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Oltre Torino. Storie miti e leggende del Torinese dimenticato

La follia che “cura” la pazzia

di ilTorinese pubblicato venerdì 8 febbraio 2019
C’erano una volta i matti
Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce
Non tutte le storie vengono raccontate, anche se così non dovrebbe essere. Ci sono vicende che fanno paura agli autori stessi, che sono talmente brutte da non distinguersi dagli incubi notturni, eppure sono storie che vanno narrate, perché i protagonisti meritano di essere ricordati. I personaggi che popolano queste strane vicende sono “matti”,” matti veri”, c’è chi ha paura della guerra nucleare, chi si crede un Dio elettrico, chi impazzisce dalla troppa tristezza e chi, invece, perde il senno per un improvviso amore. Sono marionette grottesche di cartapesta che recitano in un piccolo teatrino chiuso al mondo, vivono bizzarre avventure rinchiusi nei manicomi che impediscono loro di osservare come la vita intanto vada avanti, lasciandoli spaventosamente indietro. I matti sono le nostre paure terrene, i nostri peccati capitali, i nostri peggiori difetti, li incolpiamo delle nostre sciagure e ci rifugiamo nel loro eccessivo gridare a squarcia gola, per non sentirci in colpa, per non averli capiti e nemmeno ascoltati. (ac)
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5. La follia che “cura” la pazzia
I primi metodi utilizzati agli albori della nascita dei manicomi parevano una sorta di commistione tra riti magici e primordiali e sadiche torture. Ai malati venivano fatti indossare corsetti di ferro anche senza rivestimenti in cuoio, strette camicie e cinture di forza, i più gravi e violenti venivano incatenati a forza ai letti disposti sia in orizzontale che in verticale, e lasciati lì per giorni. Era utilizzato anche il metodo dell’urticazione, ottenuta percuotendo il malato con rami d’ortica, mentre per i più agitati erano prescritte trasfusioni di sangue di agnello, “per rendere più miti i furiosi”. A scusare – se mai possibile – i barbari metodi cinquecenteschi c’è la quasi assoluta mancanza di conoscenza della materia e l’inconfutabile incapacità di trovare una soluzione ad un problema che nemmeno si capiva; al contrario, trovare parole che spieghino i metodi altrettanto violenti utilizzati in tempi non così lontani da noi, pare più complicato se non arduo. In tutte le strutture destinate ad ospitare l’enorme massa di alienati che andava via via aumentando nel tempo, il sistema più utilizzato per tenere sotto controllo i degenti marchiati come incurabili era quello di immobilizzarli al letto, per contenerne la pericolosità. La contenzione prevedeva l’uso di stringhe, polsini e cavigliere, oppure la nota camicia di forza, che impediva qualsiasi movimento. Non sempre però tale metodo portava a raggiungere i risultati sperati, così si passava all’idroterapia, che consisteva nell’immergere il paziente in una vasca di acqua bollente o ghiacciata, per farlo rilassare: il trattamento durava poche ore o tutta la notte. Le immersioni potevano essere indotte “a sorpresa”, oppure sostituite con forti getti di acqua gelata mirati alla testa. Altro sistema era quello delle “fangature elettriche”, che prevedeva l’utilizzo di fango spalmato sulla pelle del malato, e, sopra, veniva posta una placca di metallo che trasmetteva corrente. Il fango permetteva una migliore distribuzione della corrente nel corpo, con ottimi effetti sedativi. La “diatermia”, invece, si basava sull’elevare la temperatura del corpo mediante il passaggio di correnti ad alta frequenza. Questa tipologia di cura era molto complessa, i medici raccomandavano agli inservienti di “essere provvisti di sacchetti di sabbia di vario peso e dimensioni da mettere sulla testa, sul collo, sull’addome, sugli arti dei malati per evitare movimenti”. Tecniche innovative erano poi la “malariaterapia”, che consisteva nell’inoculazione del parassita della malaria per procurare altissime febbri, o l’”insulinoterapia”, grazie alla quale si riusciva a far arrivare il paziente ad un passo dal coma, per poterlo poi improvvisamente risvegliare: più il momento del risveglio era brusco e violento, più il trattamento sarebbe stato ritenuto positivo. Quest’ultimo procedimento era consigliato soprattutto per gli affetti da schizofrenia; anche il figlio “segreto” di Mussolini e Ida Dalser, Albino Mussolini, fu sottoposto a tali cure, quando venne rinchiuso nel manicomio di Mombello, dove morì di consunzione. La stessa Ida subì le medesime pratiche, quando impazzì e venne internata in diverse strutture. Negli anni Trenta si introdusse una nuova terapia, lo “shock cardiazolitico”, precursore dell’elettroshock, che prevedeva l’iniezione endovenosa di una soluzione di Cardiazol per provocare forti crisi convulsive epilettiche nel paziente. Benchè risultasse la più potente tra le cure di shock, tale criterio non si diffuse e smise di essere utilizzato, poiché i costi erano troppo alti e in più risultava difficoltoso “azzeccare” la giusta dose di farmaco da somministrare. Con gli anni Cinquanta il boom degli psicofarmaci, che causavano amnesia e disorientamento nei pazienti, le cinghie di contenzione vengono allentate, le cicatrici e i lividi si spostano dall’epidermide alla mente. “Che cosa bella è l’uomo, quando è uomo”, diceva il commediografo greco Menandro, il problema è quando non lo è.  E’ stato un “uomo” ad inventare il metodo che, in modo tristemente stereotipato, colleghiamo agli ospedali psichiatrici: l’elettroshock.  La terapia elettroconvulsiva viene scoperta in pieno regime fascista, (sono anni in cui il numero dei ricoverati nei manicomi cresce in maniera esponenziale), dal neurologo e psichiatra Ugo Cerletti, che la mette a punto nel 1938, con l’aiuto di un altro collega, Lucio Bini. La terapia riscuote grande successo e viene largamente utilizzata, lo stesso Ugo Cerletti definisce il suo metodo “il più semplice, il più pulito, il più innocuo”, non stupisce che fosse anche quello più economico. L’”illuminazione” arriva a Cerletti quando visita il mattatoio di Roma e assiste all’uccisione degli animali. I maiali venivano prima storditi tramite l’utilizzo di un circuito che applicava una scarica elettrica direttamente al cranio, quando la bestia era presa da una vera e propria crisi epilettica, veniva sgozzata. La “terapia della morte” nasceva dalla concezione arcaica di stampo medievale secondo cui un demone si insinuava nella mente del malato, e l’unico modo per scacciarlo e guarire la vittima, era quello di uccidere il corpo della vittima stessa, poiché i demoni infestano solo la carne dei vivi. L’elettroshock non uccideva i pazienti, come si era potuto evincere dai primi esperimenti del 1938, eseguiti su un trentanovenne vagabondo fermato a Roma in stato confusionale, ma portava allo stato di coma il paziente, che poi veniva bruscamente rianimato. La morte apparente avrebbe ingannato il demone-malattia, e guarito il paziente malato-posseduto. L’oggetto più temuto dai detenuti costava pochissimo, 4.600 Lire, occupava poco spazio e sembrava un “nécessaire da viaggio”. Le sedute di elettroshock venivano annunciate da squilli di tromba da capotreno suonate da un infermiere. A Collegno, una delle tante vittime dell’elettroshock racconta la propria esperienza: ricorda che lo avevano fatto entrare in una cella chiusa senza spiegargli che cosa sarebbe successo. Gli dissero di mettersi sdraiato sul lettino e le infermiere gli posero una gomma in bocca e delle cuffie sulle tempie, e quando arrivò il medico diedero corrente. “Non potete immaginare quanto male possa fare”, spiega la vittima, precisando che il dottor Giorgio Coda, prima di farlo andare via, lo aveva bloccato per ripetere l’operazione nella zona genitale, “Per me fu la fine di tutto”, spiega il paziente, “ e il male che sentivo non potrò mai più dimenticarlo”.Nel 2013 L’elettroshock veniva praticato in novantuno presidi sanitari su 1400 pazienti, secondo i dati della Commissione parlamentare d’inchiesta sul servizio sanitario italiano. Un obbrobrio che si commenta da sé.
 
Alessia Cagnotto
 
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