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Al teatro Carignano in scena la filosofia pirandelliana sulla vita e la morte

Lavia, “L’uomo dal fiore in bocca e…non solo”

di ilTorinese pubblicato mercoledì 23 novembre 2016

Dopo “Sei Personaggi in cerca d’autore”, passando per “Vita di Galileo” di Bertolt Brecht, Gabriele Lavia torna a Pirandello, un drammaturgo che, più di ogni altro, ha segnato il teatro del nostro tempo, profetizzando la crisi d’identità dell’uomo contemporaneo. Lo fa portando in scena al teatro Carignano di Torino fino a domenica 4 dicembre, nell’ambito di una produzione del Teatro della Toscana e dello Stabile di Genova, la celebre piece intitolata “L’uomo dal fiore in bocca”, arricchendo, tuttavia, il monologo originale con altre novelle che affrontano il tema della morte e della donna.

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In questo si spiega il sottotitolo “e non solo” di questa sua nuova proposta teatrale. “L’uomo dal fiore in bocca” del drammaturgo agrigentino rappresenta il culmine pirandelliano dell’incomunicabilità, di quella solitudine che si aggrappa alla banalità dei più piccoli e insignificanti particolari del quotidiano, per tentare di rintracciare una qualche superiorità della vita sulla morte. Gabriele Lavia, con Michele Demaria e Barbara Alesse, prova a trattenere quella vita un poco prima della fine. Questo atto unico fu rappresentato la prima volta a Milano al teatro Manzoni il 21 febbraio 1923, mettendo in scena il colloquio tra un uomo che sa di essere condannato tra breve a morte, e per questa ragione medita sulla vita (l’uomo dal fiore in bocca impersonato da Lavia), e un uomo come tanti, convenzionale, che non si pone il problema della morte ( il Pacifico Avventore, interpretato da Michele Demaria). Il testo è stato tratto da Pirandello da un altro suo lavoro teatrale precedente, intitolato “La morte addosso”. “La morte addosso spiega Gabriele Lavia può essere considerato il sottotitolo di tutta l’opera letteraria di Pirandello, che fu sin da piccolo risucchiato dall’orrore e dal mistero della morte. Il celebre episodio del cadavere e dei due amanti che caratterizzò la sua fanciullezza, avvenuto in quello strano “fondaco buio” segnò per sempre la sua vita e la sua opera”. La scena si apre in una simbolica sala d’attesa di una qualche stazione ferroviaria del Sud Italia, contraddistinta dalla scenografia imponente di Alessandro Camera, costruita nei magazzini del Teatro La Pergola di Firenze. La struttura portante, alta almeno 9 metri, tutta in legno di pioppo, regge le vetrate annerite della vecchia stazione. L’uomo dal fiore in bocca, che comincia a parlare con ritmo insistente, in modo ironico e disperato, dimostrando una straordinaria capacità di cogliere gli aspetti più minuti e apparentemente insignificanti della vita, vede dietro la grande vetrata l’ombra della moglie, interpretata da Barbara Alesse. La donna non gli è di consolazione, ma di ostacolo, alla sua stringente necessità di vivere che lo porta a trascorrere ore in stazione e a osservare i commessi impacchettare la merce venduta. Alla donna si affiancano “tante donne… donne …donne, che non si vedono, ma che sono l’assillo e l’incubo del nostro piccolo uomo pacifico”. Rimane sospeso l’interrogativo pirandelliano se la donna della stazione impersoni anche la morte.

Mara Martellotta

 

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