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Per il momento restano 200 soldati americani

La Siria e il “disimpegno” Usa

di ilTorinese pubblicato lunedì 25 marzo 2019

FOCUS INTERNAZIONALE    di Filippo Re

É un ritiro per restare quello degli americani che difficilmente se ne andranno dal Levante, soprattutto ora che nella regione sono presenti gli eserciti più potenti del mondo. E comunque, in caso di ritiro totale dalla Siria, sposteranno la loro presenza militare nelle basi nel vicino Iraq da cui potranno tranquillamente monitorare la situazione in tutta l’area

Per il momento restano 200 soldati americani nel teatro siriano per far felici gli alti comandi militari, scossi e preoccupati dalla iniziale decisione di Trump di ritirare quanto prima i marines dalla Siria. Un annuncio ritenuto affrettato e prematuro perchè, nonostante i proclami del presidente americano che sostiene di aver sconfitto al 100% gli estremisti islamici, l’Isis e il resto della galassia islamista rimangono una significativa minaccia malgrado la totale sconfitta militare. Un rapporto degli osservatori dell’Onu ha subito smentito l’entusiasmo di Trump facendo notare che, secondo le loro stime, tra Siria e Iraq vi sono ancora circa 15.000 combattenti, di cui almeno 3000 sono stranieri, pronti a resistere e a reagire con attacchi armati e attentati. Gran parte dei miliziani si starebbero trasferendo nei deserti siriani e iracheni per unirsi ad altri gruppi estremisti sunniti con l’obiettivo di sopravvivere e risorgere per tornare a colpire con la guerriglia. Le cifre della ferocia del defunto Califfato, secondo l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), sono impressionanti: oltre 6000 condanne a morte per impiccagione e decapitazione, bambini compresi, sono state eseguite dall’Isis in Siria in cinque anni. Le province coinvolte sono quelle di Deir ez Zor, Raqqa, Aleppo, Homs, Hama, Damasco e Hassakè. A Raqqa è stata rivenuta, un anno dopo la riconquista della città, la più grande fossa comune dell’Isis con oltre 3500 corpi sepolti. Ma non è l’unica, altre fosse comuni sono state individuate nei pressi dell’ex roccaforte siriana del Califfato. Secondo il Pentagono il movimento jihadista è stato tutt’altro che spazzato via e sarebbe in grado di far rinascere almeno in parte il Califfato nel giro di un anno. In una situazione così ingarbugliata l’Isis potrebbe riorganizzarsi. Un dossier presentato dal Mossad, i servizi segreti di Israele, sostiene che l’ex Stato islamico può ancora contare su 150-200.000 tra “combattenti, simpatizzanti e potenziali terroristi islamici” nel mondo. Non meno preoccupante per gli israeliani è la presenza militare delle forze iraniane in Siria che, stando a fonti militari di Gerusalemme, comprenderebbe tra 2000 e 5000 membri della Forza Quds e 90.000 miliziani siriani sottoposti al comando iraniano. Ma sul terreno i nodi da sciogliere sono ancora tanti. Dopo la caduta di Baghuz, l’ultima roccaforte delle bandiere nere dell’Isis, nella Siria sud-orientale, restano aperte le questioni della regione curdo-siriana e di Idlib, entrambe assai complicate e con possibili ripercussioni politiche internazionali. Nonostante siano stretti alleati russi e turchi sembrano non fidarsi troppo uno dell’altro. Il futuro della Siria è visto in modo diverso da Mosca e da Ankara dopo l’annunciato ritiro americano ma per il momento l’importante è non pestarsi troppo i piedi. Sia lo zar che il sultano hanno ambizioni imperiali nel Vicino Oriente e forti interessi geostrategici. Al recente vertice di Sochi sul Mar Nero i russi hanno soddisfatto solo in parte le richieste della Mezzaluna. Ankara pretende una zona di sicurezza anti-curda nel nord-est lungo la frontiera con la Siria. Putin, alleato di Assad, non è del tutto contrario ma ritiene necessario il consenso del rais di Damasco, restio però a concedere una fetta del proprio territorio al nemico turco e forte del sostegno dell’ayatollah Khamenei che pochi giorni fa ha incontrato Assad a Teheran. Non si esclude tuttavia che si arrivi a un compromesso barattando magari la striscia di sicurezza con qualche concessione turca a Idlib verso russi e siriani. Dal nord-est del Paese fino a Manbij e Idlib nel nord-ovest, la Siria sembra un grande cantiere avviato verso la spartizione tra grandi potenze e potenze regionali. Le città di Manbij e Idlib sono lo specchio della divisione del territorio in sfere di influenza. La tensione è palpabile a Manbij, tra Aleppo e la riva occidentale dell’Eufrate, nel nord del Paese, non lontano dal confine con la Turchia, dove sono presenti truppe americane, russe, turche e siriane a cui si aggiungono le milizie curde che amministrano il centro abitato. A metà gennaio un kamikaze dell’Isis si fece esplodere davanti a un ristorante uccidendo quattro militari americani e undici civili. La città di Manbij era stata occupata nel 2013 dai jihadisti dello Stato islamico e liberata tre anni fa dalle forze curde appoggiate da truppe speciali e raid aerei americani. I turchi minacciano di occupare Manbij e chiedono che i curdi si ritirino a est dell’Eufrate ma i russi frenano i piani di Erdogan. Le controffensive curde contro l’Isis hanno permesso ai combattenti peshmerga non solo di cacciare i soldati del Califfo ma anche di occupare un territorio ben più ampio della tradizionale regione curda. La preoccupazione maggiore di Erdogan è che l’allargamento del territorio curdo in Siria possa rafforzare l’obiettivo di puntare a una nazione curda a cavallo tra Turchia, Siria e Iraq. Ben presto i curdi dovranno vedersela con il regime di Damasco che intende riprendere il controllo delle zone orientali ricche di petrolio e gas e con le minacce di intervento militare provenienti dalla Turchia. Idlib è l’altra città, a nord-ovest della Siria, nelle mire di russi, turchi e iraniani. Ma qui bisogna fare i conti con le fazioni di al Qaeda che hanno costituito una sorta di emirato e controllano un’ampia fetta del governatorato di Idlib, fuori dal controllo dei governativi siriani e sotto l’influenza dei turchi e di gruppi loro alleati. L’improvvisa avanzata dei qaedisti sta mettendo a rischio centinaia di migliaia di civili sostenuti dagli aiuti di varie organizzazioni umanitarie. Ma non c’è pace neppure ad Aleppo, i cui quartieri occidentali vengono ancora raggiunti da missili provenienti dalla zona di Idlib mentre nella parte orientale di Aleppo, rasa al suolo dalla guerra, la ricostruzione stenta a decollare. Una situazione che continua preoccupare la minoranza cristiana sempre più intenzionata a lasciare la Siria in cui i cristiani oggi non sono più del 2-3% mentre prima della guerra erano circa il 10% della popolazione.

Dal settimanale “La Voce e il Tempo”

 

 

 

 

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