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Uno sguardo su alcuni titoli del periodo natalizio

Ladri gentiluomini, befane e (affettuosamente) gli altri

di ilTorinese pubblicato martedì 8 gennaio 2019

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

 

Parafrasando nel titolo il buon vecchio e insostituibile Sautet, vogliamo riconsiderare quel che s’è (abbiamo) visto sugli schermi natalizi e magari in questo inizio d’anno? Sulla cima più alta metteremmo senza ripensamenti il Pawlikowski di Cold War, premiato a Cannes, in un perfetto bianco e nero tutto carezze di luci e ombre, un omaggio del regista ai suoi genitori, una storia d’amore che ha inizio nella Polonia degli anni Cinquanta vittima del grigiore quotidiano dell’occupazione sovietica, una voglia di libertà e di realizzazione, la fuga di lui verso l’Occidente mentre lei non ha il coraggio di seguirlo. Si rincontreranno nella Parigi della musica e del’arte, con nuove relazioni ma consapevoli che molto di un antico amore sia rimasto, magari più vivo di un tempo: e allo stesso tempo ancora instabile, tempestoso, osteggiato sempre da qualche ostacolo, politico o psicologico che sia. La bellezza dei personaggi, in special modo quello femminile, il racconto che attraversa anni cruciali della Storia, gli sguardi e le incertezze e il ritrovarsi, a tutto il regista offre uno sguardo lucido e appassionato, coinvolgente, senza azioni o parole di troppo.

Il fascino, pur su di tutt’altro livello, resta per quel che s’è detto il canto del cigno di Robert Redford, dal momento che l’interprete dei Tre giorni del Condor pare proprio che con questo crepuscolare Old man & the gun voglia smettere di mostrare sullo schermo il suo viso ormai senilmente occupato da una bella ragnatela di rughe. Continuerà a stare dietro la macchina da presa e porterà ancora avanti quel festival di Sundance, che dirige da quarant’anni. Per l’ultima prova, calato in quelle atmosfere e in quelle ballate che a Hollywood andavano di moda negli anni Settanta e Ottanta, è Forrest Tucker, realissimo personaggio noto alle cronache – il film ha le basi su un articolo di David Grann, pubblicato nel 2003 nel New Yorker -, svaligiatore seriale dai modi ineffabili, vero ladro gentiluomo, ancora pieno di fascino, cui basta lasciar intravedere alle vittime la propria pistola perché gli riempiano la borsa di dollari. È quasi un gioco, un passatempo che un altro della sua età se ne andrebbe all’osteria a farsi un goccetto (“Non si tratta di guadagnarsi da vivere, si tratta di vivere”), un’attività sacrosanta da portare avanti con un paio di amici (Danny Glover e Tom Waits, redivivi), un’occasione che ti ha reso vivo in passato, anche la fuga da San Quintino è stato un bel diversivo, e che continua a farlo, aggiungendosi al tutto l’incontro con una gentile signora (Sissy Spacek, uno dei volti belli di un “vecchio” cinema) che non fa troppe domande e che davanti ad un piccolo gioiello e al tentativo di lui di svignarsela senza pagare il conto mette sul banco la sua normale dose di onestà. Sull’intero gruppetto veglia il poliziotto Casey Affleck, in giusta posizione come sempre, avvilito e forse senza più uno straccio di ideale, cui le gesta di Tucker ridanno fervore, il desiderio di rimettersi in gioco, instaurandosi un rapporto di dipendenza reciproca che è il sale primo del film. Il ritmo del racconto, le rughe, il passo spigoloso e rallentato, il lato sentimentale, l’ironia, gli sguardi gentili, le corse in mezzo ai campi durante le fughe, tutto questo il regista David Lowery maneggia con cura, rendendoci anche il “divertimento” dei tanti spezzoni della vita di questo “bandito”. E Redford ancora una volta (proprio l’ultima?) è lì, sullo schermo, a raccontarci un pezzo d’America.

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Julian Schnabel, pittore oltre che regista, affrontando il disordine e l’infelicità continua della vita di Vincent van Gogh, impagina un film che sarà un piccolo gioiello per gli amanti dell’arte. Sia sotto il punto di vista tecnico, attraversando gli spazi del sud della Francia cari al pittore con la macchina a mano, instancabilmente, in un rincorrersi d’immagini sfrenate che non lasciano sosta, di pienissimo movimento, che un effetto flou nella parte sottostante dello schermo in gran parte virato al giallo, come a sottolineare i difetti dell’occhio dell’artista. Sia narrativamente, concentrandosi sulle ultime tappe di una vita, tra Arles e Auvers-sur-Oise o tra le mura dell’ospedale di Saint Remy, la necessità di ritrarre la natura e il desiderio continuo di immergersi in essa, il rapporto pieno di conflitti con Gauguin, l’affetto che lo legava al fratello Theo, mercante d’arte e unico a sostenerlo e a tentare di dare un valore alla sua arte, i segni della malattia, la morte qui presentata in modo inaspettato, tralasciata l’idea del suicidio per abbracciare quella proposta pochi anni fa da due studiosi americani secondo cui un paio di ragazzi avrebbero accidentalmente ferito van Gogh mentre stava dipingendo all’aperto ed egli, già prostrato fisicamente e in piena depressione nonché ben consapevole di quanto potesse loro succedere, non li accusò di nulla, lasciando intendere la sua piena responsabilità nell’accaduto. Al centro della vicenda il viso scavato di Willem Dafoe e il suo corpo, magrissimo, anch’essi immagine della disperazione dell’artista, spesso pienamente sovrapponibili a quella che i tanti autoritratti ci hanno tramandato.

Quelli che furono fan di Julie Andrews e della sua tata saranno certo stati delusi dal Ritorno di Mary Poppins, una copia sbiadita dell’originale, non tanto per colpa della nuova Emily Blunt, quanto piuttosto per una sceneggiatura che mette in un panorama di commozione la vicenda dei tre ragazzini orfani di madre, che non ha trovate maggiormente spiritose per la rediviva Mary con il rischio anzi di metterla in secondo piano, che immette i personaggi in un mondo di cartoni troppo stiracchiato e fuori misura, che affida il lampionaio ad un Lin-Manuel Miranda per noi pressoché sconosciuto, non certo con il divertimento che si portava dietro un Dick Van Dyke, qui relegato in un divertentissimo cameo.

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Su ben altro versante, delude pure Vice, ovvero gli aspetti peggiori della vita e della carriera di Dick Cheney, estremamente irritante per l’unilateralità della visione politica (gli anni universitari del protagonista certo non splendidi e rassicuranti, lo stupido ritratto che si è ricavato di Bush jr, la corte dei presidenti repubblicani e l’arrivismo vampiresco che sembra troneggiare soltanto da quelle parti, il medesimo gioco visto nel privato ad opera della consorte Lynne, interpretata da una Amy Adams in stato di grazia) come per le manie registiche di Adam McKay (virtuosismi che sono tutt’altro, come il narratore buttato nel film senza criterio, quelli che dovrebbero essere i titoli di coda fatti scorrere a metà della vicenda, il pistolotto finale del protagonista, certe scenette costruite come un teatrino dei pupi). Christian Bale, straripante nei venti chili aggiunti per raggiungere la stazza dell’interessato ha già vinto un Golden Globe ma ha dato prove ben migliori.

Come delude Mario Martone per Capri-Revolution, ovvero la presa di coscienza, prima che scoppi il primo conflitto mondiale, della povera Lucia, che non ha fatto altro che accudire alle sue capre tra il roccioso terreno dell’isola del golfo. Si accorge che il mondo può andare in maniera diversa e a lei è possibile uscire dai propri confini dinanzi ad un gruppo hippie ante litteram, corpi nudi e idee nuove, una sorta di Sessantotto tutto luci e profumo di limoni: mentre ogni scena difetta di approfondimenti e noi rimpiangiamo i patrioti di Noi credevamo e Leopardi.

Ma la ciliegina delle feste la possiamo considerare La Befana vien di notte di Michele Soavi, dove la maestrina Paola della Cortellesi (mai così forzatamente spaesata) come ogni italiano che si rispetti tiene un doppio lavoro, quello della vecchina dal naso adunco appunto, qui obbligata a sfuggire al rapimento che in epoca di maggior andare e venire a cavallo della scopa le prepara un antico allievo (le sarà d’aiuto un gruppetto interraziale di pargoli scatenatissimi al bisogno). Siamo dalle parti della favoletta condita di un leggero spirito horror: ma il male non è quel pizzico di paura che può stringere alla gola le nuove generazioni, il male è la mancanza di una sceneggiatura, di quelle sagge, e non soltanto rimpinzata di trovatine già viste e riviste per farci toccare con mano “come viviamo oggi”. Se poi si considera il secondo posto negli incassi dell’insulsa storiellina, credo che qualche domanda ce la dovremmo porre.

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Nelle immagini grandi, nell’ordine scene tratte da “Old man & the gun”, “Van Gogh”, “Vice” e “Capri-Revolution”

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