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I cristiani egiziani appartengono in gran parte alla Chiesa copta ortodossa e sostengono il regime del presidente Al Sisi nella speranza di subire meno discriminazioni nella vita quotidiana

La strage di Copti nel Sinai

di ilTorinese pubblicato lunedì 10 aprile 2017

FOCUS / di Filippo Re

Si fugge come disperati da El Arish mentre ad Al-Azhar si parla di tolleranza e di pace ma nel Sinai i cristiani, considerati “prede” da cacciare, vengono brutalmente eliminati. I copti di El Arish muoiono uno dopo l’altro, uccisi e bruciati, e se ancora vivi, costretti a scappare dalla ferocia dei miliziani del gruppo locale dello “Stato islamico”. La violenza islamista si abbatte sulla comunità cristiana con ferocia e nell’indifferenza del mondo. Anche il nord del Sinai si svuoterà di cristiani, come avviene in Siria e in Iraq, a Mosul, nella Piana di Ninive o a Raqqa ? Trascorse poche settimane dagli ultimi massacri, la fuga dei copti dal Sinai sembra non importare più a nessuno, oscurata da altre vicende e dalla volontà del regime di farla passare in secondo piano ma proprio qui, in questo minuscolo angolo del mondo, si accanisce la persecuzione contro i cristiani. E così accade che sulla stampa egiziana sono sparite velocemente le notizie sulle violenze sui copti mentre per il governo la crisi sembra superata dopo aver inviato nei luoghi degli eccidi, nel nord della penisola del Sinai, qualche convoglio di aiuti umanitari e di viveri.

Troppo poco e tutto ciò a dispetto dei tanti segnali di tolleranza e di cordialità lanciati nei giorni scorsi dal maestoso simposio internazionale organizzato dall’ Università di Al-Azhar, la massima autorità dell’Islam sunnita, sui temi della libertà religiosa e della cittadinanza, alla presenza di centinaia di personalità religiose e laiche provenienti da 50 Stati e con la partecipazione di cinque Patriarchi e decine di vescovi mediorientali. Non sono calati gli attacchi ai cristiani sotto la presidenza di Al Sisi nonostante i suoi proclami quando nel luglio 2013 il generale si presentò al mondo come un campione di liberalità verso le minoranze. Ad Al-Arish, capoluogo del Governatorato del Sinai del nord, dove si è scatenata la furia omicida dei jihadisti, i cristiani, sempre meno difesi dalle forze di sicurezza egiziane, sono quasi spariti. Come già ai tempi di Bin Laden, anche oggi l’Isis promette una nuova “pulizia religiosa” cacciando i cristiani dalla penisola. Sono almeno 300 le famiglie copte (oltre 1500 persone) fuggite a causa delle violenze che nell’ultimo mese hanno causato la morte di una decina di persone. L’improvvisa catena di attacchi ha seminato terrore e panico tra i copti che vivono nella città costiera che dista soltanto una cinquantina di chilometri da Gaza. Tre anni fa, nella penisola sul mar Rosso, l’Isis dichiarò guerra contro lo Stato egiziano prendendo di mira non solo polizia e soldati ma anche i cristiani accusati di collaborare con le autorità. I guerriglieri fanatici di Ansar al-Maqdis, gruppo jihadista locale, affiliato al Daesh, comiciarono a sparare all’impazzata contro la popolazione, senza risparmiare nessuno, compresi capi tribali e musulmani moderati come i sufi, considerati però “eretici” dagli integralisti. Già nell’estate del 2013 a El Arish ci furono gravi episodi di intolleranza e da quel periodo il Sinai è sempre sfuggito al controllo dell’esercito egiziano e molti cristiani sono stati costretti a cercare rifugio in altre città a causa della violenza estremista. Proprio a El Arish, nel giugno scorso, era stato ucciso padre Rafael Moussa, prete della chiesa di San Giorgio, e il monastero di Santa Caterina, metà tradizionale di migliaia di pellegrini è da tempo chiuso per motivi di sicurezza. Tra i fatti recenti più violenti, l’attentato suicida dell’11 dicembre scorso nella chiesa copta ortodossa di San Pietro e Paolo al Cairo, accanto alla cattedrale di San Marco, con 29 vittime. Ma era solo l’inizio della persecuzione contro gli “infedeli” e contro i musulmani moderati. I tagliagole del Califfo avevano già atrocemente colpito i copti due anni fa sgozzando sulle spiagge libiche di Sirte 21 egiziani cristiani rapiti dall’Isis che prima di morire avevano voluto perdonare i loro killer.

La comunità copta d’Egitto è da sempre nel mirino degli estremisti islamici, sia qaedisti che Fratelli musulmani e Daesh, per aver sostenuto nel 2013 la destituzione dell’ex presidente Morsi, leader della Fratellanza. Non votarono per Morsi perchè si rischiava una pericolosa deriva islamista ma per i generali vicini ad Al Sisi che poi andò al potere. E proprio dal golpe militare del 3 luglio 2013 che ha rovesciato il governo dei Fratelli musulmani, il nord del Sinai è diventato un’area molto pericolosa al confine con Israele e la Striscia di Gaza, covo di gruppi radicali jihadisti, terroristi, trafficanti di armi e migranti, dove è in atto uno scontro frontale con i reparti dell’esercito egiziano, le forze di polizia e la minoranza cristiana. Non esistono dati ufficiali ma i copti cristiani sarebbero il 10% della popolazione egiziana (90 milioni) e rappresentano una delle più antiche comunità della regione. I cristiani egiziani appartengono in gran parte alla Chiesa copta ortodossa e sostengono il regime del presidente Al Sisi nella speranza di subire meno discriminazioni nella vita quotidiana. Sono infatti svantaggiati, rispetto ai musulmani, soprattutto nel lavoro e nell’istruzione. Malgrado il presidente Abdel Fattah al-Sisi aumenti i segnali di attenzione verso i cristiani le disparità di trattamento con la maggioranza musulmana restano ampiamente presenti nel Paese. L’obiettivo dei terroristi è quello di indebolire il governo, destabilizzare l’Egitto, allontanare i turisti colpendo duramente l’economia e costringere i copti ad abbandonare il Paese nel segno di un’ostilità anti cristiana sempre più marcata. Ma la lotta jihadista minaccia anche Israele che fa finta di nulla pur vedendo che l’Isis è in grado di seminare il terrore e la morte in una città come El Arish a una trentina di chilometri dal confine con lo Stato ebraico oppure di lanciare razzi verso la città israeliana di Eilat, generalmente intercettati dall’Iron Dome, le sofisticate batterie antimissile in dotazione alle Forze armate di Gerusalemme. La situazione nel nord della penisola pare fuori controllo e neppure i 30.000 soldati egiziani schierati sul territorio sono riusciti in due anni a sconfiggere poche migliaia di guerriglieri, a mantenere l’ordine e a difendere la grande comunità copta a rischio estinzione.

Filippo Re

dal settimanale “La Voce e il Tempo”