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“Il berretto a sonagli” di Pirandello al Gioiello sino a domenica 19 novembre

Jannuzzo, un nuovo Ciampa tra corna, tragicità e divertimento

di ilTorinese pubblicato sabato 18 novembre 2017

Ciampa, uno dei personaggi più belli di Pirandello, uno di quelli più presi dalla smania del ragionamento, dalla loro filosofia di apparenze e realtà, di maschere, di mondi da conservare ben oltre la più pura verità. Se lo andiamo a cercare nella memoria, televisiva o teatrale, ha sempre avuto le fattezze di Eduardo, di Salvo Randone, di Turi Ferro. Oggi, per questa nuova edizione del Berretto a sonagli vista per il cartellone di Torino Spettacoli, Ciampa è Gianfranco Jannuzzo, che da noi è di casa e sinora, proprio sui palcoscenici di Torino Spettacoli, conosciuto e apprezzato come divertente intrattenitore, come frequentatore di commedie brillanti, come monologhista eccellente. È un giovanilissimo sessantenne che per l’occasione cambia registro, prende un’altra strada (momentanea?) per cercare nuove concretezze, nuove tragicità che pur qui rimangono inviluppate in un contesto da commedia, quasi da pochade. Capace di scavalcare all’indietro l’età di Ciampa, ritrovandosi magari più “strano” in una sembianza che cancella i grandi vecchi, capace di sottrarsi al ruolo di scrivano, di sottoposto, di uomo già anziano alle dipendenze di un padrone per ritrovarsi in un elegante quanto forbitissimo signore. Ascolti in modo diverso la tirata delle tre corde, la sociale, la seria e la pazza, ha un aspetto nuovo lui entrato nel salotto buono di casa Fiorica a destreggiarsi tra la signora che gli porge velatamente l’ombra del dubbio, il fratello di costei che guarda di lontano i connotati del bel Cecè, di un commissario che sembra uscito da una comica del primo Novecento, di una madre nerovestita diretta, come tutti del resto, a salvare il buon nome della famiglia.

Perché è poi tutto un problema di corna, un film di Germi girato qualche decennio prima. Il cavalier Fiorica e la moglie del Ciampa se la intendono, perché non ci siano dubbi fin dall’inizio la regia di Francesco Bellomo ci lascia trasparire un gran strofinarsi tra i suddetti, lei, la giovanissima Nina, assai più giovane di Ciampa, in guêpière e veli, la moglie sa e pure Ciampa sembra conoscere: finché durerà il gioco della corda sociale, finché ogni apparenza sarà salvaguardata e il cornuto rimarrà tale nel chiuso delle case, la storia potrà filare diritta. Ma se donna Beatrice inizierà a esplodere nell’intento di mettere i due amanti in piazza, nel dimostrare di non temere lo scandalo, di urlare tutta la propria rabbia contro un’ipocrisia che asfissia, allora no, le forme e con loro Ciampa non potrebbero più essere salvati: non resta allora che lasciar mettere in funzione la corda pazza, tutti concorderanno che la sventurata non può aver parlato che in un attimo di pazzia e alla pericolosità della pazzia si deve rimediare. Bellomo (che ha pure trasportato la vicenda dagli anni Venti al primo dopoguerra) conclude in un perfetto terzo atto, velocemente diretto, impaginato con tutta l’immediatezza del momento, mentre in precedenza, nella volontà di addentrarsi ancor più di altri suoi colleghi nelle tante tessere che compongono la storia, recupera zone che Pirandello aveva tralasciato, come quando Beatrice ritrova tra la biancheria uno scorpione, portatore di un morso velenoso, o come quando Fifì rimprovera la sorella di non essere più disponibile con il marito, spingendolo nella ricerca di altri corpi femminili. Insomma, una bella edizione in cui primeggia la tragicità di Ciampa pur immersa in un mare di divertimento prima e di svagatezza poi e di dramma riordinato sul fondo, in una bella escalation cui partecipano tutti gli attori della compagnia, da Gaetano Aronica a Franco Mirabella ad Anna Malvica agli altri, con una menzione specialissima alla Beatrice di Emanuela Muni, affamata di vendetta, ardita nel combattere la logica di Ciampa con la propria, costretta da tutti con i suoi belati inverosimili a scendere nella pazzia. Le repliche al Gioiello sino a domenica, vi direi davvero di non lasciarvelo scappare.

 

Elio Rabbione