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Oltre Torino. Storie miti e leggende del Torinese dimenticato

La dama velata

di ilTorinese pubblicato venerdì 18 maggio 2018

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce. Castelli diroccati, ville dimenticate, piccole valli nascoste dall’ombra delle montagne, dove lo scrosciare delle acque si trasforma in un estenuante lamento confuso, sono ambientazioni perfette per fiabe e racconti fantastici, antri misteriosi in cui dame, cavalieri, fantasmi e strane creature possono vivere indisturbati, al confine tra la tradizione popolare e la voglia di fantasia. Questi luoghi a metà tra il reale e l’immaginario si trovano attorno a noi, appena oltre la frenesia delle nostre vite abitudinarie.Questa piccola raccolta di articoli vuole essere un pretesto per raccontare delle storie, un po’ di fantasia e un po’ reali, senza che venga chiarito il confine tra le due dimensioni; luoghi esistenti, fatti di mattoni, di sassi e di cemento, che, nel tentativo di resistere all’oblio, trasformano la propria fine in una storia che non si può sgretolare.

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10 / L’unico modo di preservare la bellezza è precluderla alla vecchiaia. Questa è la storia di quando il Tempo si innamorò di una principessa, bella come il mare d’inverno, e non accettò di veder decadere quello splendore. Decise così di portarla via con sé, lontano dai luoghi in cui i mortali sono destinati ad avvizzire. La principessa si chiamava Varvara Belosel’skij, apparteneva ad una potente famiglia zarista ed era la moglie dell’allora ambasciatore russo presso la corte sabauda. La giovane donna, madre di tre figli, morì per cause legate alle passate gravidanze, proprio qui a Torino, dove si era recata per stare accanto all’amato marito. Il principe ambasciatore Aleksandr Michajlovic Beloselskij, addoloratissimo per la scomparsa dell’adorata giovane moglie, desiderò per lei il meglio anche nella morte. Aleksandr, uomo colto e amante delle arti, interpellò Innocenzo Spinazzi, celebre scultore romano di stile neoclassico, chiedendogli di eseguire un’opera in marmo per adornare la tomba dell’amata sposa. Spinazzi si era contraddistinto nell’ambito scultoreo grazie al suo particolare approccio tecnico e al suo desiderio di rottura con la sovrabbondanza barocca. A Firenze nel 1784 ebbe l’incarico di Professore di Scultura presso L’Accademia di Belle Arti. Spinazzi accettò l’incarico che il principe russo gli offriva e studiò un complesso gruppo statuario, di cui oggi ci rimane solo una figura, quella centrale, che rappresentava simbolicamente la principessa Varvara. Nell’eseguire tale scultura Spinazzi decise di rielaborare uno dei suoi lavori passati più apprezzati, la statua della Fede del 1781, opera che aveva eseguito per la Chiesa di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi a Firenze. Situata inizialmente nel cimitero di San Lazzaro, ora non più esistente, la tomba venne poi sposta nel piccolo cimitero di San Pietro in Vincoli a Torino. È un giorno qualunque, presa da svariati pensieri seguo meccanicamente gli ordini del navigatore, che mi strattona da una parte all’altra della mia città. D’un tratto mi accorgo di trovarmi proprio nei pressi dell’antico cimitero di San Pietro in Vincoli, in via Torino, ora adibito a tutt’altra tipologia di funzione e completamente circondato da macchine parcheggiate con disordine e prepotenza. Il mesto edificio venne edificato nel lontano 1777, su progetto dell’architetto Francesco Valeriano Dellala, di Beinasco.

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Fu il primo cimitero edificato fuori dalle mura cittadine, dopo il decreto di Vittorio Amedeo III che, per motivi igienici, disponeva l’obbligo di sepoltura dei morti in appositi siti, oltre il perimetro della città. Il cimitero era costituito da un cortile interno, circondato su tre lati da un porticato. La facciata in stile neoclassico, presentava due file di lesene, la prima costituita da ghirlande, l’altra da teschi alati. Dal timpano del pronao incombeva l’angelo della morte. La parte centrale dell’area era adibita a ossario, attorno ad esso vi erano quarantaquattro pozzi destinati a sepoltura comunale per le salme dei più poveri. Ai più abbienti era riservato il porticato, qui si trovavano settanta due salme, divise in tombe private, lapidi e busti. Attorno alle mura del cimitero vi erano due zone, una atta ad ospitare i non battezzati e l’altra per gli impiccati e gli esecutori di giustizia. La struttura però era di piccole dimensioni e il sovraffollamento che non tardò ad arrivare portò con sé altre fastidiose conseguenze, la peggiore delle quali fu il fetore, intollerabile nei mesi estivi, provocato dai cadaveri disposti alla rinfusa e non adeguatamente tumulati. Nel 1829 l’edificazione del Cimitero Monumentale causò il progressivo disuso dell’antico sito sepolcrale. Per alcuni anni successivi San Pietro in Vincoli ospitò ancora i cadaveri dei giustiziati, fino al 1852, quando subì gravi danni strutturali a seguito dello scoppio della polveriera vicino all’arsenale militare, fu questo l’anno del definitivo abbandono. La costruzione seguì lo scontato decorso che si addice ad un cimitero abbandonato: atti vandalici, profanazioni e pare, addirittura, qualche messa nera. Alcuni monumenti che si trovavano all’interno della struttura vennero recuperati, anche se con danni più o meno gravi, tra questi anche la velata statua della principessa, che trovò un primo rifugio all’interno della Mole Antonelliana, dove venne sistemata nel 1976, ma fu la GAM a diventare la sua definitiva e rassicurante dimora. Oggi non c’è più alcuna traccia di quel sepolcrale lontano passato. Risulta di difficile concezione il solo pensiero che lì non fosse già più città. Le macchine sfrecciano rumorose, usano i clacson come rostri sonori, le osservo parcheggiate alla rinfusa e mi ricordano un sorriso di storti denti accavallati. La storia legata a San Pietro in Vincoli è prova del fatto che le parole trovano la forza di vivere, sempre, mentre lo spirito dei luoghi, talvolta, può morire.

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Sono andata a cercarla, la bella dama di marmo, tra le grandi sale della GAM, e quando l’ho vista è stato un po’ come vedere un fantasma. La pietra bianca delinea una figura femminile, che indossa dei semplici calzari, come quelli delle antiche sculture classiche; la donna ha le braccia leggermente distanti dal corpo, con il destro tiene un grande libro aperto, con il sinistro accentua la delicata torsione del busto. È interamente nascosta sotto un velo che la copre con riguardo, come fa la nebbia quando cala sul mondo. Il tessuto, scolpito con minuziosa maestria, segue il movimento del corpo e occulta castamente le sinuose forme del corpo femminile. Ha il viso leggermente sfregiato, a causa delle azioni poco belle che ha dovuto subire nel tempo in cui era sistemata nel piccolo cimitero. Si intravedono le fessure degli occhi al di sotto dell’illusorio tessuto, paiono chiusi come si addice ai defunti, in contrasto con la postura viva e in movimento del corpo. La osservo per un po’, girandole a fianco, ne ammiro i dettagli. È posta al termine del percorso del secondo piano, appare come d’improvviso su uno sfondo grigio, proprio come fanno gli spiriti, senza dare avviso del loro imminente arrivo e restando sfumati, costringendo chi li vede al dubbio di aver davvero visto qualcosa. Dalla sua postazione osserva tutti i visitatori, che sono costretti a contraccambiare il suo sguardo. Essa continua a far innamorare, esattamente come il suo doppio spettrale, che, secondo la leggenda, continua a percorrere le strade che le erano familiari, ammaliando gli ignari che si imbattono in lei. Infine mi allontano e abbandono anch’io la giovane principessa russa condannata alla solitudine della sua eterna velata bellezza.

Alessia Cagnotto

 

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