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La Società di Mutuo Soccorso si trovava all’angolo tra la strada principale e la viuzza che conduceva al Municipio

La terra grama e il “rosso generoso”

di ilTorinese pubblicato sabato 27 ottobre 2018

IL RACCONTO  di Marco Travaglini

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Comando Supremo, 4 Novembre 1918, ore 12..La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 Maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta…L’Esercito Austro-Ungarico è annientato.. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza… Firmato:Armando Diaz “. Il “bollettino della vittoria” l’aveva sentito leggere ad alta voce dal dottor Giubertini. Il medico condotto, tra una visita e l’altra, non mancava mai l’appuntamento con il quartino di vino e il mazzo da quaranta delle carte da scopa. La Società di Mutuo Soccorso si trovava all’angolo tra la strada principale e la viuzza che conduceva al Municipio. Dietro al bancone, intento a mescere il vino, l’oste occupava gran parte dello spazio, grande e grosso com’era. Alvaro, per tre lunghi anni aveva servito la Patria, passando da un fronte all’altro, schivando il piombo austriaco dai monti del Cadore fin giù nelle golene del Piave.Non sapeva nemmeno lui come aveva fatto a portare a casa la pelle. E per di più intera, senza nemmeno una ferita grave se s’escludeva quello sbrego sul gluteo sinistro che gli era stato impresso da una fucilata presa di striscio, partita dallo schioppo di un fuciliere imperiale del Kaiser sul Monte Piana, nelle Dolomiti di Sesto. Non doveva essere tra i migliori tiratori di Cecco Beppe, per sua fortuna. Nonostante la ferita,aveva tenuto la posizione e s’era guadagnato una medaglia di bronzo,per altro non richiesta. Sentir raccontare con tanta enfasi della guerra uno come il dottore che aveva schivato il fronte,restando nelle retrovie,al servizio   medico dello Stato Maggiore,gli provocava acidità di stomaco.Avrebbe voluto alzarsi, schiaffeggiarlo e cacciarlo fuori dall’osteria ma quello era pur sempre il medico condotto e lui solo un contadino di montagna che la guerra aveva reso ancor più povero di quanto già non fosse. Così,tenendo a freno la lingua,svuotò il bicchiere e s’alzò dal tavolo,salutando con un cenno del capo gli altri avventori.Fuori l’aria era fredda.Scendeva dalla Val Chiusella e era talmente brusca da far rabbrividire. Per fortuna s’era portato appresso,uscendo di casa,il pastrano che aveva trovato in quella malga sull’altipiano dove si era rifugiato durante una delle giornate più difficili di quella brutta guerra.Non seppe mai a chi fosse appartenuto e nemmeno cosa avesse indotto il legittimo proprietario a lasciare incustodito quel prezioso capo di vestiario. Una fuga improvvisa o una disgrazia? Chissà. Non era di foggia militare e non portava mostrine.

 

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Fatto sta che quell’inaspettato rinvenimento gli fu molto utile e lo considerò alla stregua di una vera e propria grazia piovuta dal cielo.Cessate le ostilità tornò a casa dopo un lungo viaggio dove alternò alle rare tradotte ferroviarie le più frequenti e lunghe marce a piedi. In paese trovò rovine e miseria.I suoi vecchi, Albino e Giuditta, erano morti all’inizio dell’ultima estate di guerra. Se n’erano andati a distanza di pochi giorni l’uno dall’altra. La cascina era in pessime condizioni e il terreno stava andando in malora. La campagna attorno a Pavone era sempre stata generosa con chi non avesse paura di spaccarsi la schiena nel lavorarla ma in quei tempi grami anche la terra era diventata avara. Pareva caduta preda di una maledizione che l’aveva resa micragnosa, dura come pietra,con quelle zolle che resistevano alla zappa come le teste chiodate di crucchi dalle Dolomiti al Carso. Si preparava un Natale amaro. Di pace, finalmente, ma anche di fame. Nei primi tempi si era fatto aiutare da un suo zio. Orgoglioso com’era, patì molto quella situazione nonostante il fratello del padre fosse una persona buona e generosa.Dissodò il campo, seminò quel poco che aveva, imbastì persino delle novene perché anche la fede,che pure non l’aveva mai visto così attento ai precetti, poteva aiutare in frangenti come quelli, scansando scoramento e disperazione.Raccolte in qualche sacco le patate seminate in quel terreno ostico, aveva provato a venderle a Bairo ma era stato accolto con ostilità da un gruppo di tirapere ,i tirapietre. Era quello, in parola e nei fatti, il soprannome di quelli che,come abitudine non propriamente ospitale,accoglievano i forestieri a suon di pietre.Ridevano, quei pazzi. E gridavano “a l’é bianch ‘me la coa dël merlo”,è bianco come la coda del merlo. Alludevano al fatto di averlo conciato per le feste,impaurendolo.Altro che vender patate! L’avevano fatto nero ed era già tanto l’esser riuscito a scappar via. Non erano anni facili da nessuna parte e il Canavese non faceva differenza. Imperversavano le rivalità tra gli abitanti dei vari paesi. Per uno di Foglizzo, paese dei mangia rane (ij cagaverd ) era dura andar d’accordo con quelli di San Giusto Canavese che chiamavano, poco amichevolmente, ij singher ,gli zingari. E ij biàuta-gambe , i dondola-gambe, cioè i fannulloni di Rivarolo ironizzavano – ricambiati con gli interessi – sui gavasson di Ozegna, simulando i colli ingrossati dalla tiroide. Un certo rispetto se l’erano guadagnati quelli di Rivara,ij strassapapé,gli “stracciacarte“. Apparivano agli occhi dei più come persone ben fornite degli attributi giusti grazie a una lontana leggenda secondo la quale nel lontano ‘500,durante la stesura di un atto notarile,un cittadino strappò il documento dalle mani del notaio e lo distrusse davanti ad una piccola folla.

 

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L’avido notaio aveva la pessima ma per lui redditizia abitudine di riportare cifre maggiorate in favore dei   suoi conti,ingannando i poveri contadini, spesso analfabeti e incapaci a far di conto. Una storia, come tante altre, che veniva raccontata e tramandata da quelli di Favria, ij tajastrass, quelli che ti tagliavano i vestiti addosso, facendosi allegramente i fatti altrui.Alvaro, a testa bassa, continuò la sua lotta con quella terra taccagna.Per ottenere un minimo di raccolto dovette impiegare il massimo degli sforzi,dimostrandosi molto più generoso di quanto non fosse quella campagna che lo strizzava come un cencio, rubandogli fino all’ultima stilla di sudore.Un giorno, al mercato di Ivrea, mentre cercava delle sementi e una gerla nuova per il fieno necessario ai pochi conigli che aveva iniziato ad allevare, incontrò Giovannino Bedini, anch’esso contadino, proprietario di un po’ di terra dalle parti di Torre Balfredo.Originario del vercellese e non più giovane d’età,Giovannino si era piegato la schiena fin dai tempi dell’infanzia aiutando i genitori nel ricavare da quella terra poco generosa il minimo che servisse per vivere.O meglio, per sopravvivere. Eppure,a detta dei più (e bastava uno sguardo attorno ai suoi campi per trovare conferma) le rese non erano poi così malvage. Forse dipendeva da lui la scarsa capacità di far fruttare le semine tra quelle zolle scure. Per di più un vecchio zio di nome Giacomone gli aveva lasciato in eredità alcuni filari di vigna sulla serra morenica di Piverone, poco distante dalla sponda nord occidentale del lago di Viverone.I due contadini, seduti al tavolo dell’osteria della Pesa, discussero a lungo e dopo il terzo “mezzino”,Bedini avanzò una proposta. Se Alvaro fosse stato dell’idea, a suo dire, avrebbero trovato un modo per aiutarsi a vicenda.Come? Dando una mano a Giovannino nel tentativo di ottenere da quel terreno una miglior resa. Così i due,diventando soci e lavorando nella vigna, si sarebbero divisi i proventi della vendita dell’uva che, finita la vendemmia,avrebbero consegnato alla cantina sociale. Alvaro accettò, ormai sfinito dai tentativi di ricavare qualcosa di buono da quel suo terreno quasi sterile.In poco tempo il sodalizio diede a entrambi delle buone soddisfazioni. A parte la società della vigna, gli altri lavori erano pagati a giornate e rendevano bene ad Alvaro.

 

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La produzione,copiosa e di qualità, suddivisa tra verdure, frutti degli alberi (per lo più ciliegie,pesche e susine) e persino dei fiori, nella piccola serra che era stata impiantata, era tale da soddisfare le necessità dei   negozietti che richiedevano i loro prodotti. Ad Alvaro,dopo aver masticato tanta rabbia e fatica per un tozzo di pane,pareva che la sfortuna avesse imboccato un’altra strada, allontanandosi da lui. Anche Giovannino era contento. La signora Gina, proprietaria dell’emporio, pagava la merce con una puntualità da far invidia a uno svizzero e così pure la fioraia, il gestore del Osteria del Sirio e la cantina sociale.Ma furono le vigne a far scattare il colpo di fulmine e l’idea. Come se in testa avesse avvertito lo schiocco di una bocciata al volo, Giovannino subì un vero e proprio colpo di fulmine, una sensazione d’innamoramento a prima vista talmente forte che gli salì un nodo in gola fino a costringerlo a gorgogliare,tra le lacrime,la sua immensa felicità. I lavori nel vigneto erano impegnativi in tutte e quattro le stagioni. Ogni giorno c’era qualcosa da fare,nella vigna o nella piccola cantina che era stata ricavata accanto al fienile della cascina dei Bedini. Potature, innesti, lavori d’aratura tra i filari per far respirare le zolle eliminando le erbacce, accorciamento dei tralci troppo lunghi. E poi, quando l’uva era matura, la vendemmia. Tutta a mano, grappolo per grappolo. In cantina,dove il mosto fermentava e il vino dell’anno prima s’imbottigliava, quel moto perpetuo impegnava Alvaro, taciturno e sgobbone come sempre, a fianco di Giovannino al quale non difettava mai l’entusiasmo.Era talmente contento il buon Bedini che Alvaro non se la sentì di esternare i suoi dubbi e le perplessità. L’uva diventò così vino, il “loro” vino. Non tanto ma nemmeno poco, di due qualità diverse, raccolta in un paio di tini acquistati nell’astigiano e successivamente nelle quattro botti di media taglia. Giovannino sosteneva si trattasse di un prodotto straordinario. Assaggiandolo provava una punta di commozione e le lacrime gli rigavano il volto arrossato.Con la sua voce stentorea, tra un singulto e l’altro, ripeteva incespicando nelle parole: “Sono due vini buonissimi. Uno è piccolo e brioso e l’altro è grosso e muto. Mescolati danno un vino che farebbe resuscitare un morto”. E beveva, soddisfatto.Provarono a imbottigliarlo e ne ricavarono quasi quattrocento fiaschi da due litri e mezzo, come s’usava a quel tempo.Il primo l’assaggiarono per festeggiare l’evento, destinando i restanti alla vendita. L’etichetta molto semplice che fecero stampare in una tipografia di Strambino raffigurava un grappolo d’uva sormontato da una scritta in blu: “Rosso generoso”. E anche il prezzo stabilito fu generoso, “da osteria” come precisò Giovannino.In poco meno di due settimane, tra locande e osterie con mescita, “piazzarono” tutta la loro produzione. Quel vino giovane incontrò subito il favore di molti. Fresco e piacevole al palato, andava giù che era una bellezza,accompagnando salumi e tomini,acciughe al verde e larghe fette di polenta.Solo i più esperti tra i bevitori storsero il naso,preferendo evitare quel vino troppo fermentato.

 

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I problemi sorsero quasi subito,con grandi fughe degli avventori verso i servizi alla turca o al riparo di qualche boschetto.Quel vino, scendendo allegro e vivace negli stomaci e negli intestini,provocava spiacevoli e dolori inconvenienti.E così, il “Rosso generoso” ebbe – dal punto di vista commerciale – vita breve. Il povero Giovannino , terreo in volto, non prestò ascolto alle critiche di quegli “ignorantoni selvatici” che avevano “la bocca come il sedere” e non capivano “un accidenti di come doveva essere un buon vino”, abituati com’erano a “bere qualunque cosa l’oste mettesse loro davanti al naso”. Fatto sta che i due soci ebbero comunque da discutere per un giorno e una notte interi. Cosa accadde davanti al camino del cascinale non si seppe con precisione ma è certo che quel giorno coincise con la fine della carriera di commercianti di vino di Anselmo e Giovannino. Quest’ultimo decise di curare quel po’ di vigna per produrre vino per sé,“alla faccia di quei bifolchi”. Alvaro, abbandonati i filari, continuò a svolgere il suo lavoro nei campi. I due si spiegarono e il buon Bedini comprese le ragioni che avevano indotto il contadino a tacere il suo parere pur nutrendo dubbi sul loro vino. “Non che fosse cattivo, per carità. Ma era troppo giovane e non ancora pronto per l’imbottigliamento ma tu,Giovannino, eri talmente contento che non ho trovato il coraggio di contraddirti”.Bedini interpretò l’intenzione di non turbare la sua felicità come una prova d’affetto e d’impagabile amicizia. Così il sodalizio tra i due continuò, consentendo a entrambi di sbarcare il lunario, ricavando persino qualche soldo da “mettere in cascina”, sottintendendo una certa dose di buonsenso. Così come si fa con il fieno per assicurare il cibo agli animali nelle stalle durante l’inverno, così si doveva fare pensando a quanto questi denari potevano tornar utili più avanti.Un piccolo investimento quotidiano per i periodi di “magra”, aiutava a non farsi trovare impreparati. E con tutto quello che era capitato ai due, in guerra e in pace, diventati sempre più amici con il passare degli anni, era quanto mai necessaria una certa dose di saggezza.

 

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