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Assistiamo a uno scontro tra ideologie diverse. A una vecchia ideologia si risponde con una nuova ideologia

Padre Claudio e il dialogo islamo-cristiano

di ilTorinese pubblicato domenica 10 dicembre 2017

FOCUS  di Filippo Re

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Lasciata Piasco, sulle colline della bassa Val Varaita, piccolo paese di 3000 abitanti che negli anni della Grande Guerra diede i natali a Luigi Pareyson, uno dei maggiori filosofi italiani del Novecento, si trasferisce a Torino dove studia teologia delle religioni, con particolare attenzione alla religione islamica ed entra nell’Ordine dei frati domenicani. Padre Claudio Monge diventa ben presto uno dei più autorevoli esperti italiani di dialogo islamo-cristiano e viene inviato in missione a Istanbul per portare avanti le sue ricerche sul mondo arabo-musulmano. Di recente Papa Francesco lo ha nominato Consultore del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Il missionario domenicano vive da 15 anni nella città sul Bosforo ed è parroco della chiesa dei Santi Pietro e Paolo, una delle pochissime chiese cattoliche ancora presenti in una metropoli in profonda trasformazione sotto diversi punti di vista. Oggi infatti possiamo definire Istanbul una città quasi “araba” e molto più “velata” di prima. Non cambia per fortuna il suo splendore, intatto e indistruttibile, come le sue possenti e celebri mura, il fulgore di una millenaria capitale imperiale, nelle cui pietre cerchiamo ancora oggi le tracce di un passato molto lontano ma che ci appartiene strettamente. Ma dietro la città incantata e al di là del commovente nazionalismo kemalista che il 10 novembre, giorno dell’anniversario della morte di Ataturk, fa suonare le sirene, alle 9,05 del mattino, fermando simbolicamente per un paio di minuti i traghetti sul Bosforo e sul Mar di Marmara e pietrificando all’improvviso il traffico assordante di una città di quindici milioni di abitanti (esclusi i 500.000 profughi siriani che vivono per strada), spuntano i cambiamenti che avanzano lentamente da qualche anno.

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Il turismo europeo e americano è sparito quasi del tutto dopo gli ultimi gravi attentati terroristici che hanno colpito la metropoli europea e dopo il fallito golpe del 15 luglio 2015, sostituito dal turismo del Golfo Persico e del Medio Oriente che salva dalla crisi il settore turistico turco. Dove sono finiti i francesi, gli inglesi, i tedeschi, gli americani e gli italiani che si trovano ovunque? A Istanbul non si vedono quasi più, come dissolti nelle nuvole della paura e del terrore che da qualche tempo tengono lontani i turisti da questa citttà. Ci sono però russi, cinesi e giapponesi, questi sì che si vedono ma c’è soprattutto una folla di arabi che mai nei secoli passati erano riusciti a conquistare Costantinopoli e adesso invece ci sono riusciti, con trolley zeppi di denaro. A Istanbul non si sono mai visti così tanti turisti mediorientali. Ed ecco allora sauditi, qatarioti, kuwaitiani, iraniani, iracheni, emiratini, c’è tutto il Golfo, sia arabo che persico. “Il turismo è in forte crisi, spiega Claudio Monge, un crollo verticale, da due anni a questa parte. È crollato soprattutto il turismo organizzato delle agenzie, sostituito in gran parte dal turismo arabo. È in corso una forte arabizzazione e in certi quartieri ci sono scritte bilinque, come nei negozi e negli hotel, li hanno favoriti togliendo i visti ai turisti arabi che sono gli unici che possono investire e pagare ingenti somme con denaro liquido. Qui il turismo classico, fatto di arte, storia e pellegrinaggi, è stato sostituito dal turismo dello shopping.

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Ci sono voli charter che portano i cittadini dei Paesi del Golfo che si fanno un weekend nei centri commerciali e nei negozi di lusso e poi ripartono senza fare neanche un giro in città. E poi gli arabi sono gli unici possibili acquirenti nel settore immobiliare. C’è stata un’esplosione edilizia incontrollata ma le case sono rimaste invendute per il 70%. In Turchia c’è poco denaro oggi e i prezzi sono troppo alti”. Padre Claudio guida come parroco la piccola chiesa di San Pietro e Paolo, all’ombra della possente Torre di Galata, che sopravvive insieme ad altre due chiese cattoliche, incuneata tra moschee, case ottomane e grandi edifici. Una biblioteca con 30.000 volumi per la formazione dei frati ma aperta a tutti, agli studenti turchi e agli stranieri allo scopo di aiutarli nella ricerca universitaria, nello studio della teologia delle religioni e del rapporto tra islam e cristianesimo. Un centro culturale nato per far incontrare gente diversa, seguendo un disegno tipico della cultura domenicana. Un progetto che procede con alti e bassi. “Qui vengono anche ricercatori che lavorano nel campo della storia per riscoprire le vicende di questi quartieri multietnici che un tempo erano abitati da molti cristiani, cercano documenti sulle radici cristiane di Costantinopoli e sui siti cristiani diventati poi moschee. Ci sono stati sicuramente periodi più facili di quello attuale, ammette fra Claudio, ma le tensioni politiche in questo Paese hanno fatto sì che molte persone, un tempo ben collocate nei gangli del potere, e che erano i nostri referenti diretti, sono spariti e abbiamo dovuto cambiarli con la conseguenza che certi contatti costruiti in passato sono finiti e hanno dovuto essere cambiati. Da anni stiamo cercando di ristrutturare una parte del vecchio convento per trasferire la biblioteca ma ci sono molti impedimenti e procedure burocratiche interminabili che ci stanno sfiancando. La nostra condizione di cristiani e di stranieri non aiuta, è un ostacolo in più, che riguarda non solo noi italiani ma tutti i cittadini dell’Ue”. Sempre più donne con il velo nelle strade di Istanbul, scuole religiose in aumento, Ataturk in naftalina? Per il momento il padre fondatore della Turchia moderna e laica resiste, le immagini di Mustafa Kemal abbondano in città e la sua statua di cera nel Museo navale, sulla sponda europea del Bosforo, non è ancora stata rimossa. Ma qualcosa è già cambiato.

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“Da tre-quattro anni, osserva il frate domenicano, c’è un aumento notevole del velo tradizionale, alla turca, almeno del 40%, e si vedono anche molte donne arabe e iraniane con un lungo velo nero o donne turche provenienti dai piccoli villaggi anatolici con il tradizionale velo. Le vie dello shopping restano abbastanza “occidentali” ma nel resto della città la situazione è mutata. E’ stato tolto il divieto di portare il velo negli uffici pubblici e quindi c’è un ritorno del velo che ora è ammesso, il cambiamento di panorama è innegabile anche se penso che la Turchia non potrà tornare troppo indietro. Come il Kemalismo aveva comportato l’occupazione della scena pubblica con simboli e cultura laica imposta dall’alto, oggi assistiamo a un’occupazione della scena pubblica con i simboli islamici”. Nel Paese della Mezzaluna cambia anche la scuola per avere musulmani più ortodossi e Istanbul si è già adeguata con il potenziamento degli istituti religiosi. “Più che di medrese si tratta di scuole “imam-hatip”, scuole di formazione religiosa per coloro che in futuro potrebbero diventare imam di moschea, insegnanti di religione o dipendenti del Diyanet, il Ministero degli Affari Religiosi. Tuttavia queste scuole che dovevano limitarsi a formare i quadri di questo Ministero stanno rimpiazzando di fatto l’educazione tradizionale. Sono aumentate con la chiusura di diverse scuole pubbliche e con il risultato di fare abbassare drasticamente il livello medio dell’istruzione. È certo però che lo studio scolastico dei decenni di potere di Kemal sarà ridimensionato nella nuova Turchia del sultano Recep Tayyip Erdogan. A cominciare dai simboli del kemalismo, come il “Centro culturale Ataturk” che domina piazza Taksim, il cuore di Istanbul, e ora è in fase di smantellamento (al suo posto sorgerà un teatro dell’Opera) mentre dalla parte opposta della piazza è in costruzione una grande moschea. Il vicino Gezi Park, punto di ritrovo per le manifestazioni anti-Erdogan rischia di scomparire e lasciare il posto a una caserma ottomana.

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“C’è chiaramente la tendenza a voltare pagina, aggiunge il missionario piemontese, il discorso è che si sta rimpiazzando quella che è stata una sorta di identità laica imposta dall’alto, il progetto autoritario di Ataturk con un altro progetto autoritario, si sta imponendo ora un’identità che fa riferimento molto di più alle radici culturali islamiche. E ciò implica anche una presa di possesso dei luoghi simbolici degli anni della Repubblica kemalista che adesso sono ripresi e reinventati a immagine e somiglianza del nuovo progetto. Taksim, che era per eccellenza la piazza della laicità repubblicana kemalista, sta cambiando faccia. Assistiamo a uno scontro tra ideologie diverse. A una vecchia ideologia si risponde con una nuova ideologia”. Decine di ragazze affollano il vecchio caffè turco a ridosso di Santa Sofia, nella grande piazza Sultanahmet, a poche decine di metri dalla Moschea Blu. Sono appena uscite da scuola, ancora più allegre perchè domani è domenica, giorno festivo per tutti nella Istanbul europea, capelli al vento, musica nelle orecchie, cellulare in mano. L’Oriente, per loro, sembra lontano, l’Europa più vicina.