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MOSTRA AL MUSEO CIVICO DI MONCALVO A CURA DI ALERAMO ONLUS

Lalla Romano, la danza della vita tra pittura e poesia

di ilTorinese pubblicato lunedì 2 ottobre 2017

 La formazione umanistica, la frequentazione di amici intellettuali e soprattutto della scuola di Felice Casorati, la inserirono nel particolare ambiente culturale che si stava delineando in Torino cessata la Grande Guerra

Se vogliamo dare una risposta al problema della molteplicità delle arti, tra i più discussi dell’estetica sino dagli albori della filosofia greca, da una parte diversificate come espressione spirituale o rappresentazione fisica, dall’altra ritenute inscindibili, esaminando, tra gli anni venti e il 1947, il percorso artistico di Lalla Romano troviamo un legame indissolubile tra poesia e pittura. Scomodando Orazio e prima ancora Simonide accogliamo dunque il famoso detto” ut pictura poesis “ ossia la poesia è pittura parlante e la pittura è poesia muta, come asserì poi anche Leonardo.  Stessa, infatti, nelle due discipline trattate contemporaneamente dalla Romano, è la poetica del silenzio, della persistenza della memoria, delle cose quotidiane, dei luoghi dell’infanzia e del bisogno d’amore; sempre presente, sia nei versi che nei dipinti, il racconto di sé non come semplice autobiografia bensì come ricerca interiore ed espansione del proprio vissuto agli altri che vi si ritrovano poiché riaffiorano verità universali riguardanti tutta l’umanità. La formazione umanistica, la frequentazione di amici intellettuali e soprattutto della scuola di Felice Casorati, la inserirono nel particolare ambiente culturale che si stava delineando in Torino cessata la Grande Guerra allorché gli artisti sentirono il bisogno del Ritorno all’Ordine, della conservazione dei valori plastici della forma che i nuovi movimenti stavano dissolvendo.

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Al recupero dell’arte figurativa, attraverso la lente della metafisica e del purismo neo-quattrocentesco, contribuiva De Chirico che proprio a Torino aveva trovato ispirazione grazie all’atmosfera ordinata, silenziosa e nostalgica dell’infinito che, a suo dire, rendeva la città la più profonda d’Italia cogliendone, come Nietzsche, la poesia e l’occulta bellezza. E’ questo il clima che coinvolgeva La Romano attratta per affinità elettiva dovuta al temperamento riflessivo e contemplativo senza rimanerne rinchiusa in isolamento poiché la curiosità intellettuale la spingeva a frequenti soggiorni parigini nel quartiere latino della rive gauche impregnato di nuovi fermenti e dello charme di Picasso, Modigliani, Matisse, Cezanne. Il “secondo classicismo” respirato nella scuola di Casorati si incontrava quindi con altre aperture come possiamo constatare nel dipinto inedito “ Piero con la camicia azzurra”, malinconico, silenzioso, rinchiuso nella propria interiorità, affine ai ritratti di Modigliani e all’Arlecchino picassiano del periodo novecentista romano; e ancora nel “ Portafrutta d’argento” troviamo accenti del disinvolto  contrastante cromatismo fauve e della costruttività formale cezanniana mentre  alcuni paesaggi conservano una leggera influenza tardo impressionista lasciatale da Guarlotti, suo primo maestro, unita a qualche azzardo di astrattismo. Tutti gli influssi ricevuti non condizionano minimamente il suo stile ma rimangono solo una base da cui partire ricreandola e rinnovandola per arrivare a risultati riconoscibili come suoi poiché ne rivelano la profondità dell’anima.

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I ritratti, essenziali nell’escludere l’ambientazione, dai colori soffusi e discreti per non disturbare l’atmosfera silente, si accordano alla severità degli autoritratti che però, a volte, fanno qualche concessione al vezzo femminile di indossare cappellini, gli stessi conservati amorevolmente da Antonio Ria che ha reso la casa di Lalla sacrario delle sue cose. Il paesaggio, filtrato attraverso la memoria dei luoghi dell’infanzia, come osservò Giorgio Bocca, anch’egli cuneese  “rievoca come sa fare solo chi qui è nato, con essenzialità e cautela di aggettivi e barocchismi, la storia della solitudine di una terra affacciata alla montagna”. Ed è proprio la montagna, soprattutto nei mesi invernali, ad affascinarla, amata allo stesso modo di Roberto Romano, suo padre, che dipinse ”Inverno” delicato quadro che apre la mostra. Un’immobilità silenziosa, in una atmosfera d’incanto velato di lieve malinconia che si avvicina al Realismo Magico, regna anche nelle nature morte semplificate e purificate in una libera dimensione spaziale: scodelle, portafrutta, brocche, vasi, tutto quanto fa parte della quotidianità familiare, così umili eppure capaci di assumere significato duraturo e universale. Sono cose che ha toccato e usato, frammenti del tempo che vanno oltre la propria vita perché creano legami con le altre esistenze. Presentato per la prima volta in mostra, il piccolo bellissimo dipinto con le Scarpette Rosse posate su un foglio di carta bianca, pur nell’arcano silenzio, ha il potere di evocare una danza della vita tra pittura e poesia che si congiungono indissolubilmente.

Giuliana Romano Bussola

Museo Civico di Moncalvo (At), via Caccia 5 – Dal 7 ottobre al 10 dicembre – Apertura sabato e domenica delle 10 alle 18 e su appuntamento durante la settimana. A cura di Aleramo onlus