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QUANDO LA RETORICA DECISIONISTA SOSTITUISCE TWEET VOLATILI ALLE SCRITTE SUI MURI: ECCO COME SI DEMOLISCE CON ALLEGRA INCONSAPEVOLEZZA LA MEMORIA NAZIONALE

Nell’Italia dei cattivi maestri (elementari) l’iconoclasta Matteo tira diritto

di ilTorinese pubblicato giovedì 7 maggio 2015

tricolore domenica corrieregobetti teatroAVVISTAMENTI

Si demolisce con allegra inconsapevolezza ciò che resta della nostra memoria. Vedere per esempio in apertura dell’Expo un coro di ragazzi che crede di fare prova di spirito civile, sostituendo nell’Inno Nazionale le parole “siam pronti alla vita” al corretto “siam pronti alla morte”, è semplicemente avvilente. Significa, detto senza retorica, buttare nella spazzatura il Risorgimento, buona parte del nostro Ottocento, senza contare l’oltraggio alla memoria di quanti sono caduti per l’Unità d’Italia

 

Come ricorda la lapide posta sulla facciata del Gobetti di via Rossini (foto in alto), in quel teatro torinese si tenne nel 1847 la prima esecuzione del canto “Fratelli d’Italia”, composto da Goffredo Mameli (1827-1849) e inno della Repubblica Italiana dal 1946.

 

RENZI LAVAGNA

Curioso che finora nessuno dell’entourage di Renzi abbia mai respinto con sdegno i paragoni tra il Premier  e il Cavaliere (quello del 1922, non quello di Arcore), e sì che le occasioni non sono mancate. Non si è mai visto un Governo che si voti a maggioranza, con la fiducia, una legge elettorale su misura: mai, tranne appunto, che nel 1923, quando il governo Mussolini impose il voto di fiducia sulla legge Acerbo (proporzionale, premio dei due terzi dei seggi alla prima lista che superasse il 25% dei voti) che avrebbe consegnato nel ’24 il Parlamento ai fascisti. Anche questa retorica decisionista, che ha sostituito le scritte sui muri con volatili tweet, mantenendosi sulla stessa linea, non può non richiamare ricordi di famiglia: “Andiamo avanti come treni”, “Noi tireremo diritto”, e così via. Quasi impossibile distinguere.

 

tricolore amintricolore duceSenza voler drammatizzare, ché in Italia la rivoluzione è sempre flaianamente rinviata a data da destinarsi causa cattivo tempo, colpisce anche la retorica dei buoni sentimenti e del “lasciate fare a me, che è per il vostro bene”, a livelli che neppure Berlusconi – il quale, da imprenditore, ha pur fatto qualcosina per conto suo più di Matteo – si sarebbe mai permesso. Certo, non possiamo pretendere che la nuova classe dirigente renziana si preoccupi di studiare quel tanto di storia che serve a maneggiare con attenzione i buoni sentimenti e il paternalismo da stato etico: leggersi l’illuminante “Liberal Fascism” di Jonah Goldberg, per verificare quanto Hitler, Stalin e persino Pol Pot e Idi Amin si interessassero di salutismo, difesa dell’ambiente, sviluppo sostenibile, alimentazione a Km0, equità sociale e persino di pace nel mondo.

 

Quello che invece preoccupa è quando questa tendenza iconoclasta, miscelandosi con la crassa e diffusa ignoranza delle nozioni di base che dovrebbero essere impartite entro il compimento del tredicesimo anno di età, demolisce con allegra inconsapevolezza ciò che resta della nostra memoria. Vedere per esempio in apertura dell’Expo un coro di ragazzi che crede di fare prova di spirito civile, sostituendo nell’Inno Nazionale le parole “siam pronti alla vita” al corretto “siam pronti alla morte”, è semplicemente avvilente. Significa, detto senza retorica, buttare nella spazzatura il Risorgimento, buona parte del nostro Ottocento, senza contare l’oltraggio alla memoria di quanti sono caduti per l’Unità d’Italia – ridateci Bossi col suo “Tricolore nel cesso”, almeno lui aveva motivi di spicciola propaganda.

 

Pensare di modificare secondo moda, con incredibile leggerezza, un qualsiasi inno nazionale – compreso quello della Repùblica de las bananas, è indice di assenza di riferimenti e quindi di vuoto identitario. Non si è più nessuno; nomi, famiglie, storie, monumenti, sepolcri, gioie, dolori: tutto dura meno dello spazio di una puntata di X-Factor. Spesso mi sorprendo a chiedermi l’origine di questa peculiare 

tricolore maestramaledizione italiana. In fin dei conti, i progressisti e multiculturali Francesi continuano a cantare un inno vecchio di 220 anni, che reclama il “sangue impuro” dei nemici per irrigare i campi; gli Inglesi si tengono stretto un inno risalente al 1740, che canta le glorie di un impero defunto da tempo e di un generale massacratore di Scozzesi.  L’allegro e maestoso inno americano celebra il sangue dei nemici “che lava la sozzura delle loro stesse impronte” sul sacro suolo patrio. Non parliamo degli Spagnoli, che ancora suonano la Marcia reale reintrodotta dai Generalissimo Franco, non potendolo cantare perchè ancora invita i figli del Popolo Spagnolo ad “alzare il braccio” sotto il nuovo regime che assicura pace e lavoro. Insomma, non c’è niente di cui vergognarsi nell’Inno di Mameli: molti erano pronti alla morte per l’Italia unita e molti si sono sacrificati. Che non lo sappiano gli studenti, è triste. E’ drammatico che non lo insegnino più i loro maestri – maestri elementari, s’intende.

 

fv