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L’atleta della nostra nazionale è contento nel parlare del suo vissuto e di quanto lo sport lo abbia aiutato a reagire

Paralimpiadi 2018: DiscesaLiberi vola in Corea con Paolo Priolo

di ilTorinese pubblicato lunedì 26 febbraio 2018

A poche ore dalla Cerimonia di chiusura dei XXIII Giochi Olimpici Invernali di Pyeongchang, l’attenzione si sposta sulle Paralimpiadi ormai alle porte e sui 26 azzurri che rappresenteranno l’Italia dal 9 al 18 marzo, in quattro diverse discipline: para ice hockey, snowboard, sci alpino e sci nordico.

Fra questi, a caccia di medaglie e forti emozioni, partirà a breve per la Corea l’atleta tesserato per DiscesaLiberi Paolo Priolo. Classe 1985, l’atleta astigiano che ha debuttato in Nazionale nel 2014 parteciperà alle gare di snowboard portando con sé l’associazione cuneese che da anni supporta i disabili nella pratica dello sci ed è operativa nel Comprensorio del Mondole Ski, in particolare a Prato Nevoso.

Qui di seguito l’intervista che l’atleta ha rilasciato a pochi giorni dalla partenza, entusiasta per l’avventura che lo attende

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Come hai conosciuto DiscesaLiberi e cosa rappresenta oggi l’associazione a cui appartieni?

Ho conosciuto DiscesaLiberi grazie a Matteo Conterno, campione di snowboard ipovedente già iscritto con cui sono venuto a contatto frequentando la squadra della F.I.S.I.P. (Federazione Italiana Sport Invernali Paralimpici); mi ha invitato ad iscrivermi e l’idea di affiliarmi ad una piccola associazione mi è sembrata ottima. Se poi nelle vesti di atleta paralimpico ho l’opportunità di dare visibilità a DiscesaLiberi, supportandola nel raggiungere il suo obiettivo, che è quello di aiutare il più possibile i disabili a sciare, a farli uscire di casa e a regalar loro grandi emozioni sulle piste, beh…posso dire di aver già conquistato una medaglia!

“Siamo estremamente orgogliosi e contenti per Paolo e per l’avventura che intraprenderà in Corea” – si inserisce Lorenzo Repetto, presidente di DiscesaLiberi – “tutti noi saremo con lui a Pyeongchang con la mente e con il cuore”.

Hai dichiarato che uno dei tuoi sogni sarebbe raggiungere la cima del Monte Everest e da questo traspare una passione che va al di là dello sport che pratichi: cos’è per te la montagna?

Beh, la cima dell’Everest è ancora una meta per pochi e come tale un sogno esclusivo che rimane per ora riservato ad un numero molto ridotto di persone, ma la montagna mi trasmette un forte senso di libertà e la sensazione di non avere limiti o confini. Mi piacerebbe poterci andare tutte le domeniche, per me la montagna è vacanza; per il 70% è sinonimo di neve, per il 30% di spazi verdi: un giro d’estate sulla neve è basilare per me, e quando non c’è mi piace andare in mountain bike, nonostante l’impegno che richiede con una mano sola.

A cosa pensi subito prima di lanciarti con lo snowboard e qual è la sensazione che provi un secondo dopo aver concluso la pista?

Prima di partire penso all’esecuzione della prima parte del percorso di gara: è fondamentale che la mente sia proiettata in avanti e sappia cosa fare in modo automatico. A fine pista dipende…da come ci arrivo! Il primo pensiero va subito a cosa ho sbagliato e a come potrò migliorare al giro successivo, se sono in batteria, o a dove ho sbagliato e a come potrò migliorare nella prossima gara, se sono in finale. Nelle lunghe pause mi piace ascoltare la musica per distrarmi, ma poco prima della partenza sono concentrato sul visualizzare cosa devo fare: controllo la maschera, sistemo i pantaloni e tutto il resto e poi…via!

Quando hai realizzato che la perdita del braccio non comportasse la perdita di tutti i tuoi obiettivi e di tutti i tuoi sogni?

Non c’è stato un momento preciso. Ho trascorso 100 giorni esatti in ospedale con l’ansia di poter andare a casa. Sono sempre stato cosciente e il primo mese non mi sono reso conto di cosa fosse successo. Ho pensato che l’auto con il cambio automatico non l’avrei voluta (sono nato il 28 agosto 1985 e il 28 agosto 2003 ho avuto l’incidente, proprio quando avrei potuto prendere la tanto agognata patente!) e ci sono stati giorni in cui avrei voluto farla finita, ma i genitori, i parenti e gli amici mi hanno spronato ad andare avanti e a non mollare mai. Persone da cui non me lo sarei aspettato mi sono state molto vicine, altre da cui me lo aspettavo non lo hanno fatto, ma ho comunque ricevuto tanto affetto e tanta forza che mi hanno fatto desistere dal mio proposito. Giorno dopo giorno le persone che avevo al mio fianco mi hanno fatto capire che non c’erano problemi a fare ciò che volevo, anche senza un braccio, e scoprire come fare qualcosa è diventata sempre di più una sfida per me, anche attraverso le mie passioni per la meccanica e i lavori manuali. Mi dicevo “Voglio fare questo, come posso arrivarci?”, e trovare il giusto modo diventava l’obiettivo. I miei amici andavano sullo snowboard? Per me era di certo una sfida, ma l’ho fatto. Ho cominciato a sfidare i miei limiti e ogni volta che ci riuscivo finivo per scoprire una passione. Per me la delusione non ha mai coinciso con la frustrazione; per questo condivido la filosofia di DiscesaLiberi e mi piace contribuire a far sì che i disabili escano di casa e facciano sport.

A proposito di casa, cosa ti piace fare nel tempo libero?

Negli ultimi due anni il tempo libero non è molto, ma oltre allo snowboard mi piace coltivare le nocciole “tonda gentile” che mi ha lasciato mio padre, scomparso due anni e mezzo fa, o fare grigliate con gli amici in stile “musica, carne e birra”. Se non c’è nulla da fare poi mi invento qualcosa!

Il tuo motto è “Nulla è impossibile, se lo si desidera lo si raggiunge”: questo ti porta a coltivare grandi progetti o a vivere giorno per giorno?

Entrambe le cose. Ogni tanto mi pongo obiettivi a lungo termine, ma prima o poi ci arrivo, mi rendo conto che la mia mente ci lavora inconsciamente, anche se quei progetti sembrano messi da parte. Vivo anche giorno per giorno, però, perché del domani non v’è certezza! Non spreco l’oggi insomma, ma non rinuncio neanche ai grandi progetti, senza spaventarmi quando a volte capita di non riuscire a concretizzarli.

Lo sport è stato la chiave di volta per reagire all’incidente o lo hai sempre amato?

Prima dell’incidente non praticavo sport e non lo seguivo, se non un po’ di motori. Di certo è stato un elemento di reazione e soprattutto negli ultimi anni mi ha dato popolarità ma quella sera in cui con gli amici si è detto “andiamo a provare lo snowboard” e ci sono riuscito, beh per me è stata una prima sfida vinta!

Qual è il difetto che meno sopporti e la qualità che invece più apprezzi?

Non sopporto la noncuranza di un bene altrui, sia mio o degli altri; la mancanza di rispetto mi infastidisce ancor più della maleducazione verbale. La qualità che apprezzo maggiormente è l’onestà, cerco di averla sempre anche se mi rendo conto che a volte si racconti qualche bugia a fin di bene. A proposito del rapportarsi agli altri, confesso che gli anni nella squadra paralimpica nazionale sono stati molto belli ed importanti per me, perché mi hanno insegnato anche come coltivare al meglio le relazioni; sono figlio unico e prima di praticare sport a livello agonistico avevo avuto poche occasioni di socializzare con gli altri.

Con cosa spaventi le tue paure ogni volta che affiorano?

Le sfido, facendo quello che mi fa paura: ho paura di un salto? Vado a saltare!

C’è qualcosa che uno sportivo non dovrebbe mai pensare e qualcosa che, invece, non dovrebbe mai dimenticare?

Non deve mai pensare di perdere o di sbagliare, per vincere bisogna vedersi vincere. Compatibilmente con la situazione e il contesto in cui ci si trova, non bisogna mai arrendersi né dimenticare le gioie e le soddisfazioni che lo sport ti ha regalato, così da non smettere e andare avanti.

L’intervista a Paolo si è conclusa qui, ma avrebbe potuto andare avanti per ore. Consapevole che la sua esperienza può essere di aiuto ai disabili, l’atleta della nostra nazionale è contento nel parlare del suo vissuto e di quanto lo sport lo abbia aiutato a reagire, regalandogli emozioni che neanche immaginava.

 

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