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Oltre Torino. Storie miti e leggende del Torinese dimenticato

La torre di Trana

di ilTorinese pubblicato venerdì 11 maggio 2018

9 / Questa storia è dedicata agli scettici, a chi non vuole sentir parlare né di aldilà, né di spiriti, né di anime, a chi crede solo nel freddo e cinico razionalismo.

Fantasma, è termine greco, che significa “Immagine”, connesso con il verbo phantàzomai, “mi mostro, appaio”. Come da definizione del dizionario esso indica l’immagine creata dalla fantasia senza alcuna corrispondenza con la realtà delle cose, ma è anche l’immagine di persona defunta che una fantasia allucinata rievoca e ritiene reale. Dunque i fantasmi. Essi presentano caratteristiche specifiche, sono eterei, luminescenti e fluttuanti, sono abitudinari, si aggirano sempre in luoghi cupi, bui ed inquietanti; appaiono di notte, nel momento in cui il buio sovrasta il mondo; amano molto anche le tempeste, quando possono approfittare dell’inquietudine provocata dagli improvvisi lampi e tuoni. Alcuni di loro mostrano un carattere più romantico e aspettano la luce tenue del plenilunio per manifestarsi ed accentuare il proprio pallore. Essi sono figure centrali e ricorrenti nelle tradizioni popolari di tutto il mondo. Per chi crede a queste storie -e soprattutto per chi non ci crede- ci sono luoghi in cui assistere ad apparizioni sovrannaturali è più facile rispetto ad altre parti. Si tratta di zone particolari, a cui gli spiriti rimangono strettamente legati, scenari di vicende antiche, talvolta quasi dimenticate.Uno di questi luoghi peculiari è il piccolo paesino di Trana, in cui si trova una solitaria torre di epoca medievale, che parrebbe essere un ricettacolo di anime inquiete. Pare che proprio qui siano solite mostrarsi luminose figure, spiriti fatti di luce, non si sa chi o cosa siano, né se siano portatori di specifici messaggi. È surreale la quantità di testimonianze che riguardano tali apparizioni. In molti sostengono di aver visto due figure femminili, particolarmente iridescenti, una con lunghissimi capelli corvini. Questi spiriti compaiono nella notte e vagano come stelle cadute che non sanno come tornare a casa.  È decisamente il giorno sbagliato per andare verso le montagne, l’aria è fredda, ai bordi della strada persiste la neve, guido piano perché ho paura di scivolare sulla strada a tratti ghiacciata.È un viaggio lungo quello di oggi, perché sono sola e l’assenza di compagnia aumenta le distanze e abbassa ulteriormente le temperature già fredde.

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Il cartello “Trana” appare proprio quando mi viene il timore di essermi persa; vado ancora avanti per una decina di minuti prima di arrivare al centro del paese e alla mia reale meta. Compare all’altezza dell’orizzonte, preciso di fronte a me, il mistico mastio di trenta metri di altezza, ultima testimonianza della presenza di un castello risalente al X, XI secolo, raso al suolo dalle truppe francesi dei Catinat, sul finire del XVII secolo. La torre era un tempo proprietà degli Orsini, successivamente, nel 1581, passò alla famiglia Gromis. Riesco a lasciare la macchina in un piccolo spiazzo proprio ai piedi della modesta collina su cui si trova la costruzione che mi interessa visitare, scendendo dalla vettura vengo immediatamente presa a schiaffi dall’aria gelida, socchiudo gli occhi e sprofondo all’interno dello sciarpone invernale, così imbacuccata faccio forza su di me e parto per la mia solitaria perlustrazione.La neve ricopre tutto, la stradina che sto percorrendo a piedi, che dallo spiazzo sembra condurre verso l’alto della collina, i tetti delle case, la copertura del ponte in legno che attraversa il Sangone e l’altura che avevo scioccamente immaginato di risalire per arrivare ai piedi della torre. L’atmosfera è spettrale, poca luce che riesce a penetrare attraverso le nuvole che ricoprono il cielo per intero, sono talmente tante che potrebbero avvolgere il Mondo, il terreno è un’enorme coperta, vecchia, usurata, strappata dagli alberi che spuntano slanciandosi con violenza verso l’alto. Con l’illuminazione di quel giorno i toni dei colori si abbassano, il marrone dei tronchi è quasi pece, il verde dell’edera che serpeggia tra gli alberi è smorto e propende verso la gamma dei grigi. I rami crescono selvaggi uno sull’altro, allungano i rami esili e nodosi verso l’alto, sembrano volersi impossessare del cielo.

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Sto continuando a seguire la stradina scivolosa, ma ben presto mi rendo conto che continuare su questa via non sarà d’aiuto al mio intento, inoltre compare un dettaglio a cui non avevo pensato: una recinzione che circonda la collina. Noto che la rete presenta delle aperture, segno che qualche altro curioso ha anticipato i miei passi, ma la neve ghiacciata rende il terreno scivoloso e l’arrampicata rischiosa, più che per me, per la mia reflex. Mi fermo a guardare la torre da quella bassa prospettiva, di lì, mi ricorda una divinità arcaica posta nel mezzo di un rituale di adorazione, i rami sembrano protendere verso di lei, quasi in segno di supplica. Oggi non c’è molto che io possa fare, se non ridiscendere con attenzione. Ora che il mio primo obbiettivo è sfumato posso passare ad altre considerazioni, prima fra tutte il fatto che una località così piccola abbia così tanta storia da raccontare: il paesino di Trana, in epoca antica strettamente collegato alla fortuna e al destino della famiglia Gromis, in tempi meno antichi aveva assunto una posizione di rilievo nella lotta partigiana durante la Seconda Guerra Mondiale. Mi viene in mente che, oltre alla valenza prettamente storica, c’è anche un aspetto antropologico per cui questa terra è conosciuta, cioè la presenza di imponenti menhir sul vicino monte Pietra Borga. Intorno a tali preistoriche testimonianze di insediamenti umani circolano altre storie, che alludono alle masche e agli spiriti dei boschi. Le storie di queste zone confinano tra loro, dove termina una, subito ne inizia un’altra. È possibile che in una tale moltitudine di leggende non ci sia nulla di vero? Prima di risalire in macchina mi volto a guardare quel paesaggio perfetto nel suo essere spettrale, il cielo si è rabbuiato ancora, così come i tratti delle ombre sono più calcati. Penso che l’unico motivo per cui non mi sono imbattuta in nessuno spettro è che dietro le nuvole è ancora giorno, i fantasmi sono creature abitudinarie, appaiono solo di notte. Nessuna eccezione, nemmeno per i curiosi forestieri come me.

 

Alessia Cagnotto