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Quegli esseri – un po’ come tutti gli animali – “non erano certo peggio degli uomini”.

Luigino, il cacciatore di serpenti

di ilTorinese pubblicato martedì 5 settembre 2017

Luigino “mazzabis” era un serparo. Conosceva i segreti per catturare e maneggiare le vipere. S’intrufolava nelle zone più scomode e rocciose, passando in rassegna gli  anfratti vari, alla ricerca dei rettili. Soprattutto a mezza costa, nelle parti  più assolate dei pendii del Mottarone, tra i sassi nascosti dal brugo, nei pressi delle cave di granito o sui versanti  scoscesi del torrente Selvaspessa. “Caro mio, non si va per serpi in pianura. Bisogna scarpinare e non aver fretta. Ti apposti e, quando la biscia si stende a prendere il sole, l’acchiappi al volo. Bisogna esser lesti, veloci. Altrimenti ti morde e son dolori“.

 

Luigino “mazzabis”, all’anagrafe Luigi Poldo, aveva studiato medicina a Pavia dando tutti gli esami senza però laurearsi. Tornato sul lago Maggiore, a Baveno, dopo aver fatto diversi lavori,  da un tempo lavorava come assistente di un dentista e s’era impallinato con la storia del serparo.  Dai serpenti che catturava, cavava il veleno per poi cederlo ad un’ importante ditta farmaceutica del milanese tramite il dottor Klever , il farmacista del posto. Le cercava un po’ ovunque: dall’alpe Vidabbia al Monte Zughero, dai valloni sotto i Corni di Nibbio fino in Valgrande. Soprattutto quest’ultima zona, oggi parco nazionale, godeva di una certa fama. La chiamavano, infatti, la “valle delle vipere”, alimentando il mito del  leggendario Bazalèsch (il basilisco) e del Galètt , una vipera nera con la cresta che emanava un profumo talmente insistente da far cadere addormentate le persone. In realtà l’essere così poco teneri con queste serpi è ingiusto. La vipera e’ un animale piuttosto timido e pauroso, che attacca solo per difendersi. Può rappresentare un pericolo per le capre o le mucche ma  i casi di donne e uomini morsi dalle vipere  sono piuttosto rari. “ Quando si incontrano sul percorso, basta semplicemente fermarsi e aspettare che si allontanino”, ci diceva Luigino. “ Questo nel caso riusciamo a vederle per primi, altrimenti se arriviamo troppo vicini e la spaventiamo, la vipera può reagire, prima di attaccare, con quel suo caratteristico “soffio”, che e’ abbastanza impressionante”.

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Le vipere, per loro sfortuna e per nostra fortuna, sono gli unici serpenti velenosi esistenti in Italia (la sola regione dove non esistono vipere è la Sardegna). A seconda della specie, possono vivere indifferentemente in pianura, in collina o in montagna, così come  nei boschi, nelle pietraie, nei prati o lungo le siepi, manifestando una certa predilezione per i luoghi soleggiati. La vipera dispone di un apparato velenifero perfetto ed efficace, una vera e propria “arma letale”: il veleno , prodotto da una ghiandola posta sopra il palato, viene inoculato nella ferita al momento del morso attraverso appositi canalini che porta dentro le due piccole zanne. Altamente tossico, talvolta mortale, è in grado di agire in meno di un quarto d’ora. Ovviamente prediligono le zone dove ci si può  nasconder bene, abbastanza isolate. “ Le serpi le trovi lontano dai posti abitati”, aggiungeva Luigino. “Se incontri un aspide o un marasso,lo riconosci dalla testa triangolare e dagli occhi: le vipere hanno le pupille verticali, simili a quelle dei gatti. Si distinguono così dalle bisce innocue che hanno la pupilla tonda. Anche se, a dire il vero, un sacco di gente non perde tempo a guardarle negli occhi e scappa via a gambe levate”. Noi , curiosi, gli chiedevamo se c’era una  tecnica per catturarle.  Guardate, la serpe percepisce le vibrazioni del terreno, e fugge. Se però ti avvicini lentamente, con passo felpato,  e più o meno conosci la zona, non è difficile scovarla e catturarla anche se si è mimetizzata tra sassi  ed arbusti. Dovete sapere che la serpe è abilissima a mimetizzarsi e la sua colorazione si adatta all’ambiente  dove vive. E’ una grandissima artista nel camuffarsi. A volte si riesce a catturarle anche non in ferma. Sì, perché quando si muovono è più facile riconoscerle. Ma, ricordate: più che la tecnica, conta l’esperienza, l’intuito. Io ne catturo parecchie di vipere  ma capita spesso che per prenderne una ci devo tornare anche tre o quattro volte. Non è né una cosa semplice, né una cosa impossibile. Molto dipende dal luogo dove vive. Per la tecnica di cattura ci vuol mano ferma e occhio vigile:le  afferro per la coda a mani nude e le sollevo in aria. Così neutralizzo la vipera perché non riesce più a risollevarsi e mordere, e la ficco nel sacco. A volte  uso anche   il bastoncino biforcuto ma non mi piace tanto”. Ma c’era anche un periodo “buono” per la caccia? Luigino, sorridendo, rispondeva con un detto ( “ a S. Giuseppe la prima serpe” ) che indicava tra fine marzo e l’inizio dell’estate il periodo migliore. Raccontava che nei  boschi e fra i sassi di Pian di Boit, in Valgrande, c’erano quelli che – catturate le vipere – le chiudevano in apposite cassette di legno con uno spioncino e le spedivano all’istituto sieroterapico di Milano.

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Per quei montanari era  un modesto integrativo finanziario al magro reddito d’alpeggio. “ Sapete,ragazzi: si guadagna qualcosa, ma non si diventava ricchi. Quelle catturate in aprile valgono di più, perché contengono una maggiore quantità di veleno. In una stagione, un bravo viperaio riesce a catturarne 70-80. Io, una decina d’anni fa, ho raggiunto il mio record: centoventitrè. Ma è stato davvero un anno di grazia. A proposito, vi ho mai raccontato di quella volta che ho dovuto soccorrere il Martin Cappella? Lo conoscete, no?”.  Lo conoscevamo sì: era uno dei “fungiatt”, dei cercatori di funghi più esperti della zona del Mottarone. Nonostante questo – stando al racconto di Luigino –  un pomeriggio  si dimenticò della necessaria prudenza. Eppure sapeva bene cos’era bene evitare di fare. Ad esempio,   mai frugare con le mani  tra le felci, vicino ai sassi, senza prima essersi accertati che non vi fosse pericolo. Gli era parso di vedere un fungo e, allungata la mano, la ritirò di scatto, dolorante. La vipera l’aveva “tassato”.. “ L’ho sentito gridare e sono volato lì come un falchetto. La pelle nel punto della morsicatura era già rigonfia, arrossata, con chiazze bluastre. Non mi sono fatto pregare. L’ho fatto distendere e con il mio coltello ho inciso la ferita, succhiando e sputando via il veleno. Con la cintura dei pantaloni gli ho stretto il braccio una ventina di centimetri sopra il segno del morso e l’ho caricato in spalla. Per fortuna non eravamo distanti dalla cava. Con il  fuoristrada di uno degli addetti a far brillare le mine necessarie a staccare le lastre di granito, siamo andati al pronto soccorso a Pallanza dove l’hanno curato. E v’assicuro che da quella volta gira sempre con il bastone e prima di metter giù le mani , fruga dappertutto con quello. Cosa volete, il morso della vipera gli ha messo una fifa addosso che non vi dico”. E concludeva i suoi racconti ricordando a chi l’ascoltava che lui, raramente, aveva ammazzato una biscia perché – in fondo – quegli esseri – un po’ come tutti gli animali – “non erano certo peggio degli uomini”.

Marco Travaglini