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Oltre Torino. Storie miti e leggende del Torinese dimenticato

Masche e Metamorfosi

di ilTorinese pubblicato venerdì 26 ottobre 2018

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce

Folletti e satanassi, gnomi e spiriti malvagi, fate e streghe, questi sono i protagonisti delle leggende del folcklore, personaggi grotteschi, nati per incutere paura e per far sorridere, sempre pronti ad impartire qualche lezione. Parlano una lingua tutta loro, il dialetto dei nonni e dei contadini, vivono in posti strani, dove è meglio non avventurarsi, tra bizzarri massi giganti, calderoni e boschi vastissimi. Mettono in atto magie, molestie, fastidi, sgambetti, ci nascondono le cose, sghignazzano alle nostre spalle, cambiano forma e non si fanno vedere, ma ogni tanto, se siamo buoni e risultiamo loro simpatici, ci portano anche dei regali. Gli articoli qui di seguito vogliono soffermarsi su una figura della tradizione popolare in particolare, le masche, le streghe del Piemonte, scontrose e dispettose, mai eccessivamente inique, donne magiche che si perdono nel tempo e nella memoria, di cui pochi ancora raccontano, ma se le loro peripezie paiono svanire nei meandri dei secoli passati, esse, le masche, non se ne andranno mai. Continueranno ad aggirarsi tra noi, non viste, facendoci i dispetti, mentre tutti fingiamo di non crederci, e continuiamo a “toccare ferro” affinchè la sfortuna e le masche, non ci sfiorino. (ac)

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7  Masche e Metamorfosi

Al ritorno dai campi, due amici di Frave (vicino a Carrù, in provincia di Cuneo), videro delle masche.
“Guarda, ci sono tre pecore!”
“Ma che dici? Qui non c’è nulla”
“Come fai a non vederle? Sono qui, davanti a me”
“Dai, vieni via, qui non c’è nulla”
“Non posso, le pecore non mi fanno muovere”
L’amico che non vedeva nulla si spaventò, si caricò in spalle il compagno immobilizzato e corse veloce, lontano da quelle masche che chissà cosa volevano.


Uno dei poteri delle streghe, e anche delle masche, è quello di potersi tramutare in bestie, le quali ultime assumono una presenza ricorrente e di primo rilievo nelle storie e nelle leggende riguardanti la stregoneria e la magia. In genere gli animali sono gli aiutanti delle serve del Diavolo, giudicati immondi e di indole malvagia, come le loro padrone. Si tratta degli “animali collaboratori”, come il gatto o piuttosto il caprone, usato, quest’ultimo, come cavalcatura per arrivare al luogo del Sabba, ma possono anche essere civette, barbagianni o gufi. Compaiono, poi, gli “animali ingredienti”, utilizzati come prodotti magici da inserire nei calderoni per pozioni e balsami, tra cui i pipistrelli, i rospi o i serpenti. Tra tutti, certamente, il gatto è eletto a fedele compagno delle streghe, anche lui costretto ad un destino di persecuzioni, soprattutto se di colore nero. Questo felino è stato assunto ad emblema del male per moltissimo tempo, tanto che in Francia era usanza rinchiudere un gatto vivo nelle mura delle chiese, a testimonianza simbolica di Dio che blocca, con il peso della sacra struttura, Satana e i suoi poteri malvagi; o ancora, in tutta l’Europa medievale, era prassi seppellire un gatto vivo agli incroci delle strade, o ucciderne uno a sprangate dopo la mietitura: in questo modo si sarebbe eliminato lo spirito (malevolo?) del grano. Gli animali erano centrali anche durante i rituali dei Sabba: i caproni trasportavano sui loro dorsi irti le diaboliche donne, Satana stesso prendeva le sembianze di un capro, si metteva al centro del ballo forsennato e aspettava che le sue adepte gli baciassero le natiche, in segno di eterna devozione; durante la funzione demoniaca venivano battezzate bestie immonde di ogni genere, soprattutto rane e rospi. Al collo e alle zampe di questi ultimi, vestiti di velluto rosso e nero, veniva legato un campanello; una volta battezzati erano donati alle streghe più meritevoli e alle neofite. La superstizione era molto attenta e precisa nell’indicare quali animali avessero contatti con il demonio o con le streghe, e come ci si dovesse comportare nei loro confronti o come essi potessero essere utilizzati.  In Germania, ad esempio, la gallina nera doveva essere cucinata a porte chiuse, e il suo cuore veniva infilzato da molti aghi e infine gettato via prima del sorgere del sole. Della lepre si dice che portasse male incontrarne una di prima mattina, perché, in realtà, si trattava di una strega. L’animale, ucciso, veniva anche fissato all’architrave delle porte, in modo da allontanare gli spiriti maligni. Perfino le farfalle erano ritenute pericolose o di cattivo auspicio: sicuramente si trattava di streghe nascoste sotto tale aspetto al fine di rubare burro e latte. Per proseguire sui cattivi auspici, anche il cane nero non era ritenuto di buon augurio, pur se incontrato solo in sogno, addirittura sul suo collare venivano incisi strani simboli magici. Secondo la tradizione, il cavallo e il caprone rimanevano legati alla figura del Demonio, il primo perché Belzebù ha gli zoccoli al posto dei piedi e il secondo perché questa è la forma che il Signore dell’Inferno assume durante i Sabba. Delle civette la leggenda racconta che, quando il loro stridere si avvertiva nei pressi di una casa, esse volessero annunciare la morte di chi vi abitava; quanto ai corvi, si credeva che avessero il dono della profezia, e il loro sangue e le loro piume venivano usati per stringere patti col Diavolo. Il pipistrello era di certo prediletto dalle streghe: esse, tramutandosi in questo animale, tormentavano i viandanti notturni; invece, se volevano seminare zizzania, assumevano la forma di un maiale, motivo per cui era necessario fare attenzione a quelli senza padrone. E il vostro paffuto e innocuo animale domestico dove sarà stato nella notte, mentre voi dormivate sonni innocenti?

Alessia Cagnotto

 

 

 

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