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LA RUBRICA DELLA DOMENICA

Linea di confine. Spigolature di vita e storie torinesi

di ilTorinese pubblicato domenica 21 maggio 2017

Di Pier Franco Quaglieni

Il XXX Salone del Libro Dalle “Maestre d’Italia” alla poetessa- magistrato di Mantova L’arte tipografica di Ianni Una frase poco felice su Martone

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Il 30 ° Salone di Torino
Stiamo vivendo nel clima fervido del XXX Salone, affollatissimo di eventi dentro e fuori il Lingotto. Una vera festa del libro che resta il principale strumento di cultura. I giornali sono stati in parte superati da Internet, ma il libro di carta non morirà mai, anche se i lettori sono in calo. L’impegno profuso, abbandonando le polemiche del passato di fronte alla concorrenza di Milano, dimostra che Torino sta mantenendo il suo primato. Angelo Pezzana, quando per primo pensò al Salone, aveva visto giusto. Man mano negli anni è cresciuto e sarebbe ingiusto non riconoscere anche dei meriti indiscutibili a Rolando Picchioni ed Ernesto  Ferrero.Soprattutto il duo La Gioia /Gallino si sta rivelando vincente. Nicola Gallino ha impresso al Salone una visibilità  mediatica straordinaria. Anch’io che non sono un tifoso di Torino in modo aprioristico, in questa occasione, tifo per il Salone del Libro che compie 30 anni.
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“Le maestre d’Italia” di Bruna Bertolo
Debutta al Salone il nuovo libro della storica e giornalista Bruno Bertolo che si è già occupata in tanti volumi precedenti  di storia risorgimentale,della Grande Guerra,della Resistenza con un’ attenzione particolare verso le donne sempre un po’ trascurate dagli storici.“Maestre d’Italia”, edito da Neos , è un libro che ripercorre la storia unitaria dell’Italia  attraverso un angolo di visuale molto importante. Se l’Italia era fatta- avrebbe detto d’Azeglio,ma in effetti questa frase non l’ha mai scritta- bisognava fare gli Italiani. La scuola e la caserma sono state il crogiolo in cui si è formato l’Italiano di nuovo tipo nato dal Risorgimento. Era un’idea di Francesco de Sanctis primo ministro della Pubblica istruzione ,voluto da Cavour nel 1861. Un’idea che trovò applicazione con il ministro albese  Michele Coppino che rese obbligatoria l’istruzione fino alla III elementare.  Fu difficile renderla operativa soprattutto al Sud,ma anche nel Nord più povero,compreso persino molti angoli del Piemonte e della Lombardia. Il  delicato film “Albero degli Zoccoli” documenta la miseria e l’ignoranza  in cui si viveva nella provincia lombarda.Il libro di De Amicis “Cuore” e il “Pinocchio” di Collodi diedero un grande aiuto alle maestre nel loro durissimo lavoro,anzi nella loro missione, una parola che alcuni, che non conoscono la scuola, considerano retorica.Le maestre hanno fatto gli italiani sicuramente più e meglio  dell’Esercito che ebbe comunque anche un ruolo di supplenza simile alla celebre trasmissione televisiva del maestro Alberto Manzi. Bertolo non trascura neppure la mamma di Mussolini,Rosa Maltoni, una maestra molto religiosa, diversissima dal figlio che, da giovane  era un socialista rivoluzionario come il padre fabbro ferraio. Dedicherò una recensione a questo libro che contribuisce a riannodare i fili di una società “liquida” che sta perdendo i suoi punti di riferimento. Merita molta attenzione ed avrà sicuro successo. Una piccola osservazione:anche i maestri meriterebbero attenzione, anche loro hanno contribuito a fare gli italiani.
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La poetessa -magistrata  Chiavegatti
Alessandra  Chiavegatti esercita da molti anni la professione di magistrato ed è stata anche coraggiosa PM  a Catania in terra di malaffare e di mafia. E’ nata  in un paese sul Po vicino a Mantova e sente il fascino che il grande fiume esercita nella sua vita,nella sua poesia ed anche nella sua pittura. Anche Guareschi sentiva profondo questo legame con il Po della Bassa parmense. E’ vissuta in una famiglia che l’ha educata a grandi e forti valori, in primis il senso dello Stato. In Piemonte c’è stato un altro magistrato -poeta ,Giovanni Camerana,considerato uno scapigliato,anche se, in effetti ,egli si può considerare un anticipatore del primo Novecento,dei Crepuscolari e,per certi versi, di Dino Campana. Sentiva una sorta di incompatibilità tra la sua carriera di magistrato e il fatto di essere poeta ,quindi non volle mai pubblicare  in volume  i suoi versi che apparvero in modo discontinuo su riviste. I tempi sono cambiati e la poetessa Alessandra Chiavegatti ha dato alle stampe  il volume “Dietro agli occhi in fondo all’anima”- 250 pagine edite da Gilgamesh – in cui raccoglie tutte le sue poesie scritte fino al 2016. Il libro ha avuto subito successo ed ha anche vinto dei premi. Le poesie esprimono la ricca vita interiore dell’autrice in cui la bellezza,la luce,i colori,le emozioni,sono al centro del suo mondo.A volte scrive ascoltando le onde del mare che la rasserenano e la ispirano. Per lei la spiritualità (che non coincide con una fede religiosa) è sete di infinito che entra  nella nostra anima e ci fa intendere qual è la nostra essenza e per cosa siamo nati. “Far uscire la nostra parte migliore ,la nostra luce,lasciando la nostra firma nell’universo” è lo scopo della sua arte. C’è una profonda pietas umana per la sofferenza,per il “male di vivere”,avrebbe detto Montale. Ma per la poetessa, più ottimisticamente, è la poesia stessa che riscatta il dolore e dà un senso alla vita.Montale non aveva speranze come neppure Sbarbaro.
Nelle pagine del volume  è anche ben presente l’amore, quello vissuto e quello sognato. Non solo quello tra un uomo e una donna. Esso fa parte di un universo fatto di energia, emozioni, felicità, delusioni ed anche solitudine che viene vista come condizione per raccogliersi in sè più intimamente e scrivere o dipingere. La poetessa- magistrato trova la sua sintesi esistenziale in un grande senso di umanità. In tutta la sua raccolta poetica non ci sono accenni a temi politici. Un altro aspetto importante che la rende  estranea all’impegno ad ogni costo che ancor oggi sembra prevalere in tanti scrittori. La Chiavegatti sta scrivendo un romanzo, sono certo che sarà protagonista al prossimo Salone del Libro di Torino nel 2018.
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IANNI o dell’arte tipografica
A Santena  esiste una grande tipografia fondata nel 1946 da Lorenzo Janni  nel cuore della cittadina famosa per la tomba di Cavour e per la coltivazione degli asparagi. Per un errore anagrafico i figli di Lorenzo si sono ritrovati Ianni senza la J anche se per anni io ho continuato a scrivere Janni e non Ianni, forse per il legame che avevo con il padre fondatore, un vecchio gentiluomo piemontese d’altri tempi che ben rappresentava l’ideale di piemontese tratteggiato magistralmente da Filippo Burzio. Lo spirito originario è rimasto sempre lo stesso  anche nel nuovo stabilimento sulla circonvallazione per Carmagnola in cui il parco delle macchine di stampa e la gamma dei prodotti si sono molto ampliati, seguendo, a volte anticipando, le nuove tecnologie. Ianni ha tanti clienti importanti, ma riesce a prestare attenzione anche a chi vuole farsi stampare solo un biglietto da visita. L’attenzione ai clienti è totale. E la precisione nel lavoro altrettanta. Ianni è diventato anche editore di libri molto ben curati. I due fratelli hanno anche aiutato in modo significativo la Fondazione Cavour, presieduta dal magistrato Mario Garavelli e poi da Nerio Nesi, che ha sede a Santena. Entrando nell’ufficio, si nota un grande ritratto del Conte di Cavour che non è stato messo lì a caso. E’ stato anche fornitore del Premio Grinzate Cavour  che purtroppo non ha onorato i suoi debiti. L’azienda è riuscita, anche dopo l’ampliamento, a mantenere un rapporto amichevole  con i dipendenti, preservando, tra macchinari modernissimi, il clima del vecchio Piemonte. Io ci vado da quasi cinquant’anni. Conobbi Lorenzo Janni  perché stampava in esclusiva gli storici manifesti gialli del Partito liberale. E si stabilì subito un rapporto di amicizia che è durato nel tempo. Il numero dei libri stampati negli anni costituirebbero una vera e propria biblioteca.L’amore per il lavoro ben fatto fa pensare ad un celebre elogio che scrisse Luigi Einaudi:” Migliaia,milioni di individui lavorano,producono e risparmiano nonostante tutto  quello che noi possiamo inventare per molestarli,incepparli,scoraggiarli. E’ la vocazione naturale che li spinge:non soltanto la sete di denaro”. Della frase di Einaudi correggerei solo il numero : le migliaia e i milioni non ci sono più. Molti hanno dovuto chiudere,molti altri si sono adattati all’andazzo generale . Solo pochi,purtroppo,continuano – come scriveva Einaudi- a prodigare tutte le loro energie (…) per ” il gusto di acquistare credito,ispirare fiducia,ampliare gli impianti,abbellire le loro sedi.” Ianni è un’azienda che sarebbe piaciuta ad Einaudi ed un amico mi ha detto che nel 1961 ,quando il presidente andò a Santena  per il centenario della morte di Cavour, si sia anche complimentato con Lorenzo Janni. Un episodio che ho saputo da altri,non dai suoi figli.
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 Una frase poco felice
La più vip delle signore torinesi ha voluto scrivere un suo personale  elogio al regista Martone che lascia la direzione del Teatro Stabile. Per sottolineare il suo attaccamento al lavoro ha citato  Chiamparino che avrebbe detto di Mario  Martone,usando il dialetto piemontese, che “è un Napuli che ama lavorare”. A me è sembrato strano, anzi incredibile che un uomo avveduto come Chiamparino abbia usato , sia pure confidenzialmente, un’espressione così poco felice. Avrebbe offeso, in un colpo solo, tutti i meridionali che vivono e lavorano in Piemonte. E sono tanti. Anche tra i  suoi elettori.
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LETTERE  
scrivere  a quaglieni@gmail.com
Vorrei raccontarle un episodio di vita vissuta. Ero a Firenze e ho dovuto cambiare il biglietto di ritorno sul Frecciarossa  per tornare subito a Torino. Non c’era posto e ho dovuto obbligatoriamente optare per la classe business e il settore salottino, ambiente che non mi è abituale, non essendo un vip. L’urgenza di tornare ha comportato un esborso di 120 euro. Nel salottino non c’è spazio per un sia pur ridotto bagaglio perché i vani sono stati concepiti in modo stravagante. Neppure sotto le poltrone è possibile collocare una borsa. Tra il resto, su quattro spine per ricaricare le batterie 3 erano guaste. Era il treno 9540 carrozza 3 delle ore 17. Nel salotto d’attesa di Firenze ho notato una stranezza incredibile : gli schermi che annunciavano i binari  erano quasi illeggibili e bisognava periodicamente alzarsi per consultarli. Invece c’era un grande video, ben visibile da tutti, con tanta pubblicità.
                                                                                                                                               Enzo Pezzati
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Ha già scritto tutto lei, non ho commenti da aggiungere. Anch’io sui Frecciarossa non mi trovo sempre servito in base ai prezzi praticati. Ho provato il gestore privato, ma non mi è sembrato meglio. E poi dicono che si deve usare il treno e non la macchina…
pfq