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LA RUBRICA DELLA DOMENICA

Linea di confine. Spigolature di vita e storie torinesi

di ilTorinese pubblicato domenica 18 giugno 2017

di Pier Franco Quaglieni

Briga e Tenda 70 anni fa – Via Nizza e via Madama Cristina, cose senza senso Berrino, Matteotti  e il pasticcere torinese  Il grande Umberto Eco – Maria Valabrega, Lucio Pisani  e la scuola torinese

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Briga e Tenda 70 anni fa 
Con il trattato di pace firmato il 10 febbraio 1947 e ratificato nel settembre dello stesso anno- oltre all’Istria ,alla Venezia Giulia, alla Dalmazia e a Fiume che passarono alla Jugoslavia- passò alla Francia anche la piccola comunità italiana delle Alpi Marittime di Briga e Tenda.  Invano Benedetto Croce all’Assemblea costituente difese l’italianità di quelle terre. Invano Vittorio Badini Confalonieri che fu deputato alla Costituente e al parlamento italiano in rappresentanza del Collegio di Cuneo, si battè per impedire la mutilazione richiesta dalla Francia. Anche la M.O. della Resistenza Enrico Martini Mauri che aveva combattuto fascisti e tedeschi a capo delle Divisioni Alpine Autonome, si schierò per la difesa dell’italianità di Briga e Tenda. Solo i comunisti si comportarono come fecero con le terre del confine orientale. E infatti a scrivere di quella vicenda è stato uno dei più faziosi giornalisti che si siano occupati di Resistenza , quel Mario Giovana, partigiano sicuramente valoroso, che nessuno  però  può seriamente considerare uno storico, ma semmai un ideologo prestato alla storiografia. In un saggio pubblicato incredibilmente da Firpo, Giovana vide come forma di totalitarismo novecentesco il nazifascismo , trascurando l’altro mostro totalitario, il comunismo sovietico, cinese ecc. Ho conosciuto Giovana e ho potuto constatare di persona la sua istintiva, sanguigna  faziosità. Era così di natura, neppure le forme venivano salvate. Chi la pensava diversamente da lui ,era un nemico, magari un neofascista. Con il suo libretto “Frontiere ,nazionalismi e realtà locali” edito dal Gruppo Abele  egli non ha “recuperato la dimensione esatta di quei conflitti nel contesto di una realtà complessa”, ma ha sparato a zero contro chi ebbe il coraggio di difendere il nome di un’Italia sconfitta che non doveva essere umiliata. Vittorio Emanuele Orlando ,riguardo al trattato di pace del ’47 , parlò di “cupidigia di servilismo” verso i vincitori. E Giovana ha anche ovviamente dimenticato la matrice italiana di Nizza che fu la patria di Giuseppe Garibaldi. Ancora oggi tanti italiani come il benemerito Achille Ragazzoni, ci ricordano quella storia e molti nizzardi sentono le profonde radici italiane della loro terra .Anche al Consolato italiano di Nizza si ritrovano tanti italiani non necessariamente solo in vacanza sulla Costa Azzurra.

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Via Nizza e via Madama Cristina, cose senza senso
Il piano di lavori per via Nizza che partiranno in autunno rappresenta un gravissimo errore.
Rivela la gretta  miopia del quartiere  8 ,incapace di vedere che via Nizza è una via  importante dell’intera città, non di San Salvario. Avevano già devastato, ”riqualificandola”, piazza Saluzzo ,suscitando le giuste critiche del critico d’arte Angelo Dragone, ma almeno quella piazza è interna al quartiere e può, al massimo, riguardare la movida che impazza e i funerali nella Chiesa dei Santi Pietro e Paolo. Via Nizza collega la stazione con il Lingotto e con  piazza Bengàsi (non Béngasi, come dicono i torinesi). Pensare di mettere due piste ciclabili dicasi due, riducendo  ad una sola corsia la percorrenza delle auto appare assurdo, ma occorrerebbe ben altro aggettivo, per rendere l’idea dell’assurdità del progetto.Spariscono anche 125 parcheggi  a partire dalla stazione , in una zona in cui ci sono le Poste e altri uffici importanti. In compenso, ci sarà lo spazio per qualche piantina. Bizzarria ambientalista inutile che neppure i Verdi, ai loro tempi, avrebbero pensato di fare. Gianni Vernetti era ed è una persona intelligente, anche quando era verde. Solo altri pensarono di incatenarsi alle piante di piazza Madama Cristina  per impedire il parcheggio sotterraneo, ma poi anche loro capirono e smisero. Carpanini  che era uomo di buon senso, forse li convinse. Il piano di riqualificazione di via Nizza esprime  una logica da sabato del villaggio, da natio borgo selvaggio, avrebbe detto Bepi Dondona, non da città. Non dico da  grande città perché sarebbe pretendere troppo. Un’idea pregrillina, che trova nei grillini gli entusiasti realizzatori. I lavori di asfaltatura in Via Madama Cristina della corsia dei tram appare priva di senso. Non intendono ripristinare il 18 come linea tranviaria ,lasciando  il bus. Il 18 è una delle poche linee che funzionino con cadenza ragionevole. Perché investire soldi in una asfaltatura che non serve ? Un rebus inestricabile. Sempre a  riguardo di linee di bus ,anche il 67 transita in via Madama Cristina. Parte da piazza Albarello ed arriva a Moncalieri. A Moncalieri ha deviato il vecchio percorso per servire più punti della città. Ma a Torino è una linea fantasma.L’attesa di un 67 è di circa mezz’ora, a volte anche oltre.  Forse sarebbe il caso di  intervenire per rendere quella linea un servizio per la città. Spesso, dopo aver atteso inutilmente il 67, vado a piedi o ricorro ad un taxi. Ma c’è chi deve spostarsi  necessariamente in bus e viene trattato da cittadino di serie b.

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Berrino, Matteotti  e il pasticcere torinese  
Ad Alassio Enzo Canepa, ottimo sindaco della città  regina del turismo ligure, ha deciso di intitolare i giardini del Comune a Mario Berrino, artista noto a livello internazionale, artefice del turismo alassino, creatore del celebre Muretto. Una proposta che fui il primo ad avanzare già nel 2011 quando morì. Questa intitolazione ha suscitato gli appetiti dei parenti di altri alassini e dei loro amici.


Il comandante dei vigili urbani di un paesino vicino ad Alassio ha avanzato -con quali titoli con si sa- la proposta di intitolare una piazza al pasticcere di origini torinesi il cui nonno inventò i “baci” di Alassio, in sé non una grandissima idea perché i baci, sotto nomi diversi, sono diffusi un po’ dappertutto e forse lo erano già prima. Un po’ come i cuneesi che si trovano in tutti i paesi della Provincia Granda. A fare i baci ad Alassio, ad esempio, c’è anche il grande pasticcere Sanlorenzo che produce senza spocchia ottimi prodotti. Anche il Sindaco Canepa, se non vado errato, produce nella sua azienda  degli ottimi baci, anche se è laureato in Economia. Per alcuni anni il pasticcere in attesa di ricordo toponomastico ha anche realizzato un caffè concerto in piazza Matteotti dove ha sede il suo locale, che poi chiuse. Una  bella ,ma breve meteora degli anni Cinquanta, quando a Torino c’è il caffè concerto Dadone. Ciascuno lecitamente può proporre chi ritiene alla riconoscenza pubblica . E’ un diritto di tutti. Il prof. Tommaso Schivo  sicuramente ebbe meriti maggiori del pasticcere che seppe condurre molto bene i suoi affari, ma non si può oggettivamente dire che si sia speso disinteressatamente per Alassio in qualcosa di significativo.  La legge che impone dieci anni dalla morte per procedere ad un’intitolazione  è molto saggia, ma, in alcuni casi, gli anni per valutare dovrebbero essere raddoppiati. Quando però c’è stato qualcuno che ha buttato lì l’idea peregrina di dedicare al pasticcere piazza Matteotti, mi sono sentito ribollire di rabbia. Giacomo Matteotti non si tocca. E’ un’offesa grave alla storia anche solo pensare di eliminarlo dalla toponomastica alassina. Matteotti è stato un martire della libertà. Pagò con la vita per le sue idee, come i fratelli Rosselli, don Minzoni, il giornalista Carlo Casalegno ammazzato 40 anni fa dai sicari delle BR.  Qualche sciocco mi ha rimproverato perché io torinese non ho parteggiato per un  altro torinese. Se avevo dei dubbi, questo rimprovero mi ha dato la certezza che l’esimio cav. Balzola, pasticcere in Alassio, deve attendere in lista di attesa. Checchè ne dica l’esimio vigile urbano proponente. 

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 Il grande Umberto Eco 
Umberto Eco era già considerato un maestro venerabile quand’era ancora in vita. Malgrado lui  abbia chiesto intelligentemente di evitare convegni su di lui almeno per dieci anni, le messe cantate in suo onore , più che in suo suffragio, sono molte. Ha incominciato la Regione Piemonte a dedicargli la sua biblioteca. Poi le celebrazioni sono continuate. Certamente è stato un grande personaggio e un mio amico , alto magistrato, che fu suo compagno di scuola ad Alessandria ,mi ha raccontato della eccezionalità dell’uomo. Anch’io lo conobbi in qualche occasione e fu il francesista Mario Bonfantini il cui figlio era suo assistente a Bologna, a farmelo conoscere.
Di fronte alla contestazione e anche al terrorismo nascente non fu un buon maestro. Eco è stato in primis  il teorico della semiotica in Italia e nel mondo. Guai in certi anni se la lettura di un’opera letteraria, non fosse stata condotta secondo i canoni semiotici. Come ha osservato Paolo Fabbri ,direttore del Centro internazionale di scienze semiotiche , “l’impatto della <scienza dei segni> diminuì già negli anni 90.Oggi la semiotica appare quasi morta. Era la disciplina di cui Eco fu precursore e voce indiscussa. Come si vede, il tempo passa e finisce di toccare anche i grandi. Ed Eco, che piaccia o non piaccia, è stato un grande.  L’unico piemontese importante e noto nel modo per i suoi romanzi, del secondo Novecento.

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Maria Valabrega, Lucio Pisani  e la scuola torinese
Maria Valabrega Buffa di Perrero  è stata la giornalista che dal 1967 -iniziando a seguire la contestazione studentesca-si è occupata per decenni di scuola. Io la conobbi quando lavorava alla Sip di cui era direttore del personale mio zio che la assecondò nella sua passione giornalistica per cui si sentiva nata. Il lavoro di impiegata le stava stretto e riuscì ad entrare alla “Stampa”. Fece cronache della contestazione che spesso erano  in contrasto con la linea del giornale espressa nelle pagine nazionali. Era con il cuore dalla parte dei contestatori. Fu severissima con i professori, i presidi e con molte scuole. Lei, laicissima, vedeva in Don Milani un riferimento ideale. La minima cosa che non funzionasse e che a lei pareva giusto segnalare, veniva subito scritta. Una volte stava per “rovinare” un preside che era disperato e si rivolse a me. Io , pur esitante, telefonai a Maria e le spiegai la situazione, senza chiederle nulla. Capi’ che la sua valutazione era sbagliata e scrisse l’articolo con il giusto equilibrio. Salvò un poveruomo senza colpe e senza polso che, con me ,si dimostrò anche privo di gratitudine. Forse dovevo ,alla luce di eventi futuri, lasciarlo massacrare. Si rivelò un vigliacco , quando, tempo dopo, comminò una sanzione disciplinare ad una professoressa, considerata anello debole della catena, dopo aver tollerato tutte le illegalità, le leggerezze e l’inadeguatezza  professionale di tutti i tesserati al sindacato confederale . Maria ha svolto comunque  una funzione utile perché ha messo in evidenza le pecche della scuola torinese, anche se a volte esagerava. Solo il provveditore Lucio Pisani, futuro deputato del Pci per una legislatura, riuscì a tenerle testa con la sua diplomazia. Pisani, liberandosi dai ruoli istituzionali, riuscì, attraverso la cronaca di Maria Valabrega, ad emergere come un personaggio mediatico. Dispiacque al ministro della P.I. Guido Bodrato, ma trovò il sostegno dei comunisti e dei sindacati confederali.
Con Maria ci siamo frequentati a lungo, spesso mi telefonava  e ci siamo anche voluti bene, pur ben sapendo che la pensavamo in maniera diversa, se non opposta. Ma lei aveva rispetto per le idee degli altri. In questo senso era una giornalista esemplare. Fu anche coraggiosa  perché non si lasciò imbrigliare da nessuno.

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LETTERE   scrivere a quaglieni@gmail.com
Caro Professore,  ho letto i suoi articoli sulle vicende di piazza San Carlo del 3 giugno. Ho apprezzato il suo coraggio e il suo equilibrio. Dopo che è stato dichiarato il lutto cittadino per la morte di una delle vittime della mancata sicurezza della piazza (giudicherà il magistrato ovviamente le singoli responsabilità personali) non ritiene che qualcuno/a debba fare un passo indietro?      
                                                                                                                                                                                                                                                                                   Lina Agosti 

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Anch’io mi sono posto il problema di un passo indietro. Ovviamente vanno distinte le responsabilità penali che riguardano la magistratura da quelle politiche che riguardano il Consiglio Comunale e che ogni cittadino ha il diritto di giudicare. Mi pare che il sindaco Appendino abbia sottovalutato gli eventi, abbia tardato a dare spiegazioni, limitandosi a leggere la relazione dei vigili urbani e a garantire che fatti così non sarebbero mai più capitati. Troppo poco. Fuori posto la sostituzione dell’assessore all’Ambiente. La delega alla sicurezza era del Sindaco, non di altri.  Non vorrei peccare di intellettualismo, ma sono convinto che, se i responsabili  avessero letto Machiavelli, forse  si sarebbero comportati diversamente.  Il prefetto Saccone l’ha sicuramente letto, è persona coltissima. Il grande fiorentino diceva che l’imprevedibile della vita (che lui definiva fortuna ) doveva essere sempre considerato ,anche se sfuggiva alle previsioni. Parlando attraverso una metafora, diceva che le piene dei fiumi non si possono prevedere, ma se si costruiscono dei buoni argini, esse possono essere contenute o comunque possono essere meno devastanti. In piazza san Carlo sono mancati i buoni argini della prevenzione, d’altra parte già “Valentina” che finì contro i pilastri del ponte della Gran Madre per la piena del Po, era  stata un segno non bello di imprevidenza. Non era successo neppure sul Tevere ,con la sindaca Raggi.  

 pfq