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SPIGOLATURE DI VITA E STORIE TORINESI

La rubrica della domenica

di ilTorinese pubblicato domenica 14 aprile 2019

Il Fondo Valdo Fusi – L’aeroporto Sandro Pertini emblema di una città in crisi – A cento anni dall’impresa di Fiume – Cazzullo e via Rasella

 

Il Fondo Valdo Fusi 


Ieri è stato presentato a Palazzo Cisterna,sede della Città Metropolitana, sempre così attenta al patrimonio storico piemontese, il Fondo Valdo Fusi costituito dall’archivio personale del grande personaggio torinese e di parte della sua biblioteca donata all’allora Provincia di Torino da Edoarda Fusi,vedova di Valdo. L’archivio di Fusi ,riordinato e inventariato ,è oggi a disposizione dei cittadini e degli studiosi. Sono stato amico di Valdo di cui conservo un ricordo speciale. E’ stato un uomo straordinario, davvero fuori ordinanza. Cattolico e allo stesso tempo laico e liberale,antifascista e resistente e allo stesso tempo umanamente rispettoso dei vinti, di cui chiese una degna sepoltura,gioioso e, allo tempo ,inquieto e triste,ma sempre sorretto da una

(foto: Comitato Valdo Fusi)

profonda fede religiosa. Se penso che fu deputato,consigliere comunale e provinciale di Torino,mi rendo conto di che pasta fossero gli uomini che ressero in passato le sorti della Nazione e della Città. Lo ascoltai la prima volta al teatro salesiano di Valdocco durante una premiazione scolastica, quando ero appena entrato nella scuola media.Rimasi colpito dalla sua eloquenza e dalla sua ironia. Credo fosse l’anno in cui non venne eletto al Senato in quanto la DC lo candidò nel collegio di Torino Dora,riserva indiana del Pci,collegio nel quale un democristiano non avrebbe mai potuto aspirare all’elezione. Era un dc atipico, molto diverso dai suoi compagni di partito. Amava la battuta sferzante,era un cavallo di razza a cui nessuno avrebbe potuto imporre il morso,come disse una volta Gian Vittorio Gabri,presidente dell’Ordine degli Avvocati,di cui Valdo fu uno degli esponenti più autorevoli.Sarà interessante cercare tra le sue carte per ricostruire la sua vita. Sarà importante capire tanti aspetti della sua esistenza generosa,sempre posta al servizio degli altri, con una passione civile straordinaria, davvero inimitabile. Lo conobbi da vicino a partire dal ’68 quando pubblicò il suo capolavoro “Fiori rossi al Martinetto”,un libro straordinario,forse l’unico libro di un resistente che regga al logorio degli anni. Sarà interessante vedere i suoi libri più amati,sicuramente troveremo Proust e Voltaire ,lui che era un cattolico convinto e praticante senza bigotterie. Nel ’68 ci incontrammo perché ambedue contrari alla contestazione intollerante e violenta, in nome di una comune civiltà,”laica o non laica che sia” ,come scrisse Croce a De Gasperi. La notizia della sua morte improvvisa nel 1975 mi folgorò durante una sessione di esami di Maturità a cui partecipavo come giovane commissario. I colleghi mi videro sbiancare e non riuscii a trattenere il pianto quando seppi  che era improvvisamente mancato ad Isola d’Asti.

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Ci vedevamo spesso al Centro “Pannunzio” che aveva sede in piazza Castello, davanti al suo studio.La sera,prima di tornare a casa, passava quasi sempre al Centro dove era l’anima di tante appassionanti discussioni, spesso vivaci, sempre civilissime. Andai insieme al francesista Mario Bonfantini ai suoi funerali su quella collina astigiana assolata che era il suo rifugio rispetto ad una città che lui amava profondamente,ma da cui non era riamato in egual misura.Lo vidi l’ultima volta in giugno ,quando vinsero le elezioni i comunisti e fu folgorante la sua battuta mordace sui primi che già stavano andando in soccorso dei vincitori, come diceva Flaiano,e stavano traghettandosi verso i nuovi potenti. Silvio Geuna che aveva vissuto con lui il dramma del processo di Torino che portò alla fucilazione al Martinetto del Generale Perotti e di quasi tutto il Comitato militare piemontese del CLN,disse che Fusi era morto povero. Ed era proprio così.  La vedova Edoarda dovette impiegarsi per sopravvivere. Ho parlato di Valdo anche in questa occasione della presentazione del Fondo. Mi sono ancora una volta commosso. Davvero uomini come lui sono il sale della terra.E’ stata una delle amicizie più importanti della mia vita, anzi,l’incontro con lui mi ha insegnato cosa fosse davvero la vita e come si debba viverla. Peccato aver condiviso con lui pochi anni.Il suo ricordo resta impresso nella mia memoria come un reliquia che il tempo rafforza ed ingigantisce. Se penso agli ometti di oggi e alla macchiette politiche che imperversano,risulta in tutta la sua grandezza umana,intellettuale e politica la figura di Valdo Fusi a cui Torino ha dedicato un piazzale orribile che avrebbe indignato Valdo amante dell’arte, della bellezza e della storia torinesi.

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L’aeroporto Sandro Pertini emblema di una città in crisi 

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Di ritorno da un viaggio all’estero, ho rivisto l’aeroporto di Caselle. Non ci vado spesso. Ormai quando vado a Roma o a Napoli prendo il Frecciarossa, lo uso per andare in Sicilia. Per i viaggi all’estero è quasi d’obbligo Milano. Mi sono reso conto della decadenza dello scalo torinese sempre meno importante, snobbato da molte compagnie. Ma dall’aeroporto -più simile a quello di città marginale come Trapani che a quello di una grande città del Nord- si vede anche il declassamento di Torino che non è affatto una città turistica ,come vogliono farci credere e non è più ,da tempo, una città industriale. E’ invece una città che vivacchia senza ambizioni e senza progetti. Una città che le giunte Appendino e Chiamparino non hanno fatto nulla per rilanciare. Questa è la drammatica realtà che evidenzia un aeroporto che via via ha perso di importanza nel corso degli anni. Emblema di una città ripiegata su sè stessa, incapace di guardare al futuro.

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A cento anni dall’impresa di Fiume

 

Nel 1919, cent’anni fa, ci fu l’impresa dannunziana di Fiume. Nel 2020 Fiume sarà capitale europea della cultura. Due date che farebbero pensare ottimisticamente ad un’evoluzione positiva di una storia che ha conosciuto la tragedia delle foibe e dell’esodo istriano-giuliano -dalmata .Con Tito si tentò di cancellare da Fiume ,da Pola,da Zara ogni reminiscenza italiana, in nome di un violento e sanguinario nazionalismo jugoslavo in salsa comunista. In primis, i nomi storici di quelle città vennero eliminati. Oggi Fiume si prepara a vivere da capitale europea della cultura , inaugurando il bilinguismo nella segnaletica turistica in cui, finalmente, riappare anche la parola Fiume in italiano. Un buon segno rispetto ai beceri sovranismi trionfanti. In un discorso che tenni a Fiume nel 2006 sostenni che il superamento degli odi ideologici e razziali del ‘900 al confine orientale si sarebbero superati ,guardando all’Europa unita. Sembrava un auspicio molto difficile da realizzare, la segnaletica bilingue fa invece sperare in un futuro europeo diverso.Smarrire il senso dell’Europa – malgrado a Bruxelles abbiano fatto di tutto per farcela disistimare,se non odiare- sarebbe un gravissimo errore. Dalla Fiume di oggi arriva un segnale importante
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Cazzullo e via Rasella

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Il mio amico Aldo Cazzullo, un giornalista che si ritiene anche uno storico, questa volta ha davvero esagerato nel considerare un errore ,non un atto di terrorismo ,l ’attentato di Via Rasella  che nel 1944 comportò la rappresaglia delle Fosse Ardeatine. Cazzullo lo considera un atto di guerra, mentre, come scrive lo storico Santo Peli nel suo bel libro sul terrorismo nella Resistenza, esso è  puro terrorismo, anzi del peggiore, perché i responsabili mandarono a morire oltre 300 vittime con assoluta indifferenza, senza dichiararsi responsabili. Se pensiamo alla nobiltà del carabiniere Salvo d’Acquisto che si offrì ai tedeschi al posto degli ostaggi, vediamo la vigliaccheria dei due gappisti comunisti responsabili dell’eccidio romano. Cazzullo cita Edgardo Sogno, sostenendo che il comandante della “Franchi “fosse entusiasta di quell’eccidio che avrebbe dato una svolta alla Resistenza armata. Che uno scavezzacollo come Sogno, tutto coraggio e fegato, ma privo di razionalità e di equilibrio, si sia espresso così rispetto a Via Rasella e’ credibile, anche se con me non parlò mai dell’episodio. Gli ultimi epigoni di Sogno sono transitati all’estrema destra che già domino’ gli ultimi anni del comandante che  in precedenza fu anche esponente di spicco del partito liberale .  In ogni caso ancora una volta va detto che i giornalisti non possono essere degli storici. Gli storici possono anche scrivere sui giornali ,ma i giornalisti possono al massimo essere dei divulgatori, perché non hanno la forma mentis e la cultura degli storici. Santo Peli dell’ Università di Padova e’ uno studioso autorevole  di cui Cazzullo non conosce neppure l’esistenza .Il nesso tra terrorismo e Resistenza  passa attraverso i suoi libri, senza i quali c’è solo la banalissima vulgata che ben conosciamo e di cui Cazzullo si è fatto ,senza troppi problemi, portavoce.

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La Gazzetta

Ho letto della mostra dedicata alla “Gazzetta del Popolo” in occasione del 135° anniversario di fondazione. Cosa ne pensa ? Leggendo alcune presentazioni giornalistiche , mi sorgono dei dubbi. Gino Alferro

 

La mostra è articolata su tre sedi ,forse una scelta non ottimale perché costringe a vedere a pezzi la storia del glorioso giornale fondato da Govean e Bottero nel 1848. Il curatore della mostra Luca Rolandi dà sicuramente autorevolezza all’iniziativa. La storia della “Gazzetta “è legata al Risorgimento ,ma anche all’interventismo nella Grande Guerra e all’appoggio al fascismo nascente e poi dominante. E’ stato un giornale importante che per molto tempo ha avuto la supremazia sulla “Gazzetta piemontese”, divenuta “La Stampa” con Alfredo Frassati. Va ricordata la direzione dopo la II Guerra mondiale di Massimo Caputo che riprese le origini liberali e risorgimentali del giornale. Poi la “Gazzetta” ,divenuta proprietà della DC, cominciò a declinare, perdendo copie, fino a chiudere. La mostra ricorda forse con troppa enfasi reducistica la fase dell’autogestione del giornale nel 1974.Da un certo momento in poi esso fu un covo di comunisti che fecero perdere la residua credibilità del giornale che il direttore Michele Torre seppe far risorgere dalle ceneri dell’autogestione. All’ultima “Gazzetta” ho collaborato anch’io. Con Torre nacque anche un’amicizia destinata a durare: un gentiluomo napoletano con idee rigorose e una grande fantasia nel creare un giornale sempre molto vivace e mai conformista.Ospitava volentieri i miei pezzi e spesso sollecitava degli articoli. Se pensiamo che Ezio Mauro fece il suo apprendistato alla “Gazzetta”, comprendiamo cosa fosse ,nel bene e nel male, l’altra voce di Torino. Pare quasi incredibile che l’ultimo direttore della “Gazzetta” sia stato quel Ferruccio Borio protagonista insieme a Giulio De Benedetti, del successo della “Stampa” che mise in crisi il giornale concorrente. Anch’io ho qualche perplessità. Ad esempio, il sindacato dei giornalisti, forse, proprio come protagonista degli anni difficili della “Gazzetta”,non è nelle condizioni di poter storicizzare quel periodo.  Per farlo occorre un distacco che il sindacato non può avere come molti dei protagonisti di questo evento non possono averlo. E questo è, forse, il limite della mostra. Storicizzare non significa ripercorrere semplicemente il passato con spirito cronachistico ,ma valutarlo in modo sereno.Michele Torre mi confidò molte verità sulle vicende dell’ultima” Gazzetta ” che non vedo espresse. E mi dispiace. Era il momento di una analisi e di una sintesi storica più che di una rievocazione.

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