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I MITI DELL’ANTICA ADRANON SBARCANO AL CASTELLO SUL MARE DI RAPALLO

Pippo Leocata. I luoghi della memoria

di ilTorinese pubblicato venerdì 20 luglio 2018

 

FINO AL 29 LUGLIO Rapallo (Genova)

“La memoria di ogni uomo è la sua letteratura privata”, annotava lo scrittore britannico Aldous Huxley. E, in tal senso, la memoria va scrupolosamente curata e protetta. E custodita, se esibita in pubblico, in uno “scrigno” che ha da essere prezioso. Prezioso – e prestigioso – qual è sicuramente l’antico Castello sul mare di Rapallo che la storia ci racconta essere stato edificato nella seconda metà del Cinquecento e dove   Pippo Leocata ha voluto avvedutamente portare le suggestioni e l’infinita poesia dei suoi personalissimi “luoghi della memoria”. Evento che si ripete. Non è infatti questo il primo Castello che vede esposte le mirabolanti architetture e creature – improbabili e vere quanto il più concreto dei sogni – dell’eclettico artista di origini siciliane ma torinesissimo d’adozione, che già anni fa aveva esposto i suoi cavalli e cavalieri, le sue rocche, il suo vulcano dal ventre gonfio capace di lanciare al cielo e regalare alla terra il magma infuocato di lontanissime e misteriose vite sotterranee, cosi come bianche e rigonfie lune o soli accecanti, gialli o rosso fuoco o neri da paura, nelle sale del Castello Normanno di Adrano, sua terra natia alle falde dell’Etna, fatto erigere nel Mille dal Conte Ruggero I di Sicilia.

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Ma lì, il nostro Pippo, giocava in casa. Nella sua antica Adranon, dove nel 344 a. C., come raccontano Plutarco e Diodoro Siculo, i guerrieri di Timoleonte da Taormina sconfissero quelli di Iceta da Lentini, liberando gli Adraniti dalla dominazione siracusana. E dunque eccoli ancora quei mitici guerrieri e i cavalli alati e non, le lance, gli scudi e le coriacee armature proporsi nuovamente (a tanto mare di distanza) negli spazi del Castello del Tigullio dichiarato monumento nazionale dal Ministero dei Beni Culturali. “Il mito rivive”, dunque, come recita il titolo di uno dei più recenti oli dell’artista. Colori forti, come sempre. I tratti rigorosi e irrequieti. In tutto sono una cinquantina i pezzi esposti sui due piani della Fortezza, in cui passa tutto il lungo estroso bizzarro e multiforme percorso artistico di Leocata. Sul piano dei contenuti figurali, per un verso, e su quello delle molteplici tecniche, per l’altro. A partire dalla rappresentazione dei “miti”, radicati nella notte dei tempi e spesso legati a quell’indagine archeologica, pane quotidiano di gioventù, oggi riproposta in più opere (dall’omerico “Helios” che “tutti vede e tutto ascolta” al possente “Augusto” fino ai magnifici “Cavalli di Fidia”) riprodotte coniugando il senso del tempo con i crismi di cifre stilistiche pienamente attuali. Ecco allora scorrere al primo piano una buona ventina di opere che raccontano proprio “Il tempo della memoria” (è il titolo di un olio del 2014), ma anche quel felice incontro fra versi e segno e colore che genera la serie dei dipinti arrivati dalla poesia. O la poesia che si fa opera d’arte. Attraverso i testi, “cristallizzati” nell’immagine, dei poeti da sempre corteggiati e per Leocata fonte stupenda di ispirazione: da Cesare Pavese di “Canzone” (schizzi di folla anonima fra le vie di una città dalle architetture barocche sorvegliate da un grande astro nero e “smosse” da nuvole “legate alla terra ed al vento” che “fin che ci saranno…sopra Torino sarà bella la vita”) al “Positivo” spiraglio di luce di Eugenio Montale, fino all’amatissimo (conterraneo e superbo cantore di una terra di Sicilia che per entrambi è “terra impareggiabile” e fuoco di vita e d’arte) Salvatore Quasimodo, profetico in quel suo attuale e drammatico Canto “Ai Dioscuri” (…o Castore e Polluce…a voi è facile salvare i naviganti da pietosa morte…girando luminosi nell’avversa notte intorno alle gomene, portate luce alla nave nera”).

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Millenni di storia, tragicamente riproposti e vivi ancor oggi in questa che è storia di mille Lampeduse, di mille cimiteri d’acqua su cui piangono i Santi del Cielo e, lacrime amare, i Laici buoni della Terra. E l’artista con loro. Che, al secondo piano dell’antico Castello a mare, prosegue il suo dire di sempre, attraverso il supporto del “legno”: tagliato e lavorato e colorato in un certosino sovrapporre “legno a legno”, nell’aggiungere più che nel sottrarre ritagli e profili e scarti riutilizzati “come fossero– racconta lo stesso Leocata – pennellate su tela o segni di matita su carta”. Anche qui trovano rifugio e protezione le sue “memorie”, fatta salva qualche piacevole digressione come gli “Amanti”, in omaggio all’“Olympia” di Manet, e l’intrigante “Fine del ‘68”, omaggio a Montale, con quella grande luna bianca schizzata bizzarra dalla pancia del Vulcano per abbracciare i versi del poeta di “Satura”: “Ho contemplato dalla luna, o quasi, il modesto pianeta…Dentro c’è anche l’uomo, ed io tra questi…Se uno muore non importa a nessuno purché sia sconosciuto e lontano”. Amarezza. Disinganno. Velata malinconia. Anche questo. Tutto questo è Pippo Leocata.

Gianni Milani

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“Pippo Leocata. I luoghi della memoria”

Antico Castello sul mare, Lungomare Vittorio Veneto, Rapallo (Ge); tel. 0185/230346 – www.comune.rapallo.ge.it

Fino al 29 luglio – Orari: dal merc. alla dom. 21/23

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Nelle foto

– “Il mito rivive”, olio su tela, 2018
– “Augusto, grande reperto archeologico”, olio su masonite, 2010
– “Portate luce alla nave nera – Messaggio da Lampedusa”, olio su tela, 2014
– ” Canzone – Omaggio a Cesare Pavese”, olio su masonite, 2012
– “Amanti (da Olympia di Manet)”, legni e acrilici, 2016
– “Fine del ’68”, legni e tecnica mista, 2016
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