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Preferisco quei tempi dove ignorare e non sapere o mancare di esperienza e capacità era una colpa. E la politica era una cosa seria

Orgogliosamente ignoranti

di ilTorinese pubblicato domenica 28 ottobre 2018

Chissà se la media dei politici conosce che cosa è avvenuto in via Rasella? O leggermente prima in piazza Barberini, a Palazzo Barberini? Si stava facendo e si è fatta la Storia di questo nostro paese. I gappisti travestiti da netturbini facevano saltare mezza divisione tedesca ed i romani conoscevano la ferocia nazifascista. E il futuro Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat rompeva con i compagni socialisti capeggiati da Pietro Nenni. Padri della nostra Repubblica. Bene, dubito che molti sappiano, ora che l’ignoranza va di moda nel Paese. Direi quasi che si deve dimostrare di essere orgogliosamente ignoranti. Così non c’è sospetto di essere stati della “casta”.  Anche su questo qualcosa non funziona. Ho assistito ad una seduta del Senato. Questi nuovi senatori tanto attenti non mi parevano quando i  loro colleghi parlavano. Non tutti ovviamente, ma la maggioranza sì. Decisamente ridanciana. Ad una più attenta osservazione Giorgio Napolitano era invece decisamente attento. Cordiale con chi lo omaggiava ma risoluto nel voler ascoltare e rimandare dopo i saluti. Solo formalismo istituzionale? Non penso proprio. Sicuramente sentire il dovere del proprio ruolo ad oltre 90 anni. Non è poco. Ed allora ecco  decido di girare per Roma tra ricordi e ” pellegrinaggi” dei luoghi della prima repubblica, quando conoscere era indispensabile, non sufficiente ma fondamentale. Quasi sempre non si era d’accordo tra le parti politiche ma si sapeva che l’altro sapeva. Poi è arrivata Roma ladrona.  E pensare che alcuni epigoni di ieri ora governano il Paese.  Tra la prima Repubblica e questa attuale repubblichetta c’è stata la seconda che  ha portato a casa poco o nulla. La Rivoluzione Liberale di marca Berlusconi  si è infranta sulla prosecuzione di una Tangentopoli ante litteram. Da prima i Lombardi a prima il Nord,  per finire a prima gli Italiani. Riformismo senza popolo, è l’ottima definizione del “compagno ” Dalema. Dove le virgolette non sono ironiche. E

poi Grillo che ascoltando il consiglio di Piero Fassino ha fondato un partito veramente, consegnandolo a Di Maio decisamente debole nel campo del sapere. Ma iniziamo il percorso “amarcord” partendo da via Del corso 476. Doveroso iniziare dal Psi sempre stretto tra PCI e Democrazia Cristiana, tra riformismo e stanza dei bottoni.  Da Pietro Nenni che entusiasta accettò il premio Stalin, al suo figlioccio politico Bettino Craxi. Batteva i pugni se alle frontiere italiane non facevano entrare gli esuli antifascisti cileni e a Sigonella spiegò ai Marines americani che essendo nel territorio italiano non erano graditi ospiti. O Giusi La ganga il vero numero due responsabile Enti Locali che dai comunisti aveva ” imparato ” il centralismo democratico e  a Torino diceva a Fiat e Agnelli: ” parliamoci”. In Via Della vite la Federazione nazionale dei giovani comunisti, dove ci venne presentato Massimo Dalema.  Sapevamo che arrivava da Pisa, figlio del romano segretario del PCI del Lazio, voluto da Enrico Berlinguer. Ciò bastava. Scelta incontestabile. Con tutti quei capelli neri, allora fumava ed era già  cinicamente intelligente. Ci aspettava il ’77 dove violenza e terrorismo la facevano da padroni. Poi Piazza del Gesù che aveva visto entrare Enrico Mattei, Aldo Moro il divo Giulio o Amintore Fanfani. Oramai la Dc figlia del potere ed indissolubile dal potere. Democristiani e comunisti agli antipodi, due opposti che non hanno impedito di fare la resistenza insieme. Aldo Moro che ha pagato con la vita le sue convergenze parallele, odiato dai servizi segreti inglesi e statunitensi. Infine il tormentato Zaccagnini, tormentato e  diviso tra l’amicizia per la sorte del suo amico Moro ed il senso dello Stato che gli impediva di trattare con i banditi brigatisti in odore di servizi segreti russi. Ed ecco Botteghe Oscure: lo Stato nello Stato. Dove dal dopoguerra Palmiro Togliatti nel sottotetto cominciò a vivere con Nilde Jotti clandestinamente perché il capo del Partito non può e non deve avere una “concubina”. E Luigi Longo da segretario aveva già deciso la sua successione scegliendo un certo Enrico Berlinguer, segretario tutt’altro che incontestabile.  Ma nessuno doveva e poteva sapere di contrasti. Centralismo democratico, veniva chiamato. E lo spessore di Giorgio Amendola e  di Pietro Ingrao con un altro futuro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. E Nilde Jotti prima presidente della Camera donna e comunista. Si faceva politica ognuno con la propria filosofia. E che dire del Craxi riformatore  che aveva capito che non era più possibile escludere i comunisti. O di Berlinguer che alla via italiana al socialismo aveva aggiunto la rottura con gli oppressivi sovietici che avevano per antonomasia sempre ragione. Del resto Dio non si contesta, e loro erano Dio in Terra. Torniamo al presente, forse sono solo nostalgico di qualcosa che so perfettamente che non può e non sa ritornare. Ma lasciatemi dire che preferivo e preferisco quei tempi dove ignorare e non sapere o mancare di esperienza e capacità era una colpa. E la politica era una cosa seria.

 

Patrizio Tosetto

 

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