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LA RUBRICA DELLA DOMENICA

Linea di confine. Spigolature di vita e storie torinesi

di ilTorinese pubblicato domenica 16 luglio 2017

di Pier Franco Quaglieni

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L’estate torinese – Il libro di Papa sul processo alle Brigate Rosse 76/78 – La sommossa di Torino del 1917 – Ricordi di 40 anni fa – Ghivarello delicato pittore della collina torinese

 

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L’estate torinese

Le notizie politiche torinesi questa settimana sono poche. Proseguono gli interrogatori dei magistrati per i fatti del 3 giugno con l’ascolto della Sindaca.Sembra che si tratterà di un’indagine lunga. Attendiamo con doverosa pazienza (ma non troppa) i risultati. I responsabili devono pagare e l’indignazione dei cittadini resta altissima. Sembra che , invertendo la rotta di 360 gradi,vogliano tenere il G7 di settembre a Venaria Reale,inizialmente considerata “zona rossa”.Non invidio i cittadini  di Venaria anche se la scelta appare la migliore possibile. Ne deriva però la constatazione che Torino non ha una zona sicura dove tenere un evento internazionale blindato.  Amburgo insegna che neppure la polizia tedesca è riuscita ad evitare i vandalismi  e le violenze. Pensiamoci bene perché a Genova fu un disastro. Venne messa a ferro e fuoco la  città ,con l’”eroe” Giuliani che voleva ammazzare un carabiniere servendosi di un estintore.Hanno ragioni gli industriali a volere il G7 a Torino,ma il ministero dell’interno deve garantire le condizioni perché esso avvenga. Anche a Milano l’inagurazione dell’Expo corrispose ad un disastro in cui non venne adeguatamente contrastata la violenza e meno che mai il vandalismo.Di Alfano ministro degli Interni ,oltre agli sbarchi incontrollati e la firma di certi protocolli- capestro,andranno anche ricordati i fatti di Milano. Si vocifera di ripristinare a Torino una tassa sui cani,tornando indietro di decenni. Il chip e prima il tatuaggio obbligatorio (che comunque non avvengono a titolo gratuito)garantiscono l’identità del possessore e limitano i casi di randagismo,anche se il periodo vacanziero coincide con atti brutali di abbandono. Accanirsi fiscalmente anche sui cani-oltre che sui cittadini – è errato,tantissime persone consolano la loro solitudine con un animale da compagnia che nella maggioranza dei casi è un cane. Non  parlo pro domo mea perché io non ho più un cane e il suo ricordo    straordinario  e irripetibile mi impedisce di  averne un altro. Se se è vero che i cani sporcano in strada,è altrettanto vero che i possessori sono obbligati dalle norme a girare con sacchetto e paletta.La maggioranza pulisce,una minoranza cialtrona no. E’ compito dei vigili che sempre meno sono sul territorio e sempre di più dietro una scrivania,multare chi viola le regole. Ci sono persone che stentano ad arrivare alla fine del mese e che hanno un cane che comporta già costi elevati per il cibo e le cure veterinarie. Si può dire che oggi nessuno dia da mangiare gli avanzi al proprio cane.C’è gente che si priva del cibo per sè per darlo al proprio animale. Infierire sui possessori di cani è ingiusto. Pensavo che i grillini fossero animalisti.Questa è un’occasione per essere coerenti.

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Il libro di Papa sul processo alle Brigate Rosse 76/78
L’importante libro edito da Angeli, dello storico e giurista Emilio R.Papa su quel celebre ed importante processo che costò la vita all’avv. Fulvio Croce e che vide l’avv. Papa difensore d’ufficio dei brigatisti, minacciato di morte insieme ai suoi colleghi dalle BR, rivede la luce . E’ la testimonianza di un protagonista ,ma è anche la riflessione di uno storico.Difficilmente si può essere protagonisti e storici,specie in frangenti tanto drammatici come quelli  del biennio 1976/78 in cui vennero processati  i capi storici delle BR a Torino.Emilio R. Papa riesce pienamente nell’intento. I terroristi fecero di tutto per bloccare quel processo,l’essere riusciti a concluderlo è merito storico del presidente Guido Barbaro,dei giudici popolari (che accettarono dopo 134 precedenti defezioni),degli avvocati  non subirono le minacce lanciate contro di loro.  L’opera di Papa meriterebbe una adeguata recensione,ma il fatto di essere stato io allievo e assistente dell’autore,mi impedisce di scrivere di più con il distacco necessario.Io ad Emilio voglio troppo bene per essere algido,come dovrebbe essere, la mia recensione ; la dedica affettuosa che ha accompagnato il dono del libro nella sua nuova edizione  nell’Aula magna dell’Università di Torino ancora di più mi impedisce di scriverne. Mi  limito a segnalarne l’uscita proprio a 40 anni dalla barbara uccisione di Carlo Casalegno. Mi pare invece di dover citare la postilla che chiude il libro e che va oltre la vicenda raccontata nei minimi dettagli(il lettore trova infatti 22 documenti che supportano il racconto storico di Papa) perché riguarda l’oggi e il nostro futuro:<Una democrazia come la nostra,la quale tarda a spiegare le ali,dopo la lotta antifascista,dopo aver sprecato tante energie,dopo aver disatteso l’effettuazione di principi essenziali della democrazia ,deve saper guardare entro se stessa,e cambiare strada.Rinnovarsi. Anche …per non ritrovarsi “impreparata giuridicamente”,e non soltanto giuridicamente ,a giudicare le Brigate Rosse “.  Questo è il senso della storia, come diceva Omodeo, che che respira nei libri di Papa. Incautamente Firpo sosteneva che nella facoltà di Scienze Politiche di Torino convivevano storici e giuristi,considerando i secondi quasi degli abusivi. Come sbagliava Firpo nei suoi giudizi sempre troppo trancianti e poco sereni!

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La sommossa di Torino del 1917

Il circolo torinese “Edmondo de Amicis” ha promosso un incontro sull’agosto 1917,cent’anni fa, che rappresentò un momento tragico della storia italiana e torinese durante la Grande Guerra. Nel corso dell’estate di quell’anno maledetto per la storia italiana che culminò con la disfatta di Caporetto,Torino fu protagonista di fatti di violenza e di sangue che rappresentarono un vero e proprio tentativo di eversione e di ribellione, assolutamente incompatibile con lo stato di guerra in cui l’Italia si trovava. Il 1917 è l’anno della Rivoluzione d’ottobre e del giudizio relativo alla guerra di Benedetto XV che la considerava <<un’inutile strage>>, espresso proprio nel mese di agosto. Delegati del Soviet di Pietrogrado vennero a Torino,inneggiando alla Russia rivoluzionaria e alla necessità di porre fine alla guerra. Lenin scrisse testualmente :<<A Torino si è giunti all’esplosione delle masse>>. La sommossa venne motivata all’inizio con la carenza di pane, durata in verità poche ore,anche se poi prese subito una piega decisamente sovversiva,se non rivoluzionaria. Già allora aleggiò nel movimento operaio torinese l’illusione nefasta di <<Fare come in Russia>>,un’idea che ,dopo la guerra, contribuì inconsapevolmente,anzi ciecamente, con le sommosse esagitate e sanguinarie, alla nascita e al successo del fascismo. Filippo Turati scrisse ad Anna Kuliscioff riflettendo sulla storia del movimento socialista:”Abbiamo consegnato noi l’Italia al fascismo”.Turati e Matteotti avevano capito il pericolo insito nello spaventare la borghesia.Lo stesso Lenin parlerà di estremismo come malattia infantile del comunismo. Torino operaia e socialista,per dirla con il titolo di Paolo Spriano, era stata prevalentemente riformista,anche se la componente massimalista era ben viva e presente,rappresentata dal famoso Cichin Barberis operaio e oratore focoso che fu tra i capi della protesta torinese e nel 1919 divenne deputato. A dare l’idea della inaspettata vampata di protesta è il fatto che i maggiorenti del partito socialista non fossero a Torino, ma in ferie: Romita in Liguria,l’on. Morgari a Roma e l’on. Casalini in Valle d’Aosta. Invece si incominciò quasi subito con le rotaie divelte,gli alberi abbattuti, i tram rovesciati, le botteghe degli armaioli prese d’assalto. I dimostranti ebbero 50 vittime e 200 feriti, le truppe e la polizia una decina di morti e 30 feriti. Durante la rivolta i manifestanti cantavano:<<Prendi il fucile e gettalo per terra/vogliam la pace,vogliam la pace,mai vogliam la guerra>>. Si trattava di antimilitaristi che ricorrevano alla violenza e di pacifisti che non consideravano affatto che l’Italia era impegnata in un conflitto nel quale tanti operai e contadini erano al fronte a combattere.L’idea di uscire dalla guerra era impraticabile e quella di sabotare era invece assolutamente nefasta.La Torino socialista e la Torino giolittiana erano state contro l’intervento in guerra ma,mentre Giolitti lealmente non esitò ad allinearsi con la scelta voluta dal re e ratificata dal Parlamento nel maggio 1915,i socialisti non seguirono l’esempio dei partiti socialisti europei che, altrettanto lealmente, si schierarono con i loro Paesi in guerra.I socialisti italiani e soprattutto quelli torinesi seguirono un’altra strada che portò nel vicolo cieco dell’agosto 1917. Ho letto che c’è un “bello spirito” torinese che lamenta che nessuna lapide ricordi i <<caduti del 1917>>. Se la lamentazione per l’assenza si traducesse in proposta,essa andrebbe subito denunciata con fermezza.Un revisionismo peudo-storico assurdo che porterebbe a negare la storia.Le scorribande nel passato senza avere gli strumenti per capirlo sono sempre all’ordine del giorno ed hanno sicuramente qualcuno pronto a sostenerle. Anche sotto un profilo politico si trattò di una sommossa velleitaria,per non dire del suo disvalore in termini patriottici.La Torino migliore era al fronte,non in piazza a far casino. A combattere e morire c’erano i Fratelli Garrone,zii di Galante Garrone,il cui epistolario rappresenta una pagina importante di patriottismo senza retorica. Partirono in tanti come volontari. Mio nonno con moglie e due figli era al fronte,due miei zii,a cui venne intitolata un via, caddero eroicamente.Da storico dovrei non tenerne conto,ma non riesco,come pure sarebbe necessario,a ignorarlo.Neppure Sandro Galante Garrone riusciva a farlo,anzi in cuor suo credo che fosse orgoglioso della sua famiglia.In fondo c’era il Risorgimento da completare con la IV Guerra di indipendenza che porterà a Trento,a Trieste e all’Istria i naturali confini dell’Italia.I “caduti del 1917” queste cose proprio non le consideravano.

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Ricordi di 40 anni fa
Ricorrono  quarant’anni dalla conferenza tenuta nel giugno 1977 da mons. Marcel François Lefebvre- il vescovo tradizionalista ribelle che ebbe anche seguito in Piemonte- a palazzo Pallavicini, a Roma, sul tema “La Chiesa dopo il Concilio“. La principessa Pallavicini era vedova del principe Guglielmo Pallavicini de Bernis, caduto in guerra. Paolo VI ritenne che sarebbe stato facile convincere la principessa a desistere dalla sua idea. Chiese udienza alla principessa mons. Andrea Lanza Cordero di Montezemolo, figlio del colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, capo del  Fronte clandestino romano dopo l’8 settembre 1943, fucilato dai tedeschi alle Fosse Ardeatine. Ho conosciuto il Cardinale di Montezemolo che ho avuto anche modo di apprezzare per la sua sensibilità e  per i suoi studi storici. Al nunzio fu ricordato dalla principessa che proprio la resistenza di tanti militari al nazionalsocialismo,  ricordava come talvolta fosse necessario disobbedire agli ordini ingiusti dei superiori, per rispettare i dettami della propria coscienza. La Segreteria di Stato giocò a questo punto l’ultimo colpo, rivolgendosi al re  in esilio Umberto II. Il ministro Falcone Lucifero telefonò alla principessa per farle sapere che il Sovrano la pregava vivamente di rimandare la conferenza. «Mi stupisco come Sua Maestà si lasci intimidire dalla Segreteria di Stato, dopo tutto quello che il Vaticano ha fatto contro la monarchia», rispose lei con fermezza, ribadendo che la conferenza sarebbe stata puntualmente tenuta alla data fissata. Mons. Lefebvre era stato sospeso a divinis da Paolo VI e nel 1988 venne scomunicato da Giovanni Paolo II per aver consacrato quattro vescovi. Quando morì, parteciparono ai funerali e benedissero la salma vescovi e cardinali, malgrado la scomunica .Nel 2017 la frattura dei lefebvriani con la Santa sede si può considerare superata per iniziativa di Papa Francesco, il più lontano sicuramente dal pensiero del vescovo francese che aveva rifiutato il Concilio Vaticano II.

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Ghivarello delicato pittore della collina torinese 

Nato nel 1882 e morto nel 1955 . Abitò a Torino,salvo qualche breve viaggio in Francia. E’ un pittore dimenticato che meriterebbe di essere riscoperto, anche se io lo lego ad uggiosi periodi domenicali trascorsi nella sua povera casa di Val San Martino,due stanze al pian terreno,dove c’era anche il suo studio pieno zeppo di quadri,quadretti e colori. Mio padre lo amava molto e cercò anche di aiutarlo.Purtroppo, mi  portava spesso con sé durante i suoi incontri con Ghivarello che si concludevano sempre con qualche acquisto. Per me era di una noia mortale.Mio padre regalò dei suoi quadri ad amici importanti,cercando di farlo conoscere,ma credo che i suoi tentativi non abbiano  avuto successo. Su Internet “Ghiva” ,come lo chiamavano gli amici,è appena citato. Su Internet imperano i signor nessuno,i pittori della domenica , che pagano per essere presenti sui cataloghi cartacei e virtuali. Ricordo che una volta venne disperato a casa nostra con un quadro:non aveva più soldi e la moglie, che gli sopravvisse di qualche anno,era gravemente ammalata.Da quanto ricordo, parlava quasi esclusivamente il piemontese. Non ebbe una formazione accademica e,  dodicenne, aveva frequentato lo studio di Carlo Biscarra al Caffè Nazionale di via Po. Entrò poi in contatto con i migliori artisti della Torino del tempo ( tra cui Tavernier). Il Delleani lo volle nel suo studio. Del Delleani il nostro apprezzò  soprattutto i bozzetti dal vero. Seguì con attenzione  Michele Scaglia e studiò le opere di  Antonio Fontanesi. Da questo secondo, in particolare ,deriva il gusto per il monocromo. Il Ghivarello  si distinse  per un suo  personalissimo  “raschiare di spatola” di cui restano numerose testimonianze di un certo livello. Si dedicò  soprattutto alla pittura di paesaggio e la tecnica prevalente  fu quella a  olio su cartone e solo raramente su tela e su tavola. Fu un delicato pittore della collina torinese,colta nelle sue primavere e nei suoi autunni. Ci sono anche  sue opere che ritraggono alcuni angoli della valle di Lanzo e della Riviera ligure,con predilezione per Varigotti che era ancora un borgo di pescatori,prima che arrivassero gli arricchiti di Torino a costruirvi le loro ville sul mare.Ha scritto la storica dell’arte Claudia Ghiraldello:<<Paesaggi,sovente di piccole dimensioni,raccontano un contesto agreste,ove il dettaglio semplice evoca l’ancestrale battito del tempo.Una tavolozza dalle tonalità equilibrate,anche se va evidenziata la sua originale capacità di lavorare di spatola>>.Qualche critico ne ha scritto in passato,ma troppi critici sono stati molto avari con quello che poteva sembrare solo un “povero diavolo”.

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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

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Caro Quaglieni,

 Ti seguo con interesse: mai banale, arguto, documentato… e quasi sempre in linea con le Tue analisi. Su Gustavo Buratti Zanchi, sono d’accordo con Te. Era uno spirito più che irrequieto, libertario. Nell’accezione nobile e soprattutto mai violenta del termine. Pativa l’ostracismo della “buona” Borghesia Biellese, con la quale, per le sue posizioni politiche, non si è mai pienamente identificato. Gusti, passioni, interessi diversi. E aggiungo: cultura diversa. Uomo dai molteplici impegni, come giustamente ricordi nel Tuo scritto, di fatto non è mai stato imprenditore: non era nelle sue corde. La famiglia cerco’ di trattenerlo   in tutti modi a Biella, favorendo la sua elezione in Consiglio Comunale. Non fu sufficiente perché i fatti travolsero l’azienda di famiglia.Il matrimonio lo allontanò ancora di più dal suo ambiente conservatore. Per me è stato un Maestro e mi aiutò a superare, attraverso interminabili conversazioni, un tratto della mia esperienza politica (che non ho mai ripudiato) avvicinandomi ai Partiti laici e liberali. Negli ultimi anni della sua vita abbracciò la Religione Valdese.

 Marziano  Magliola,  Biella 

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Non credo ci sia da aggiungere altro. Era un irregolare controcorrente , quindi anche lui dimenticato.

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Ho letto il Suo ritratto a tutto tondo di Mack Smith, forse il miglior articolo che abbia letto oggi sull’inglese. Ma chi fu quel Narciso Nada che lei cita alla fine ?
                                                                                                                                         Marina Sinopi

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Narciso Nada(1925 -2004) fu ordinario prima di Storia degli Antichi Stati Italiani e poi di Storia del Risorgimento nell’Università di Torino e in precedenza nell’Università di Genova. E’ lecito che lei si domandi chi fosse perché la sua opera non è stata valorizzata a sufficienza. Sbagliò a dar credito a certe associazioni. Non proveniva dalla carriera accademica, ma era un bibliotecario/archivista che seppe scrivere pubblicazioni originali che gli consentirono di conseguire la libera docenza, poi di insegnare all’Università. Un percorso oggi impossibile. Una storia, fino ad un certo punto, parallela a quella di Alessandro Luzio,lo storico che documentò come la massoneria fosse di fatto assente nel processo risorgimentale, anche di matrice repubblicana. Nada era un ricercatore instancabile. C’è chi l’ha  considerato solo un erudito. Basterebbe il  suo giudizio su Cavour che ho citato nell’articolo, per dimostrare che era uno storico vero. Fu oscurato dalla presenza di altri che ebbero visibilità mediatica non confrontabile con la sua vita condotta quasi da monaco del sapere. Era marito di  Anna Maria Patrone che insegnava a Magistero Storia Medievale e che mancò prematuramente. Questa separazione segnò profondamente la sua vita che fu caratterizzata da periodi di tormentata solitudine e di dolore profondo. Di lui ricordo un richiamo importante negli anni in cui la storia veniva confusa con l’ideologia semplificante:” Stia al documento, ricerchi il documento! Questa è storia!”. Un mio amico ironizzò su questa frase considerandola un segno di un’erudizione incapace di cogliere il valore della storia, mentre invece quel monito aveva un alto valore, era una voce coraggiosa nel deserto del post’68. Fui suo allievo, ricordo i suoi corsi sempre accuratamente preparati, ma ricordo soprattutto gli anni di collaborazione proficua ed anche di amicizia. In fondo in quella Università assediata dalla demagogia era un marziano che si richiamava a Mazzini, ma soprattutto al rigore storico.

pfq