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"Ci sentiamo come soffocati da una marea islamica che continua a salire"

Mostar, il parroco senza chiesa

di ilTorinese pubblicato venerdì 7 aprile 2017

FOCUS / di Filippo Re

Parroco senza chiesa in una città divisa tra cattolici e musulmani all’interno di una Federazione dove domina l’Islam. Il parroco è don Kreso Puljic che dalla collina di Mostar in Bosnia-Erzegovina, osserva i minareti che, dall’altra riva del fiume, svettano alti nel cielo e sovrastano l’abitato. La Federazione è quella Croato-Bosniaca in cui i musulmani sono l’80% e i croati cattolici il 20% mentre più a nord c’è la Repubblica serbo-bosniaca. Direttore della Caritas di Mostar negli anni della guerra 1991-1995 don Kreso è parroco dal 2010 a San Tommaso Apostolo, sulla collina bianca di Mostar.

I croati cattolici vivono nei quartieri occidentali della città e sono 50.000, a est ci sono 40.000 musulmani tra vecchie e nuove moschee. “A Mostar siamo più numerosi degli islamici ma nella Federazione Croato-Bosniaca siamo una minoranza di cattolici sotto la maggioranza islamica in continua espansione. Non c’è al momento ostilità tra noi e loro ma siamo ugualmente in grande difficoltà e ci sentiamo dimenticati dal mondo.

Don Puljic, come vivono i cattolici nella sua città, siete preoccupati?

R L’islamismo avanza, dilaga sotto i nostri occhi, ma non possiamo farci niente. Prima della guerra, in Bosnia, vivevano poco meno di un milione di cattolici ma adesso sono solo 420.000. Da una decina di moschee si è passati in poco tempo a quaranta luoghi di culto islamici. Ma ciò che preoccupa di più è l’arrivo di capitali dall’estero per islamizzare la regione. C’è il rischio che la Federazione Croato-Bosniaca diventi uno Stato unico, tutto islamico.

Teme per il futuro?

R Sì, abbiamo paura. Le moschee, nella nostra Federazione, sono già centinaia, almeno 400, e il denaro arriva a pioggia dai Paesi arabi, dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi, dal Qatar ma anche dalla Turchia e dall’Iran. Comprano tutto, terreni per costruire moschee e nuovi quartieri, allargando la superficie di paesi e città. Sarajevo, per esempio è una città tutta musulmana.

Cosa succede a Sarajevo?

R Sarajevo, a 130 chilometri da Mostar, è una città quasi tutta musulmana e continua a espandersi. Attorno alla capitale è nata una nuova città araba di 40.000 abitanti. Ci sentiamo come soffocati da una marea islamica che continua a salire.

 

L’Isis non è poi così lontano da Mostar…

R Il pericolo jihadista è una realtà anche in Bosnia dove è cresciuto l’estremismo islamico e da qui si va a combattere nel Vicino Oriente. I campi di addestramento dell’Isis sono lontani, a 200 chilometri a nord del capoluogo dell’Erzegovina ma sappiamo che centinaia di bosniaci, circa 400 uomini armati, sono andati in Siria per unirsi alle milizie del Califfo. Ma ora tornano dopo la sconfitta del Califfato e con quali obiettivi?

Intanto nella Mostar cristiana soffia il vento dell’integralismo…

R Un certo timore serpeggia anche da noi dove si è formato un movimento giovanile wahabita sostenuto e finanziato dai sauditi che predica rigore e stretta osservanza della legge islamica e coranica. Lo teniamo d’occhio ma sappiamo che trova facilmente nuovi seguaci.
L’allarme non si ferma all’islamismo dilagante ma investe direttamente la sua chiesa che in realtà non c’è ancora.

Don Puljic fa il parroco in un ex magazzino di mobili trasformato nella parrocchia di San Tommaso Apostolo.

R A Mostar non è facile essere cristiani. Non esistono enti culturali e religiosi in grado di venire incontro ai problemi dei cattolici, di soddisfare le loro richieste. Di conseguenza molti se ne vanno, finiscono nella vicina Croazia o emigrano in Germania e in America. Questo è il grande problema di Mostar. C’è molta disoccupazione e si cerca lavoro altrove oppure si finisce nella criminalità e nella tossicodipendenza. L’esodo dei croati da Mostar non si arresta. Prima della guerra erano centomila e ora sono la metà.
La parrocchia però si riempie di fedeli nei giorni festivi..

R E’ una grande gioia vederla piena di gente, ci sono molti giovani, è un segno di speranza per un futuro che non si annuncia agevole. Qui per i giovani ci sono poche strutture educative e di svago, manca il teatro, manca una cultura cristiana, evangelica. Organizzo corsi di lingue e di computer, seguo tanti universitari e cerco di aiutarli in senso spirituale.

Don Puljic guarda con ottimismo al futuro.

R Prima di tutto vogliamo costruire la nostra chiesa parrocchiale. Il progetto edilizio è pronto da tempo, manca ancora qualche permesso ma contiamo di averlo in breve tempo. La realtà amministrativa a Mostar è paradossale: il sindaco c’è ma manca il Consiglio comunale poiché non si vota da otto anni. Poi toccherà all’oratorio, a una sala per le attività culturali e a tre sale per il catechismo e gli incontri con i ragazzi. In tre-quattro anni dovremmo farcela.Occorre denaro e l’aiuto di tutti.

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Per offerte e contributi per la parrocchia di San Tommaso Apostolo di don Krèso Puljic ci si può rivolgersi all’Associazione Maria Madre della Provvidenza onlus (AMMP) in corso Trapani 36 a Torino che proprio a Mostar ha costruito un orfanotrofio e aperto una cooperativa agricola.

 

Filippo Re

(dal settimanale “La Voce e il Tempo”)