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QUARTA PARTE

PersonAtelier, quanto è difficile vestire una donna?

di ilTorinese pubblicato lunedì 9 marzo 2015

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personalatelier562Intervista con la stilista Elena Pignata

 

Quarta puntata del nostro viaggio nell’universo di “PersonAtelier” che, con un ciclo di seminari e workshop -tenuti da esperte di coaching, immagine, creatrici di moda e bijoux- aiuta le donne torinesi a rinnovare look ed atteggiamento.

 

Gli articoli precedenti sono pubblicati nell’archivio della rubrica MODA & MODI

 

Oggi incontriamo la stilista Elena Pignata che è proprio come l’avete vista (ed apprezzata) tra i concorrenti di Project Runaway. Un talento innato, grande carica umana, capacità di far tesoro  delle critiche e un carattere che, pur non lasciandosi mettere i piedi in testa, le ha permesso la convivenza con gli altri concorrenti, non sempre liscia come l’olio. Tutte doti che l’hanno condotta nell’Olimpo dei finalisti, a un solo passo dalla vittoria. Lei è così: sorridente, grondante entusiasmo, con due occhioni immensi spalancati sul mondo e, in automatico, fa subito simpatia. Il  suo curriculum è di tutto rispetto. Dopo aver lavorato per grandi marchi (tra cui Malloni, Jaggie, La Martina, Cotton Belt) nel 2006 ha fatto il grande salto e creato il suo brand “Ombradifoglia”, la cui anima è uno stile minimalista di fattura rigorosamente sartoriale.

 

Del suo ruolo a “PersonAtelier” ci dice: «E’la parte pratica in cui la coach Daniela Prandi mi ha chiesto di consigliare le donne nel modo più giusto rispetto a ciò che va di moda, e che non è detto  stia bene addosso a tutte. Come stilista e avendo un atelier, spesso mi capita di lavorare su misura per le clienti. E’ molto importante l’interazione che si crea, entrare in stretto contatto, capire le varie esigenze delle donne e suggerire il meglio per loro, proprio come farò a PersonAtelier».

 

-Per una donna, quanto può essere strategico farsi fare un abito su misura?

«Se per esempio c’è la paranoia dei fianchi  troppo larghi o si è insicure per qualche difetto, non esistono solo taglie 38 e 40; il posto giusto in cui andare è l’atelier e lasciarsi guidare da una professionista. Farsi fare un abito su misura vuol dire ragionare su quello che si ha in mente; può essere un discorso legato al carattere, allo stile di  vita e così via, allora il mio apporto è perfetto. Non è lo shopping compulsivo in un negozio perché si ha voglia di un vestito nuovo».

 

-Il tuo modo  di lavorare?

«Avendo la mia collezione, parto sempre dalla mia identità stilistica. Cerco di aiutare le clienti ad orientarsi rispetto alle tante proposte modaiole del momento. Poi creo l’abito su misura, pensato per stare bene addosso a quella cliente; scegliamo insieme un po’ tutto, dalla stoffa al colore, alla fascia di prezzo. Ma la mia non è una sartoria, quindi non faccio  riproduzioni di quello che magari si è visto alle sfilate: se piace un abito di D&G, io non lo copio. ».

 

-Quanto è difficile vestire una donna?

«Fondamentale è che la cliente si affidi a me, lasciandosi indicare i capi che le starebbero meglio. Alcune lo fanno; altre, invece, si fidano poco, hanno già in mente idee precise di cosa gli piace, anche se non sempre è quello che poi gli sta bene addosso. In questo caso diventa tutto più  difficile».

 

-Alcune buone regole da seguire?

«Una per tutte: dimenticarsi di quello che piace perché sta bene all’amica, alla modella o alla valletta di turno. Pensare piuttosto a cosa mettereste veramente, se quell’abito vi rispecchia, se lo volete davvero nell’armadio e se è adatto all’occasione a cui è destinato».

 

-Quando crei un abito a che tipo di donna pensi?

«Un po’ androgina, che non ostenti la sua femminilità e non sia fissata con scollature, moda e griffe. Una donna con un occhio attento a forme nuove, decostruite, magari con taglio più maschile; sensibile a linee un po’ più particolari e meno usuali».

 

-I tuoi colori preferiti?

«Al momento sono il rosa e mix inusuali, ma sto entrando nella fase del verde; anche se poi io mi vesto solo di nero».

 

-Cosa mi dici della tua esperienza a Project Runaway?

«E’ stata super formativa e mi è rimasto un ricordo bellissimo. Ci sentiamo ancora anche con  quei concorrenti con i quali la convivenza non è stata facile».

 

-Ma il mondo  della moda è davvero così spietato  come appariva nel reality?

«E’ anche peggio e le difficoltà per emergere aumentano se sei donna. L’ho riscontrato ancora recentemente, durante una presentazione in show room a Parigi, in  cui mi si faceva continuamente notare che ero l’unica stilista».

 

-I segreti per sfondare?

« Tenacia, sempre e comunque. Non smettere mai di lavorare e non  disperdere le energie, ma restare concentrati: questo lavoro è un po’ come essere in missione».

 

-Le tue soddisfazioni  più grandi?

«Il pubblico finale, ovvero le clienti che tornano e ritornano e si vestono con le mie creazioni: è questa la conferma da cui non si scappa».

 

Laura Goria