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essenzialità spaziale di sublimata purezza che quasi si incammina verso l’astrazione

La classicità moderna di Colonna

di ilTorinese pubblicato domenica 21 ottobre 2018

“Giorno e notte”, museo civico Moncalvo. A cura di ALERAMO ONLUS.Sino al 16 dicembre – Sabato e domenica 10-19. Altri giorni su appuntamento tel  3277841338

Gianni Colonna possiede ricchezza di formazione, approfondimento di esperienze e incontri sviluppati creativamente in cui si intrecciano passato e presente attraverso particolari sovrapposizioni.

Il rigoroso mestiere, a sostegno della propria poetica, lo fa approdare ad una intensità di risultati in cui l’idea si concretizza grazie alla figurazione; mai cede a lusinghe di mode effimere che imitano, banalizzandole, le geniali intuizioni delle avanguardie storiche che hanno valore solo se irrepetibili mentre il nichilismo attuale impoverisce l’arte e quindi la conoscenza del mondo. A Colonna non serve l’annullamento iconico per creare il Nuovo poiché lo trova appropriandosi degli artisti del passato “dipingendovi sopra”, come suole dire, con libertà stilistica. Si tratta di una moderna classicità non sottoposta a sterili mode del momento bensì è vocazione alla Bellezza delle immagini che durano nel tempo, è un ritorno all’ordine che recupera simboli, miti e l’alchimia dei contrari che si avvicendano perennemente come in un processo vichiano. Ad ogni opera, qualunque sia la tematica, dà lo stesso titolo “Giorno notte”, a cui non è estraneo il richiamo alla Tomba Medicea di Michelangelo, uno degli artisti che maggiormente ammira. Nel tema dei paesaggi, naturalistici, silenti e misteriosi, si attua un processo di semplificazione stilistica, di essenzialità spaziale di sublimata purezza che quasi si incammina verso l’astrazione; tutto è immobilizzato in una sorta di realismo magico che l’artista, torinese, ha assorbito dalla atmosfera della “città metafisica” di De Chirico, Nietzsche e Casorati, suo maestro, ma che risentono soprattutto il senso di calma e di cosmica fratellanza di Piero Della Francesca. La collina monferrina, pura e incontaminata, costantemente sotto la luna, diventa simbolo dell’eterno riconciliarsi degli opposti di alba e tramonto tra luci e colori. Se nel tema del paesaggio non compare figura umana, alla cui presenza allude la luce che esce dalla porta spalancata della casa, il tema sacro, poco trattato nell’arte moderna e contemporanea passata dal trascendente all’immanente, è al contrario umanizzato per l’esigenza di mantenere in vita la nostra cultura millenaria che rischia di disperdersi.

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Il crocifisso, simbolo irrinunciabile, sovrapposto a modelli del Cristo patiens col capo reclinato sulla spalla ma con gli occhi aperti, privo di ferite sanguinanti e di chiodi a mani e piedi, vivo nel preannunciare la resurrezione, è reso attuale inserendolo tra i vigneti del Monferrato.In alcuni quadri il luogo è immediatamente riconoscibile nell’” Angolo di giardino alla Colma” di Angelo Morbelli, il più osservante del Divisionismo, a cui Colonna rende omaggio rispettando la stesura a puntini e trattini della vegetazione in cui il Cristo è incluso.La Vergine, dipinta su opere di Simone Martini, di Van Eyck, Orazio Gentileschi con libertà stilistica, nella Pietà rivela un tacito tranquillo colloquio tra Madre e Figlio differenziandosi per l’essenzialità e per il sentimento di speranza che si distacca anche dalla dolorosa elegia di Giambellino e dalla tragedia cosmica di Sebastiano Del Piombo, spesso citati. La Madonna, dipinta su quella di De La Tour, umile nella stanzetta rischiarata dalla luce di una immaginaria candela, è attorniata da antichi libri che spesso Colonna immette nei quadri, per avvalorare l’importanza della cultura umanistica che sta alla base della propria pittura. La Vergine, sovrapposta alla” Annunciazione” del Beato Angelico è timida e timorosa all’apparire dell’angelo che le offre una rosa rossa al posto del candido giglio, mantenendo ricordi anche di Simone Martini e Lorenzo Lotto.Trattata con attenzione ai modelli di riferimento, la figura femminile sovrappone contenuti e invenzioni formali personalissimi: La Venere di Velasquez, privata dei particolari del letto, dello specchio e dell’angelo, giace nuda sul terreno avvolta in una atmosfera blu ad indicare il primigenio congiungimento di uomo e natura, terra e cielo. Riprendendo il “Riposo nella fuga in Egitto” di Caravaggio, l’angelo musicante si trasforma in figura femminile allo stesso modo in cui il Cristo della” Flagellazione” di Piero è sostituito da una donna alludendo al problema attuale del femminicidio.

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Essendo uomo del proprio tempo, Colonna è sensibile a quanto avviene intorno a lui come pure è aperto a movimenti artistici moderni e contemporanei che rispettino il passato pur nell’innovazione; ama quindi Picasso, Carrà, Balthus e altri grandi artisti delle avanguardie che non hanno annullato completamente la figurazione; alcune figure muliebri, svuotate del corpo avvolto in linee curve e col volto privo di lineamenti, fanno pensare a una affinità con Kostabi. Le nature morte abbinano particolari realistici come il pollo della” Cena in Emmaus” caravaggesca a enigmatici straniamenti dechirichiani, un autoritratto contiene la citazione della barca di Carrà come desiderio di avventurarsi in sperimentazioni e, ancora,” la foresta” di Max Ernst viene posta su una mentale isola bianca, levigata e lucida come la seta, sospesa in un cielo striato di blu, mentre “La notte” di Michelangelo è accostata ad un notturno di Magritte. Per la prima volta in assoluto, inoltre, è esposto, nella mostra in corso nel Museo di Moncalvo, un quadro giovanile di Colonna ispirato dal tema circense del periodo blu e rosa di Picasso. Sempre aleggia nei dipinti un senso di serenità, sono pochi i momenti in cui Colonna mostra pessimismo ed è quando medita sul rischio della perdita della bellezza e della tradizione tracciando sulle opere una riga simile ad una ferita per simboleggiare la morte dell’Arte che egli ritiene avvenga nei giorni nostri. La convinzione che la forza dell’Arte sia vincente gli fa però continuare il cammino intrapreso che, ponendolo in posizione isolata, paradossalmente lo rende un artista rivoluzionario.

 

Giuliana Romano Bussola

 

 

 

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