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A TU PER TU CON DANIELA TAVERNA

Intervista a un cervello in fuga

di ilTorinese pubblicato lunedì 31 ottobre 2016

Di    dalla redazione di OFFICINAMAGAZINE.COM

Secondo recenti statistiche solo riguardo ai proventi da brevetto l’Italia avrebbe perso 4 miliardi di euro negli ultimi 20 anni. Il 35 % dei 500 migliori ricercatori italiani nei principali settori di ricerca abbandona il paese. Fra i primi 100 uno su due sceglie di andarsene perchè in Italia non si riesce a lavorare

Daniela Taverna si laurea in Scienze Biologiche nel 1988 all’Università di Torino. Mossa da un particolare interesse per lo studio delle neoplasie, fa domanda per una borsa di studio all’Associazione Italiana Ricerca Cancro (AIRC), la vince e per 9 mesi lavora in un laboratorio di ricerca a Torino, dove inizia le sue ricerche sul cancro, in particolare sui tumori al seno. Per poter portare avanti il progetto AIRC ha necessità di recarsi all’estero e cosi nel 1989 va a lavorare a Basilea (Svizzera), al Friedrich Miescher Institute, dove lavora con Nancy Hynes. Visto l’enorme divario tra i laboratori svizzeri e quelli italiani, dopo 3 mesi decide di non tornare in Italia e di iniziare un dottorato di ricerca rimanendo altri 4 anni all’FMI. Successivamente si reca negli Stati Uniti, al MIT dove lavora con Richard O. Hynes, ricercatore di fama internazionale. Lavora nel team di ricerca del MIT quasi otto anni. Tornata in Italia, tiene corsi di biologia molecolare all’Università di Torino e fa ricerca all’IRCC di Candiolo. Dal 2008 inizia a lavorare all’Istituto per le Biotecnologie (MBC) di Torino. Dal 2010 è professore associato all’università di Torino.

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INTERVISTA                                                                                                                                        

Secondo recenti statistiche solo riguardo ai proventi da brevetto l’Italia avrebbe perso 4 miliardi di euro negli ultimi 20 anni. Il 35 % dei 500 migliori ricercatori italiani nei principali settori di ricerca abbandona il paese. Fra i primi 100 uno su due sceglie di andarsene perchè in Italia non si riesce a lavorare. Cosa pensa di queste statistiche?

Le statistiche sono verissime ed è inutile raccontarci delle sciocchezze. É vero: le possibilità sono davvero pochissime. I giovani eccellenti che hanno voglia di fare, possono fare comunque il loro percorso e a mio parere possono riuscire anche ad avere un posto da ricercatore in Italia. Purtroppo, però, la ricerca in Italia è concepita soprattutto come ricerca universitaria e non ci sono molte alternative di “companies” e di industrie che appoggiano la ricerca, come invece ci sono in Svizzera, Francia, Germania, Stati Uniti. Senz’altro ci sono meno possibilità. Il problema, più che arrivare ad avere un posto di lavoro, è riuscire a fare quello che si vuole una volta che lo si ha. Altrove ci sono più possibilità sia di spazi che di aiuti. Un ricercatore può fare della ricerca solo in un team con gente motivata che faccia parte del suo gruppo, altrimenti da solo non fa niente.

Quali crede siano a suo parere le principali cause della fuga dei cervelli?

Sicuramente il fatto che altrove si è molto più apprezzati e quindi si ha la possibilità di fare questo lavoro. Mentre qui già il fatto che le ricerche siano legate all’università fa si che il lavoro sia inteso come docenza. La ricerca è un di più, marginale. Considerando che i professori in università americane prestigiosissime insegnano pochissimo (30 ore l’anno) e per lo più fanno ricerca, l’Italia rappresenta un’eccezione. Noi arriviamo a insegnamenti di 120,150,180 ore l’anno. Il tempo per la ricerca è sottovalutato e solo negli ultimi 3 o 4 anni, forse, si è inziato a rivalutarne l’importanza.

Quali sono le ragioni che l’hanno spinta ad andare all’estero?

Quando sono andata non avevo un’ idea concreta, ero molto giovane. Non mi ero posta molte domande, ero soprattutto molto curiosa di vedere cosa succedeva fuori e sono andata. Una volta in Svizzera ho capito cosa avrei potuto fare laggiù in quel momento. Negli USA ci sono andata quando ero già adulta totalmente convinta di voler esplorare il mondo della ricerca Americano.

Quali sono le condizioni della ricerca in Italia e quali le prospettive future?

C’è qualche centro che ha delle prospettive notevoli. Fra questi l’IFOM a Milano e istituti equivalenti a Trieste, in Toscana, Napoli, Roma. Anche il nostro centro MBC e l’IRCC di Candiolo sono dei centri dove si fa dell’ottima ricerca. Questi sono, però, poche realtà. Rispetto a 30 anni fa le condizioni della ricerca sono senz’altro migliori, ma rispetto a 10 anni fa sono peggiorate. Il governo e le regioni, infatti, hanno tagliato i fondi per via della crisi economica, e non essendoci molte industrie o fondazioni private che possono finanziare la ricerca, non è facile. Non credo, infine, ci siano molte differenze tra un posto come l’MBC di Torino, l’IFOM a Milano e il MIT in termini di potenziale. La vera differenza riguarda “i fondi” che permettono di tenere delle persone di un certo livello, di acquistare apparecchiature avanzate, organizzare servizi per la ricerca.

Quali studi ha condotto negli ultimi anni e di cosa si sta occupando attualmente?

Abbiamo come sistema tumorale sempre quello del tumore al seno e negli ultimi anni ci siamo dedicati molto anche all’esplorazione del melanoma. Dopo aver lavorato a lungo sui recettori di membrana, abbiamo deciso di dedicarci a una nuova ricerca, ossia allo studio del ruolo di piccole molecole di RNA, chiamate microRNA, nella progressione tumorale. L’idea era quella di andare a cercare degli attori fondamentali della metastatizzazione che non fossero recettoriali ma all’interno della cellula. Negli anni 90, due ricercatori Americani, Fire and Mello, che hanno poi ricevuto il premio Nobel, hanno scoperto i microRNA e capito che, nonostante le loro dimensioni minime, questi piccoli RNA hanno un’influenza incredibile nella fisiologia e patologia delle nostre cellule. Noi, abbiamo provato a identificare dei microRNA particolarmente importanti nell’ “escaping”, ovvero nell’allontanamento delle cellule tumorali dalla massa primaria. Questo è stato fatto in maniera semplice confrontando delle cellule tumorali che erano in grado di muoversi con delle cellule che non lo erano. Ci siamo chiesti semplicemente quanto fosse diversa l’espressione quantitativa di 300-400 microRNA (oggi circa 2000 in totale) nei due tipi di cellule. In questo modo si è scoperta tutta una serie di micro RNA più meno espressi nelle cellule altamente maligne e mobili rispetto a quelle non in grado di disseminare. Abbiamo visto che a seconda di come modulavamo nelle cellule questi microRNA le cellule si comportavano in maniera completamente diversa. Diventavano più o meno migratorie e più o meno capaci di formare metastasi nel topo. Abbiamo analizzato l’espressione dei nostri microRNA nei tumori umani e abbiamo riscontrato i medesimi risultati. Attualmente stiamo cercando di fare qualche tentativo terapeutico. Proviamo a bloccare i microRNA pro-metastatici oppure a rimpiazzare quelli anti-metastatici che sono scomparsi con l’avanzamento della malignità tumorale. Ma, nonostante alcuni risultati soddisfacenti, siamo ancora in una fase di esplorazione, decisamente preclinica.

Qual’è l’aspetto che la affascina di più del lavoro del ricercatore?

Sicuramente la parte intellettuale: il fatto di poter riflettere su un risultato. Trovo estremamente interessante la parte di speculazione, il fatto di immaginarsi un esperimento che possa rispondere all’ipotesi scientifica avanzata in precedenza. Mi piace tantissimo interpretare i dati. Molto spesso, infatti, l’esperimento fornisce una risposta che è molto diversa da quella che ci saremmo aspettati. Mi interessa riflettere sul perché sia diversa per poi pormi nuove domande. La cosa che però più mi appassiona di questo mestiere è il fatto che lo si fa per l’entusiasmo; non perchè si è costretti a farlo o perchè si riceve l’imposizione da un capo. Dico sempre ai ragazzi di lavorare per se stessi e di divertirsi con il proprio lavoro.

Cosa consiglierebbe a un giovane che volesse dedicarsi alla ricerca?

La prima cosa che spiego ai miei studenti al primo anno di università è che non è un lavoro come tanti altri. Non è un lavoro che si fa dalle 9 alle 5 di sera, ma è un lavoro che fa parte della tua vita e richiede un “commitment” notevole. Questo bisogna metterselo in testa da subito. Qualunque tipo di ricerca si voglia fare a livello universitario, bisogna capire immediatamente cosa davvero significhi studiare all’università con l’intenzione poi di fare ricerca. Bisogna da subito procedere con uno studio non solo teorico ma soprattutto applicativo, di laboratorio. Il consiglio più utile che posso fornire è quello di lavorare già agli inizi in laboratori di eccellenza perchè soltanto lì, nonostrante le difficoltà, si può crescere. E sicuramente andare un po’ in giro, non vedere solo una realtà ma tante realtà. Andare a lavorare in più laboratori, in Italia e all’estero fa molto bene.