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Qualcosa dell'Italia migliore è rimasto: "lo scheletro contadino"

L’Italia dello zero virgola

di ilTorinese pubblicato sabato 20 febbraio 2016

garauIL MONDO DEL BIO / di Ignazio Garau *

La ripresa continua a essere debole e la speranza di lasciarsi alle spalle gli anni più bui della crisi si scontra con prospettive internazionali di grande incertezza, con rischi complessivi in aumento. Capacità di innovazione, agricoltura e territorio, coniugate in una visione di sostenibilità, sono le parole chiave per uscire dalla crisi che ci attanaglia.

Certo gli indicatori economici del nostro paese hanno cambiato segno da un po’ di tempo a questa parte ed evidenziano movimenti verso l’alto nell’ordine di qualche decimale di punto percentuale. Variazioni molto contenute e sempre a rischio. E’ l’Italia dello zero virgola, come l’ha descritta il Censis solo qualche settimana fa nel suo 49° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2015, un’Italia in letargo, che riparte solo per piccoli gruppi, che paga uno scollamento tra la “politica” e il corpo sociale. Un’Italia, dice il presidente del Censis Giuseppe De Rita citando Filippo Turati, fatta di “mezze tinte, mezze classi, mezzi partiti, mezze idee e mezze persone”.piemonte italia

Il mercato del lavoro continua a segnare il passo, dopo il rimbalzo conseguente all’entrata in vigore del Jobs Act, che comunque non ha portato neppure lontanamente a recuperare la situazione pre-crisi. E’ una situazione di blocco, molto diversa dalle condizioni presenti in molti paesi europei, che registrano un calo della disoccupazione più marcato. In Italia chi è senza lavoro ha perso anche la speranza di trovarlo. Se esaminiamo l’occupazione giovanile (15-24 anni) il tasso di disoccupazione si è attestato a dicembre 2015 al 37,9%, il tasso più basso degli ultimi tre anni, ma ancora incredibilmente elevato, considerato che è praticamente raddoppiato in sei anni, con un picco del 42,7% nel 2014.

Il tasso di inflazione rimane bloccato, nonostante gli sforzi della BCE, gli investimenti sono nulli. Chi ha le risorse non si sogna certo di impiegarle nell’attività economica e chi ha idee e volontà di intraprendere nuove iniziative non riesce a accedere al credito.

E’ un corto circuito continuo, quando sembra che si stia superando la crisi in un’area del pianeta, Europa o Stati Uniti, ecco che la stessa si riaccende in Asia, Giappone o Cina, in una situazione di precarietà continua. La guerra diventa fisiologica in contesto di incertezze di questo tipo e appare come “la continuazione della politica con altri mezzi”, come affermava il Generale e teorico militare Carl von Clausewitz. “Siamo entrati nella Terza guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli”, ha avuto modo di affermare senza mezzi termini Papa Francesco.

renzi matteo2Il modello economico che ha conquistato il pianeta nel secolo appena trascorso si é incartato su se stesso, anche la Cina e le economie dei paesi emergenti sono coinvolte nella crisi ormai globale e navigano a vista, eppure non si rinuncia alla speranza che tutto possa rimettersi in carreggiata, recuperando le condizioni di sviluppo precedenti.

Puntare a una ripartenza dell’economia, ma per andare dove?

Nella scrittura cinese la parola “crisi” è composta con due ideogrammi, uno rappresenta il pericolo, l’altro indica l’opportunità. In una stagione di grandi difficoltà occorre cogliere le opportunità, avere il coraggio di individuare i percorsi nuovi che possono produrre miglioramenti effettivi, nell’interesse di tutti e non solo di qualche ristretto gruppo, per ricostruire una prospettiva e una speranza nel futuro.

E’ ancora il rapporto del Censis che ci evidenzia che qualche cosa accade, che gli italiani, comunque, provano a muoversi. Certo non più come collettività, non dentro un “progetto generale di sviluppo” che non esiste più da tempo, ma da singoli, all’interno magari di piccoli territori, o di piccoli gruppi sociali.

Qualcosa dell’Italia migliore è rimasto: “lo scheletro contadino”, che non è un mero attaccamento alle radici. Vince chi esporta (l’export vale il 29,6% del Pil), chi riesce a inventare “un nuovo stile italiano” riuscendo a innovare i settori tradizionali, coniugando “qualità, saper fare artigiano, estetica, brand”. Vince un settore trasversale per vocazione come quello creativo-culturale e vince l’agroalimentare, che nell’anno dell’Expo fa il boom di esportazioni e riconquista la leadership nel mercato mondiale del vino (con oltre 3 miliardi di export). Vince il settore turistico che registra un costante incremento dei flussi anche in questi anni di crisi.AGRICOL SAN GIORGIO

Sono queste le risorse su cui il nostro paese deve puntare, la capacità di innovazione, il settore della cultura e del turismo, l’agroalimentare, l’agricoltura. Un’agricoltura multifunzionale, capace di garantire la custodia e la qualità del nostro prezioso territorio, dei nostri paesaggi agrari, di valorizzare la nostra ricchezza di biodiversità e di tradizioni. Certo il modello non può essere quello di un’agricoltura industriale e produttivi sta, occorre scegliere la strada di un’agricoltura biologica, valorizzando un settore che continua a crescere pur in una situazione di contrazione dei consumi alimentari, che ottiene la fiducia dei consumatori e che contribuisce in maniera significativa all’export del nostro settore agroalimentare.

La nostra agricoltura, dunque, la nostra filiera agroalimentare non è solo uno dei primi motivi per i quali il mondo intero ama l’Italia. Non è solo uno dei comparti più forti del made in Italy. È anche quello che più di altri, in modo più maturo e articolato, ha fatto della green economy una leva per crescere. È tra quelli più dinamici e innovativi, anche grazie al numero crescente di giovani che scelgono un mestiere decisamente rivalutato rispetto a qualche anno fa; quello del contadino.

Territorio è un’altra parola chiave. Negli ultimi anni, nei tanti e diversi territori del nostro paese sono nate le espressioni imprenditoriali migliori di quella “green economy” sempre più concreta, a partire proprio dal mondo dell’agricoltura e, soprattutto dell’agricoltura biologica. Nei territori sono nate le più grandi storie imprenditoriali italiane.

I distretti rurali, i distretti agroalimentari di qualità, i distretti artigianali e industriali che si sono sviluppati in Italia rappresentano frequenti storie agriturismodi successo. Per le piccole imprese rappresenta l’opportunità di compensare gli svantaggi della ridotta dimensione aziendale con l’elevata specializzazione, flessibilità nell’uso dei fattori produttivi, e sviluppo di reti di collaborazione e informazione.

Anche l’esperienza dei bio-distretti sta crescendo in Italia (e in Europa). Il Bio – Distretto è l’accordo mediante il quale i soggetti interessati alla crescita economica sostenibile del loro territorio si impegnano a definire e a sviluppare un progetto comune attento alla conservazione delle risorse, alla compatibilità             ambientale e alla valorizzazione delle differenti opportunità della loro realtà territoriale.

L’avanguardia non è più la “grande impresa”, ma le tante realtà, dal nord al sud del paese, che sono riuscite e che si stanno impegnando per sviluppare un progetto territoriale.Le strade per uscire dalla crisi sono tracciate, occorre riconoscerle e percorrerle con convinzione.

*Presidente ItaliaBio

ciao@italiabio.net