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il profondo pluralismo che caratterizza l'arcipelago cattolico italiano

“Liberi e Uguali” e i cattolici popolari

di ilTorinese pubblicato mercoledì 6 dicembre 2017

di Giorgio Merlo

Conosciamo da tempo il dibattito che circola nell’area cattolica italiana quando si parla di cattolici impegnati in politica. Da un lato c’e’ chi, in modo ridicolo e anche un po’ grottesco, pensa di rappresentare in modo esclusivo e coerente i valori dei cattolici. I cosiddetti “cattolici professionisti” per dirla con Carlo Donat-Cattin o i “sepolcri imbiancati” come ci ricordava sarcasticamente Mino Martinazzoli. Poi c’e’ chi, legittimamente e correttamente, riconosce il profondo pluralismo che caratterizza l’arcipelago cattolico italiano e la diversita’ delle scelte politiche e partitiche. Infine, ci sono coloro che, altrettanto legittimamente e correttamente, si impegnano per una prospettiva a piu’ lunga scadenza che dovrebbe coincidere, pressapoco, con la nascita di una formazione, laica e di ispirazione cristiana, che ripropone nell’agone politico italiano una sorta di Partito Popolare. Seppur aggiornato e modernizzato. E anche nel pieno riconoscimento del pluralismo. Ma, in attesa che questo progetto si stagli all’orizzonte – se mai dovesse decollare – si deve fare i conti con la concreta situazione politica italiana. All’interno di questa cornice non puo’ sfuggire che, sul versante del centro sinistra – e cioe’ di una opzione politica democratica, riformista, progressista e socialmente avanzata – la presenza di un’area cattolico democratica e popolare continua ad essere importante e decisiva per qualificare quel progetto politico. E questo vale per il Pd e, a maggior ragione, vale per la formazione appena decollata che va sotto il nome di “Liberi e Uguali”. In entrambi i casi, anche se il Pd oggi e’ di fatto un “partito personale”, l’ormai famoso “Pdr” per dirla con Ilvo Diamanti e Stefano Folli, si tratta di esperienze politiche “plurali” dove le diverse culture politiche devono saper fecondare l’elaborazione del progetto politico di riferimento. E proprio il Presidente Grasso domenica scorsa a Roma nel suo intervento che ha inaugurato la “discesa in campo” della nuova formazione politica, ha individuato nel “cattolicesimo popolare e sociale” una delle componenti decisive per il profilo stesso di questo partito.

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E questo non per dare una riverniciatura cattolica al nuovo soggetto politico ma, soprattutto, per far si’ che l’esperienza, i valori e le coordinate politiche e culturali del cattolicesimo popolare e sociale giochino un ruolo protagonistico nell’elaborazione del programma del partito. E non solo, di conseguenza, come semplice garanzia della pluralita’ culturale di un partito. E’ inutile, pero’, girare attorno all’ostacolo. Lo abbiamo detto molte volte quando si parla di cattolicesimo sociale e popolare. Quello che e’ mancato per troppo tempo alla politica italiana, o meglio al centro sinistra italiano degli ultimi anni, e’ una “sinistra sociale” di governo capace di farsi interprete dei bisogni, delle esigenze e delle domande che salgono dalla societa’ per tradurle, poi, in concrete scelte politiche e legislative. Abbiamo da imparare dal passato al riguardo? La risposta e’ molto netta: si’. Dobbiamo imparare molto dal passato. A cominciare proprio dalla esperienza della sinistra sociale della Democrazia cristiana che si e’ sempre contraddistinta per la sua vocazione di governo, e non solo testimoniale, accompagnata pero’ da una reale capacita’ di saper intercettare e rappresentare quei bisogni. E oggi, di fronte ad una “questione sociale” semplicemente drammatica – l’ultimo numero agghiacciante ce lo ha fornito l’Istat con quasi 18 milioni di persone a rischio poverta’ in Italia – non e’ piu’ eludibile la presenza di una “sinistra sociale” di governo nel campo del centro sinistra. Altroche’ il dibattito sulle banche, sulle fake news, sul partito personale e sulle capacita’ salvifiche e miracolistiche dell’uomo solo al comando.

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Se ci si riduce a questo dibattito e’ persin naturale che fasce crescenti di emarginati, di esclusi, di nuovi poveri e di non inclusi guardino politicamente altrove. Come e’ gia’ puntualmente capitato alle ultime elezioni amministrative. In particolare a Torino dove la guida di centro sinistra alla citta’ per un ventennio ha progressivamente smarrito le sue radici culturali per diventare il riferimento esclusivo del “sistema”, del potere e dei “garantiti”. Ecco perche’, anche da una formazione politica come quella di “Liberi e Uguali” – al netto della propaganda spicciola, ridicola e grottesca sulla “cosa rossa” e sul “ritorno dei comunisti” – la presenza di un’area cattolico democratica , popolare e sociale puo’ essere importante e decisiva per centrare un obiettivo che dovrebbe essere comune a tutta l’area di un vero centro sinistra. Un centro sinistra, pero’, che non si vuol ridurre ad un semplice prolungamento delle politiche del centro destra o ad uno schieramento che pensa che per essere moderno deve cancellare le storiche differenze tra la “destra” e la “sinistra”. Che, piaccia o non piaccia, continuano ad esistere anche quando i soloni della modernita’ hanno decretato che sono parole desuete e che appartengono alla stagione lontana ed irripetibile del novecento. Le questioni che abbiamo sul tappeto e, soprattutto, le risposte politiche che devono essere date non sono indistinte o generiche. Appartengono anche ad una gerarchia dei valori. Ed e’ proprio su questo terreno che la destra e la sinistra sono e restano alternative. Giorgio Merlo