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Al Gobetti per la stagione dello Stabile “Le baruffe chiozzotte” di Goldoni

Jurij Ferrini orchestra alla perfezione una eccellente compagnia ma perde del tutto la musicalità di un testo

di ilTorinese pubblicato giovedì 23 novembre 2017

Forse è già tutto chiaro, fin da quel semplice puzzle in locandina che ci mostra un Goldoni di cui non resta che l’immagine mentre il resto, giacca calzoni rossi e sneakers immacolate, è catapultato nei giorni nostri. Ieri e oggi, insomma. Senza tanto sottilizzare. Per cui la scena, in gran movimento da parte degli attori (cresciuti tutti alla scuola dello Stabile torinese), di queste Baruffe chiozzotte firmata da Carlo De Marino è un gran tripudio di trovarobato ligneo, porte e finestre, scalette e piccole pedane a dare sul porto per l’attracco delle tartane, tutto illuminato a dovere; come gli abiti che sono quelli di ogni giorno, jeans e magliette e quant’altro di pratico, salvo poi solleticarci (il lavoro è dovuto ad Alessio Rosati) per un attimo quantomai inconsistente di una mezza dozzina di abiti della festa che nessuno indosserà mai. Perché tutto è immaginato dalla regia di Jurij Ferrini come una prova, una tappa in divenire, pronta tuttavia a consolidarsi, tanto da sentirsi costretto all’inizio a nominarci i personaggi, il dove, a leggerci le didascalie della commedia. Un gioco che potrebbe continuare, le baruffe alla prova, forse quei costumi alla fine dei conti potrebbero ben servire a qualcosa. Un’idea che avrebbe dovuto trovare forse più spazio, maggior concretezza: e invece nulla.

Poi c’è il testo, le parole di questa gioventù del luogo che urla e si spintona, che sarebbe pronta per amore a prendersi a rasoiate, anzi è pronta a tirar fuori i coltelli (e le ultime cronache ci dicono quanto poco sia cambiato da Goldoni a noi), che sbraita e si tira i capelli, che ruzzola a terra, che sbrodola maldicenze, che inganna e fa la sfrontata, che innesta liti. Insomma c’è la lingua che accompagna le Baruffe, quella goldoniana, che era un originale chioggiotto e di cui Ferrini ci risparmia. Sì, ci dice una parlata più aspra della veneziana, ma pur sacrosanta. Certo i capelli bianchi non ci devono obbligare ad andare a riassaporare il (solito) lavoro di cesello che in decenni ormai lontanissimi fece Giorgio Strehler con la sua edizione (ma comunque chi vuole se la vada a rispolverare!), ma certo ci spingono a rimpiangere quella musicalità che ne nasceva, quel panorama di laguna che era un tutt’uno, parole gesti caratteri, quel cantilenare che imboccava questo o quel personaggio. C’è ancora chi combatte per l’arroccamento di Eduardo nella difesa della propria lingua, c’è chi fa carte false per la genuinità di Camilleri e Montalbano, c’è chi si rilegge con avidità il “Pasticciaccio” di Gadda: e Ferrini si preoccupa della nostra comprensione, si lascia intimorire dalle chiusure e affida a Natalino Balasso una “traduzione”, “non è stato operato un adattamento, ma una vera traduzione”, forse per il ricordo delle antiche collaborazioni, forse perché il sunnominato era in un periodo di pausa lavorativa? Aggiornando inoltre e immettendo in quella “traduzione”, per abbracciare meglio la spiccia quotidianità degli abiti, i vari “stronza” e “vacca” e “vaffa” e altro ancora, sdoganatissimi, che ormai “necessariamente” devono far scoppiettare i tanti alterchi della meglio gioventù.

Ce ne faremo una ragione, chiosava dall’alto il nostro amato ex premier. E anche noi, in questa occasione. Anche perché lo spettacolo è divertente e diverte, Ferrini gioca un paternalistico coadiutore, specchio dell’autore che ricoprì la carica per una quindicina di mesi proprio a Chioggia, e soprattutto agita con grande slancio il materiale giovanile che ha per le mani. In una commedia che manca di nobili e di vecchi, sono i giovani che tornano dalla pesca durata per mesi e le ragazze che mentre cercano gli occhi del moroso lavorano al tombolo, che strepitano e baruffano, che con una stretta di mano, per qualcuno sembra una camminata sui carboni ardenti, si maritano. È un piacere guardarli e sentirli, la forza che ci mettono, quello che un tempo veniva chiamato il sacro fuoco, irose, svenevoli, bugiarde, passionali, incantevoli, tutte da citare: Sara Drago che è Checca, la scoperta da continuare a seguire che è l’Orsetta di Barbara Mazzi, Rebecca Rossetti e la sua Lucietta che mi pare un istrice, Elena Aimone e Beatrice Vecchione; mentre sul versante maschietti da tener d’occhio le prove di Matteo Alì, un Titta-Nane sanguigno e pronto a chiamare in causa il pubblico sulle sue tragedie amorose e sulla loro conduzione, e di Raffaele Musella, un Toffolo tutto vivacità, pronto a punteggiare con Ferrini un elenco di pericolosi manigoldi e di testimoni degno di tutto l’umorismo di Totò e Peppino. Bravi, e lo spettacolo finisce con l’essere in gran parte davvero loro.

 

Elio Rabbione