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Interprete dell’incertezza e disorientamento di quei giorni è il pezzo sul Corriere di Saluzzo del 24 novembre che segnala “in tanto caos” il prevalere dei “bolsceviki capitanati da Lenin”

La Rivoluzione d’ottobre vista dai giornali piemontesi dell’epoca

di ilTorinese pubblicato sabato 14 ottobre 2017

La Rivoluzione russa del 1917? “È stata un disastro – per il popolo russo, per l’Europa, e per la sinistra in tutto il mondo… Questa rivoluzione non ci sarebbe dovuta essere. La società russa non era pronta ad appoggiare e sostenere una rivoluzione autenticamente socialista e democratica”. Quelle che sembrerebbero le parole di un conservatore, in realtà esprimono il giudizio che dell’avvento del comunismo in Russia dà il filosofo Michael Walzer, esponente della sinistra Usa. Ma, a cento anni di distanza, possiamo chiederci come reagì l’opinione pubblica piemontese a quell’evento epocale. Lo facciamo consultando l’archivio online www.giornalidelpiemonte.it che contiene le raccolte di oltre 130 testate locali.

Quella che chiamiamo Rivoluzione d’ottobre fu preceduta, nel febbraio dello stesso 1917, dai moti rivoluzionari che portarono all’abdicazione dello zar Nicola II e al governo “borghese” del nazionalista Kerenskij. I bolscevichi di Lenin e Trockij, in un clima di generale anarchia e di disfacimento delle strutture del potere civile e militare, guidarono l’insurrezione decisiva tra il 7 e l’8 novembre del nostro calendario, che corrispondono al 25 e 26 ottobre del calendario giuliano in vigore in Russia. Cacciarono il governo borghese e diedero avvio al regime comunista che sarebbe durato fino a Gorbaciov. Di questo evento dà puntualmente conto il quotidiano cuneese Sentinella delle Alpi, da cui attingiamo gran parte delle notizie sulle reazioni agli eventi russi. Già il 4 ottobre il giornale scrive che “gli agitatori politici, costituitisi in Comitato rivoluzionario, si sono impadroniti del potere e hanno dichiarato di non riconoscere più il Governo provvisorio”.

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Nei giorni successivi l’attenzione è mirata alle conseguenze belliche della difficile situazione russa. Il 9 ottobre l’Azione Novarese riporta che “I Russi subiscono altri rovesci: le grandi isole Desel e Dagol, che proteggevano ancora dalle incursioni nemiche buona parte del golfo di Riga… sono state conquistate anch’esse e il nemico (tedesco n.d.r.) se ne farà una grande base per altre avanzate nell’infelice Nazione Russa che si dibatte ancora fra le convulsioni dell’anarchia”. E la Sentinella del 20 ottobre titola con grande evidenza che i russi sgombrano aree a 300 km da Pietrogrado, la capitale zarista che si teme di dover evacuare, e il governo è costretto a trasferirsi a Mosca. Perché tutto questo interesse per le vicende di quello che era ancora un alleato dell’Italia? Perché siamo alla vigilia dell’offensiva che l’esercito austro-tedesco, liberato in buona parte dagli sforzi sul fronte russo, sta per sferrare in Venezia Giulia, quella fase della guerra ben nota con il nome di Caporetto, che ancor oggi è sinonimo di una disfatta italiana. Infatti, il Corriere di Saluzzo del 27 ottobre mette in relazione il successo dei rivoluzionari russi con l’avanzare degli Imperi centrali, e scrive “Chi sono i bolsceviki? E’ il partito di quei russi che vogliono la pace con la Germania ad ogni costo”. Ma siamo ormai ai giorni centrali del doppio “dramma”, la ritirata italiana dopo la rotta sul fronte giuliano e la presa di potere dei leninisti. La Sentinella del 10 novembre titola “I massimalisti padroni di Pietrogrado” l’articolo in cui si annuncia che il congresso dei Soviet, dopo un discorso di Lenin che è stato acclamato per aver detto che “questa è la vera rivoluzione”, ha lanciato un proclama che inizia con il primo punto: “Tutto il potere appartiene ai Soviet”. Il presidente Kerenskij è in fuga e la complicità con lui sarà considerata alto tradimento.

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Nello stesso numero un commento esplicita bene il giudizio che il giornale esprime sugli eventi russi, paragonandoli alla Rivoluzione francese del 1789. In quel caso però, spiega l’editorialista, i rivoluzionari seppero far fronte prontamente alle minacce esterne che provenivano alla Francia da ogni dove, perché la “fiamma patriottica” non venne mai meno. Oggi invece, i nuovi capi della Russia si azzuffano tra loro, tutte le forze attive della nazione sono travolte dall’anarchia e la Rivoluzione, come Saturno, sta già divorando i suoi figli. E ora gli italiani “per l’ignavia di questo popolo” sono costretti a “subire l’impeto irresistibile delle immani valanghe teutoniche che si riversano sul fronte orientale della nostra patria…Per noi l’avventura russa significa enorme sagrificio di sangue e di denaro”. Interprete dell’incertezza e disorientamento di quei giorni è il pezzo sul Corriere di Saluzzo del 24 novembre che segnala “in tanto caos” il prevalere dei “bolsceviki capitanati da Lenin” e sottolinea la gravità anche della situazione economica con una laconico “intanto regna sovrana la fame su tutto e su tutti”. La Sentinella del giorno successivo registra che il potere di Kerenskij è ormai finito e che “negli ultimi moti vennero, negli avvenuti saccheggi, rubate opere d’arte e quadri del valore di parecchi milioni di rubli”.

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Infine, merita citare estesamente l’editoriale dal titolo “Melanconie russe” su Il Fossanese del 1° dicembre 1917: “Povera Russia! … dal disordine caotico, dall’anarchia sociale in cui essa sta dibattendosi non è lecito neppure dopo che son trascorsi tanti mesi argomentare e di intuire con qualche approssimazione quale abbia ad essere la configurazione sociale e politica sia nel prossimo che nel lontano avvenire … Per parte nostra non speriamo affatto in una prossima risurrezione della Russia. Noi pensiamo che l’umanità ha sempre proceduto e procederà innanzi per forza di evoluzione e non di rivoluzione: e perché i popoli abbiano ad evolversi e procedere nella via del progresso e della civiltà è necessario che essi educhino, istruiscano e perfezionino sé stessi… La grande massa del popolo russo non ha dato prova di essere giunto a quell’alto grado di educazione politica o di coscienza sociale quale i suoi improvvisati tribuni e quotidiani dittatori inutilmente proclamano… Essa sta facendo invece un terribile, sanguinoso ed inutile sogno di grandezza dopo il quale dovrà ricadere più esausta e più impotente di prima”. Insomma, in un ambito sicuramente conservatore, si facevano già un secolo fa considerazioni analoghe a quelle espresse oggi, da tutt’altro versante, dal filosofo Walzer.

 

Domenico Tomatis

Nella foto una vignetta dal Corriere di Saluzzo del 15 dicembre 1917