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"Nella vita occorre darsi "un andi" darsi da fare. La necessità aguzza l'ingegno dice il proverbio. Quando ero giovane io eravamo in tempo di guerra e allora le cose erano complicate e difficili"

L’altra Appendino: Maddalena, la merciaia di via Morosini

di ilTorinese pubblicato mercoledì 6 giugno 2018

TIPI TORINESI

Incontriamo Maddalena Appendino nel suo negozio di merceria in via Morosini 1 a pochi passi da Corso Vittorio Emanuele II. Una signora energica e spiritosa di 85 anni che legge senza occhiali. Mette subito le mani avanti la signora Appendino: “Non sono parente della sindaca Chiara Appendino”. Gli Appendino  a Carmagnola sono tantissimi, ci sono i ricchi e i poveri: “io faccio parte -dice sorridendo- dei secondi “. 

Ci racconta come ha iniziato il suo lavoro?
E’ dal 1969 che sono qui dentro; la storia di via Morosini la conosco tutta! sono mancata dal negozio soltanto per un periodo perchè in passato ho avuto un incidente e così ho dovuto organizzare il lavoro da casa con le commesse. Il negozio allora non era bello. Ma la zona era bella e lo è ancora oggi. Il lavoro non mancava. Oggi sono meno i “signori” rispetto ad una volta. 
E l’attestato di fedeltà al lavoro qui appeso?
E’ stata organizzata una bella festa dai commercianti al Lingotto nella sala Giovanni Agnelli; eravamo più di trecento. Sono stata invitata insieme alla Signora Ghio: le due merciaie più vecchie di Torino. Siamo salite sul palco e ci è stato consegnato l’attestato: il mio è esposto in vetrina. E’ stata una festa meravigliosa che non si può immaginare. A seguire c’è stato un ricevimento con i prodotti delle Langhe:  i salatini, i vini e i formaggi di quelle zone; c’era di tutto! Pensi che io non volevo partecipare perchè sono fatta a modo mio. Quando è arrivato l’invito, ho detto a mia cognata che non sarei andata. Lei invece mi ha incoraggiato ad andare dicendomi: “fatti furba, andiamo!”. Ed aveva ragione Lei! perchè poi sono stata contenta. 
Ha qualche aneddotto da raccontare? 
Non ho ricordi particolari. Sono sempre stata fortunata con i clienti. Prima di iniziare il lavoro da commerciante facevo la sarta in via Vela 42 qui vicino. Le clienti erano signore della Crocetta. In seguito ho trovato questo negozio. Era condotto da due anziani. Non avevo soldi per comprarlo. Mi piaceva e mi piaceva. Mio cognato, che era una brava persona, mi ha detto:” te li presto io i soldi” e così è stato. Io ne avevo un po’ da parte.Il mio padrino, che era benestante, ogni tanto mi regalava qualche soldo in occasioni particolari: la prima comunione, la cresima e cosi via. Mio padre lì portava in banca e così mi sono ritrovata un bel gruzzoletto.
E quindi è iniziata l’avventura in via Morosini…
Dovendo pagare i debiti all’inizio tenevo per me la merce più che economica: per esempio le calze da poche lire. E così risparmiando ho pagato tutto; ho restituito i soldi a mio cognato ed ho fatto una vita normalissima. La clientela è sempre stata una buona clientela; solo che adesso è tutto cambiato, nel senso che prima c’erano le famiglie e ora ci sono gli uffici e la vendita è tutta un’altra cosa. Prima veniva la signora che in autunno o in primavera faceva il cambio della biancheria. Oggi l’impiegata passa di fretta per comprare un paio di calze. Ma la zona è bella! Mio nipote vorrebbe che mi ritirassi…anzi si è persino mosso per disdire il contratto con con la proprietà del negozio, l’Atc di Torino. Un giorno non vedendo arrivare le fatture dell’affitto telefono all’Atc  e scopro che attendevano le chiavi del negozio e che ero in arretrato con i pagamenti. Incarico subito  mio nipote di provvedere e così sono ancora qui! Molte persone vorrebbero il mio negozio ma devo trovare l’acquirente giusto.
E subisce la concorrenza dei centri commerciali? 
Direi di no. Chi sa comprare, per determinate cose, non va nei centri commerciali. E quindi no. E poi  – dice sospirando –  ci sono i cinesi…A volte arriva qualche ragazza per chiedermi la riparazione di alcuni capi di abbigliamento e quando torna per ritirare il capo si lamentano del prezzo. E allora consiglio loro di comprare i vestiti che vadano bene, che siano perfetti altrimenti non conviene la riparazione. Va detto che i cinesi hanno anche dei bei tessuti ma la confezione lascia un pò a desiderare e d’altra parte alle lavoranti non danno una buona retribuzione. Non possono pretendere le clienti di comprare un abito firmato come un “Christian Dior”. Nessuno regala niente.
E se dovesse consigliare il suo mestiere?
 Uhm … Non vedo grande voglia di lavorare in giro. La prima cosa che mi chiedono è se il sabato si lavora e la seconda domanda è quanto è lo stipendio. Allora secondo me la situazione è questa: non c’è molta voglia di imparare un mestiere. Quando sono entrata qui dentro non avevo soldi, venivo da Carmagnola con il treno e spesso, scesa alla stazione di Porta Nuova, venivo a piedi. Il tram era un lusso. Alla sera rientravo a casa perchè avevo mia mamma sola e aveva bisogno delle mie cure. Devo riconoscere che, ascoltando mio cognato, ho fatto bene a prendere in affitto un alloggio perchè in seguito si è rivelato molto utile quando ho avuto l’incidente e così mia madre mi ha poi raggiunto a Torino. Nella vita occorre darsi “un andi”, darsi da fare. La necessità aguzza l’ingegno dice il proverbio. Quando ero giovane io eravamo in tempo di guerra e allora le cose erano complicate e difficili.
Ecco, quali soni i suoi ricordi del tempo di guerra?
Mi ricordo che purtroppo in casa avevamo pochissimo da mangiare e naturalmente  non avevamo lo zucchero e il caffè. Un giorno a Carmagnola entrano i tedeschi nel nostro cortile; noi  nascondevamo due partigiani sotto il letto. I tedeschi decidono di farsi il caffè nel cortile con lo zucchero e noi, non avendo nulla, guardavamo la scena con invidia. Poi hanno dato fuoco al mio borgo e, ad un certo punto, anche il materasso del letto è stato raggiunto dalle fiamme. Mia sorella l’ha preso e gettato in cortile sventando l’incendio in casa. I tedeschi volevamo impiccare sette capifamiglia; il parroco è andato da 
loro e si è offerto di essere ucciso al posto dei padri di famiglia, “piuttosto date fuoco alle case” ha chiesto e cosi hanno deciso e fatto; però non hanno ucciso quelle persone. Ricordo anche mio fratello allora giovane, si era nascosto dal nonno insieme ad un mio cugino per sfuggire alla cattura.  Purtroppo un ragazzo che abitava nella nostra via è stato ucciso per la strada. Brutte storie!Oggi nel borgo c’è una piazza dedicata a Don Bella, il parroco che aveva offerto la propria vita; e ci sono altre vie intitolate alle vittime di quel periodo. In particolare ricordo una via dedicata a Giovanni Rubatto. In quel periodo andavo a scuola, avevo una maestra fascista; al mattino presto d’inverno, con le finestre spalancate, ci faceva cantare: “Vincere”; un giorno dovendo passare Mussolini in treno da Carmagnola ci portarono alla stazione per salutarlo; quella volta ero influenzata ma ero caposquadra delle “Piccole Italiane” e così andai per forza. Quando tornai a casa la madrina mi chiese del Duce ed io le risposi che era una persona normalissima. La maestra ci faceva una testa così con il Duce. Aveva perfino fatto appendere la foto di Mussolini sopra il Crocifisso! Poi il direttore della scuola gliela fece abbassare. Devo dire però che era una buona maestra.Un ultimo episodio voglio ricordare; mi sono salvata da un attacco aereo: mitragliavano dall’alto una tradotta. Ero sul ponte della ferrovia e grazie ad un signore che mi ha spinto per terra ho evitato i colpi. Quando sono arrivata al lavoro, la mamma della signora per cui lavoravo mi ha spiegato del treno e della merce trasportata: erano castagne bianche. Ne ha preso una borsata e cosi alla sera le abbiamo mangiate per cena.Nella vita ci vuole anche fortuna.
Signora, chiudiamo l’intervista con qualcosa di bello
 Maddalena Appendino si alza e mi invita a seguirla nell’alloggio vicino al negozio e dal cortile mi fa ammirare un grande ippocastano che svetta fino al quarto piano delle case intorno.Una parte della sua Carmagnola in città, un verde davvero inaspettato che rallegra la giornata.
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Franco Maria Botta