cinema e teatro di Sarajevo o in quella di arte cinematografica di Banja Luka. I loro “corti” esprimevano con efficacia straordinaria il racconto del difficile passaggio alla normalità nel lacerato e tribolatissimo dopoguerra balcanico. Che età potevano avere, nei primi anni novanta? Dieci, dodici, quindici anni? L’età degli adolescenti,strappati ai loro giochi e alle fantasie per essere costretti a diventare adulti in fretta e furia. Nelle loro opere s’avvertiva una miscela di eccessi, un amaro sarcasmo e i cenni che non lasciavano nulla all’immaginazione nei confronti della triste realtà che si viveva – e spesso ancora oggi si vive – ogni giorno da quelle parti. In alcuni casi sembrava accantonato, se non addirittura cancellato, ogni riferimento alla speranza. Ma non c’è nulla di cinico in quanto comunicavano. Semmai, questo sì, traspariva un forte disincanto. Non che a colori la crudezza dei fotogrammi sia  più lieve ma è indubbio che in quelli girati con la pellicola in bianco e nero le scenografie sono rese ancor  più livide e angoscianti. Mi colpì, in modo particolare, la prima proiezione. Il titolo, “Prva plata”,equivale, tradotto, a  “Il primo stipendio”. Ilregista , Alen Drljevic , molto giovane e decisamente magro, occhialetti e un accenno di barba sul volto da bravo ragazzo, era un  esordiente con delle ottime idee. Oggi è un affermato regista, già assistente di Jasmila Žbanić , fattosi notare nel 2006 conKarneval, documentario dedicato ai profughi bosniaci e Premio del pubblico alla 18° edizione del Trieste Film Festival, mentre è appena uscito “Men Don’t Cry”, una potente e originale pellicola sulle vicende legate a quella che venne definita “la terribile pace” nella terra “del sangue e del miele”. Quelfilmato,che si può trovare anche su YouTube,  dura una quindicina di minuti ed è di una efficacia tremenda. La scena si svolge, com’è ovvio, in Bosnia-Erzegovina, circa otto anni dopo la guerra. In un giro di scommesse illegali è stato organizzato un nuovo modo per far puntare i soldi alla gente: delle gare motociclistiche da disputare su un campo minato, in una specie di roulette russa in salsa balcanica. C’è chi scommette sull’esplosione e sulla morte e chi invece confida nella sua fortuna, perché – in questo caso – l’abilità è un fatto relativo,residuale. Del resto, in un paese dove la maggior parte della gente viveva al di sotto della soglia di povertà, non era cosa difficile trovare dei piloti pronti a gareggiare con la morte per portarsi a casa ” il primo stipendio“. Ricordo di essere uscito dal cinema a sera tarda, dopo le premiazioni, i saluti finali e il cocktail. C’era la  luna a Sarajevo. Una bella luna piena per la gioia degli innamorati lungo la passeggiata che costeggia la riva della Miljacka. A me, forse perché avevo ancora negli occhi i fotogrammi che avevo appena visto, ricordava un passaggio del testo di “Cupe Vampe”… “piena la luna, nessuna fortuna”, rammentando le immagini delle disperate corse notturne di chi era costretto ad uscire di casa,  cercando di non finire nel mirino dei cecchini. Questi ultimi , per il loro tragico tiro al bersaglio, cercavano la complicità dell’astro più cantato dai poeti. Non per declamare versi ma per vomitare addosso a persone ignare e inermi la loro giornaliera razione di odio, terrore e morte.

Marco Travaglini